12/02/12

La mummificazione e il gufo egiziano

La mummia di Ramses II
Terzo monarca della XIX dinastia egizia, regnò in Egitto dal 1279 a.C. al 1213 a.C. Figlio di Seti I e sua moglie Tuya salì al trono dopo la scomparsa del fratello. Celebre l'incredibile prole (quasi 100 figli) e il numero di mogli, fra le quali figura la famosissima regina Nefertari. Combatté contro l'impero ittita, in quel tempo governato dal re Muwatalli II, nella celebre battaglia di Kadesh, uno degli scontri meglio documentati nel mondo antico. Infaticabile costruttore, diede forma a giganteschi monumenti, quali il tempio di Abu Simbel e il Ramesseum. Secondo alcune interpretazioni del racconto biblico è contro di lui che Mosè avrebbe scagliato le dieci piaghe d'Egitto al fine di liberare il proprio popolo dalla schiavitù.
La sua opera più grandiosa e celebre è senza dubbio il tempio di Abu Simbel, 
località dell'Egitto meridionale lungo il fiume Nilo, a sud della città di Assuan.
Ramesse fece costruire sulla roccia della montagna due templi, uno maggiore, 
dedicato a se stesso e uno minore, dedicato alla moglie Nefertari.
Il tempio maggiore si sviluppa in profondità nella roccia per circa 55 metri;
 la facciata è adorna di quattro colossali statue di Ramesse, 
alte più di 20 metri. 
Tra le gambe vi sono statue più piccole, 
raffiguranti Tuya, Nefertari e alcuni fra i suoi figli.
La grande sala, che si apre subito dopo il breve corridoio di ingresso, 
è sorretta da otto imponenti colonne, disposte in due file di quattro, 
a ciascuna delle quali è addossata una statua di Ramesse II, 
ritratto con gli attributi di Osiride
Sulle pareti della sala ipostila sono rappresentati i celebri episodi 
della battaglia di Kadesh. 
Nelle celle meridionali, utilizzate come depositi di oggetti sacri, 
è raffigurato invece il sovrano nell'atto di donare offerte agli dei.
Il tempio minore, costruito nello stesso periodo, è dedicato, oltre che a Nefertari, 
anche alla dea Hathor
È di dimensioni minori rispetto all'altro ma appare comunque imponente; 
la facciata è adorna di sei statue (quattro raffiguranti Ramesse, due raffiguranti Nefertari) 
alte più di nove metri.
Nefertari
La Dea Hathor
Hat Hor - 
La casa di Horus - 
era la dea della fertilità, la sposa, la madre, 
i greci la identicarono con Artemide, la Venere dei romani. 
Per queste sue caratteristiche sembra che si tratti di una sovrapposizione di Iside
L'egittologo tedesco Dumichen afferma che, nelle iscrizioni di Dendera, 
la dea Hathor è detta "regina di ogni gioia"
poi aggiunge che una traduzione letterale potrebbe essere 
"Signora di ogni circuito del cuore" 
Il determinativo cuore è il piccolo vaso che 
funge da piombo nel filo del Merkat (lo strumento per rilevazioni astronomiche), 
è qualche cosa di specifico come "centro di gravità", dice ancora Dumichen
Un altro aspetto della dea, forse poco noto, 
riguarda i suoi slanci distruttivi, quasi da vendicatrice divina, 
che in qualche modo confermano la variegata complessità 
delle sue caratteristiche rielaborate nel corso dei secoli. 
Direttamente dalla tomba di Tutankhamon ci arriva il racconto del compito, 
assegnatole dal padre Ra, di vendicare lui e le divinità, 
sdegnose in quanto trascurate dagli esseri umani. 
La dea esegue l'ordine paterno e 
sotto le sembianze 
di Sekmeth sbrana molti uomini 
e per placarla deve intervenire Thot con un'abile stratagemma
Sekhmet (La furia di Venere)
il cui nome significa "Colei che è potente"
 Era la terribile dea della guerra che impersonificando 
i raggi dal calore mortale del sole incarnava il potere distruttivo dell'astro 
ma anche l'aria rovente del deserto i cui venti erano il suo alito di fuoco 
e con i quali puniva i nemici che si ribellavano al volere divino. 
Rappresentava anche 
lo strumento della vendetta di Ra contro l'insurrezione degli uomini 
imponendo l'ordine del mondo.
Portava morte all'umanità 
ma era anche la dea protettrice dei medici 
come citano i papiri medici Ebers ed Edwin Smith 
ed i suoi sacerdoti, 
molto potenti erano spesso chiamati per la cura di patologie ossee, 
quali le fratture.
Dal carattere molto pericoloso questa dea aveva quindi un 
lato benevolo che richiedeva rituali specifici 
soprattutto durante gli ultimi cinque giorni dell'anno lunare
giornate queste estremamente pericolose
Sekhmet incarnava il fiammeggiante Occhio di Ra 
ed era in questo caso assimilabile a Tefnet. 
Tefnet
Narra il mito della Dea Lontana che Ra, 
adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, 
la inviò per ucciderli, 
ma dovette poi fermarla ubriacandola con la birra, 
colorata di rosso come il sangue, 
per far sopravvivere il genere umano. 
La dea, assetata di sangue, che stava uccidendo sistematicamente 
tutti gli uomini dopo aver bevuto la birra si addormentò 
ed al risveglio prese le sembianze 
di Bastet che rappresentava solo le qualità benefiche del sole.
Bastet (Venere è tranquilla)
Alle origini, Bastet era una divinità del culto solare 
ma col tempo sempre più di quello lunare. 
Quando l'influenza greca si estese sulla società egiziana, 
Bastet divenne definitivamente solo una dea lunare, 
in quanto i Greci la identificarono con Artemide.
A partire dalla II Dinastia, 
Bastet venne raffigurata come un gatto selvatico del deserto
 oppure come una leonessa datao era confusa od assimilata a sua sorella la dea Sekhmet.
Venne rappresentata come un felino domestico solo intorno al 1000 a.C.
Bastet era la "Figlia di Ra", 
quindi aveva lo stesso rango di altre dee quali Maat e Tefnut. 
In più, Bastet era uno degli "Occhi di Ra", 
nel senso che 
veniva mandata specificamente ad annientare i nemici dell'Egitto e dei suoi dei.
Da quando i Greci identificarono Bastet con Artemide, 
la dea fu detta "madre del dio dalla testa di leone Mihos" 
(anch'egli venerato a Bubasti, insieme a Thoth), 
e fu raffigurata comunemente o come donna con la testa di un gatta 
o come gatta vera e propria.
Gli Egiziani avevano un modo di dire: 
«non si accarezza la gatta Bastet prima di aver affrontato la leonessa Sekhmet».
Maat
Maat, nella religione egizia rappresenta l'ordine cosmico
Nell'antico Egitto i principi di Maat erano parte integrante della società
e garanti dell'ordine pubblico. 
Il sovrano aveva come compito primario quello di presiedere al rispetto della Legge, 
per questo molti sovrani portarono come nome Meri Maat
che letteralmente significa "amato da Maat". 
Essendo la forza dell'ordine e della verità
si pensava che Maat fosse venuta in esistenza al momento della creazione
considerandola dunque un'entità autocreatasi. 
Fu mandata da Ra sulla terra per diffondere la luce e portare la pace. 
Quando, nell'antico Egitto, cominciò a stabilirsi la fede di Thoth 
Thot

si iniziò ad affermare l'idea di Maat come madre dell'Ogdoade e di Thoth come il padre.

Nella mitologia egizia l'Ogdoade è l'insieme di otto divinità venerate ad Ashmunein (Ermopoli), 
nel XV distretto dell'Alto Egitto.
Secondo la cosmogonia ermopolitana 
una collina di fango sarebbe emersa dalle acque
chiamata Isola delle Fiamme o Isola dei Coltelli, 
originando otto dei primordiali, 
quattro maschili con testa di rana e 
quattro femminili con testa di serpente.
Luxor
  • Queste divinità, aventi come capostipite il dio creatore Thot
    che simboleggiava la Luna, furono:
  • Nun e Nunet, il caos delle acque primordiali;
  • Kuk e Keket, l'oscurità;
  • Huh ed Huhet, l'illimitatezza;
  • Amon ed Amonet, l'invisibilità.

La leggenda passata a Tebe si sarebbe trasformata 
e gli dei avrebbero creato un uovo, da cui nacque Amon, il dio-sole.

Amon - il dio sole
Con l'assunzione di sempre maggior potere da parte del clero di Amon (complesso templare di Karnak), 
quest'ultima divinità verrà umanizzata 
e gli verrà fornita una famiglia (secondo la struttura trinitaria tipica degli dei egizi) 
composta dalla moglie Mut e dal figlio Khonsu.
Negli inferi così come erano intesi dalla religione egizia (il Duat), 
i cuori dei morti erano soppesati nella stanza delle due verità su una bilancia custodita da Anubi
Su uno dei piatti veniva posto il cuore del defunto, mentre sull'altro c'era la piuma di Maat. 
Se pesava più di questa, il cuore veniva divorato da Ammit 
e il suo possessore era condannato a rimanere nel Duat
In caso contrario, l'anima pura di cuore veniva condotta da Osiride nell'Aaru.
Maat era raffigurata nell'arte come una donna con ali e una piuma di struzzo sulla testa 
(a volte semplicemente una piuma). 
Queste immagini sono rintracciabili su molti sarcofagi come simbolo di protezione per l'anima del morto.
 Gli Egizi credevano che senza l'ordine di Maat
 ci sarebbe stato soltanto il caos primordiale e
 quindi il mondo non si sarebbe nemmeno creato. 
Era quindi necessità del faraone applicare e far applicare la legge
per consentire il mantenimento dell'equilibrio cosmico.
IL LABIRINTO DI MAAT
Il labirinto di Maat: dea della giustizia moglie di Thot, 
dio della scrittura che compare all'interno del quadro,raffigura la pesatura del cuore del defunto.
 Il gesto sancisce la possibilità di raggiungimento del mondo di Osirido, o della caduta agl'Inferi.
IL LIBRO DI THOT
Se dicessi che al giorno d’oggi qualcuno ha ritrovato il leggendario Libro di Toth, 
un’opera degli antichi egizi contenente una straordinaria dottrina magica, 
sono certo che molti sarebbero stupiti. 
E la sorpresa aumenterebbe se dicessi che 
quest’opera passa per le mani di tutti come fosse un mazzo di strane carte da gioco. 
Molti crederanno che sto scherzando, oppure che sono un ciarlatano in cerca di notorietà. 
E tuttavia quanto sostengo è assolutamente vero. 
Il Libro di Toth e le carte dei Tarocchi sono una cosa sola.”


Narra una leggenda che 

quando gli antichi saggi decisero di  rivelare all’umanità i segreti misteri di tutte le cose, organizzarono un consiglio per decidere quale fosse la lingua migliore, e quali le parole più adatte per esprimere ciò che – per definizione – supera ogni possibilità di comprensione ordinaria.

il dio-sacerdote Thot
Dopo aver vagliato tutte le possibilità, e dopo aver scartato ogni linguaggio a causa della intrinseca limitatezza e della inevitabile parzialità delle parole, il consiglio dei saggi decise di ricorrere a una lingua che parlasse direttamente all’anima dell’uomo, oltrepassando le strutture logiche e razionali della mente: la “lingua dei sogni”.
Utilizzando tavolette da scrittura, idearono una serie di figure simboliche, la cui contemplazione e il cui studio fossero in grado di risvegliare l’intuizione e le facoltà superiori della coscienza, per permettere a questa di cogliere l’essenza delle leggi divine rivelate nel mondo sensibile.
Nacque così quel meraviglioso libro senza parole, preziosa sintesi di Conoscenza, citato nei testi antichi come Il Libro di Thot, dal nome del dio-sacerdote egizio Toth – equivalente dell’Ermes greco e del Mercurio latino – che rappresenta appunto il collegamento fra il mondo divino e quello umano esercitato attraverso le funzioni della mente e dell’intuizione superiore, cioè la Conoscenza.
Ma quando poi – prosegue la leggenda – a causa del progressivo decadere della razza umana dalla primitiva Età dell’Oro a quella dell’Argento e poi a quella del Bronzo e infine alla presente Età del Ferro, si rese necessario celare quelle preziose rivelazioni per salvarle dalle forze dell’oscurità, di nuovo i Saggi si riunirono, questa volta per decidere quale fosse il migliore modo per sottrarre il libro agli occhi impuri, e contemporaneamente per renderlo accessibile agli Iniziati e ai ricercatori delle età future.
Dopo aver lungamente discusso, e dopo aver esaminato luoghi e possibilità, il consiglio dei saggi decise che il nascondiglio più sicuro non poteva essere che… un non-nascondiglio! Anziché sottrarre il libro all’umanità, ritenne di dare a questo la massima divulgazione, consegnandolo non più a una élite di pochi adepti della Via della Conoscenza, ma, al contrario, deponendolo nelle mani semplici e ignare del popolo che, come un bambino, non seppe far altro che trasformare quel prodigio in un gioco, un innocente passatempo che mai e poi mai avrebbe potuto destare i sospetti di quanti bramavano il possesso e la distruzione del Libro della Conoscenza.

I tarocchi egizi
Questa l’origine del gioco dei Tarocchi così come viene tramandata nella Tradizione occidentale dei circoli ermetici e magici per spiegarne natura e scopo reale.
I Tarocchi, infatti, ormai quasi esclusivamente conosciuti come un “attrezzo” per divinazioni (ora serie, ora facete, ora decisamente imbecilli), sono, prima di tutto e sopra a tutto, un poderoso e impareggiabile strumento di Conoscenza.
Come scrisse l’esoterista e mago Eliphas Levi: «I simboli dei Tarocchi sono finestre aperte sull’Infinito … Sono un Libro muto, ma potenzialmente in grado di rispondere a ogni domanda, e quando si riesce a far parlare i simboli, essi superano in eloquenza qualunque discorso, poiché permettono di ritrovare la Parola Perduta, cioè l’eterno pensiero vivente, del quale sono espressione enigmatica».
Gli Arcani Maggiori e Minori, infatti, se correttamente compresi e utilizzati, rappresentano uno straordinario strumento di conoscenza, uno strumento che può – da solo – condurre alla visione delle leggi e delle forze che reggono l’intero Universo.
Ma poiché le stesse leggi e le stesse forze si manifestano e operano anche all’interno di ciascun essere, la chiave dei Tarocchi rappresenta, allo stesso tempo, un sofisticatissimo strumento di indagine dell’uomo, e una via privilegiata per arrivare a regioni della psiche ordinariamente non accessibili, consentendo in tempi eccezionalmente brevi di mettere a fuoco problematiche emotive ed esistenziali, per una giusta presa di coscienza.
Quanto alla possibilità di prevedere eventi futuri attraverso gli Arcani, è necessaria qualche precisazione. Anzitutto occorre distinguere le reali potenzialità del mezzo (cioè delle carte) dalle eventuali capacità intuitive o comunque non-ordinarie dell’operatore. Se infatti è fuori di dubbio che chiunque ne senta il desiderio e decida di applicarsi con impegno può utilizzare i Tarocchi come strumento di Conoscenza e come prezioso mezzo di analisi e di autoanalisi, non è altrettanto certo che sia sufficiente conoscere il significato di ogni carta e uno dei tanti metodi di disposizione e di lettura per trarre indicazioni o responsi su eventi futuri.
È dunque l’intuizione dell’operatore, la sua capacità di collegarsi con le dimensioni sincroniche e non-causali della realtà, che può consentirgli di indagare il passato o il futuro.
D’altra parte, occorre anche tener presente che il lavoro con i Tarocchi – se correttamente appreso ed eseguito – è essenzialmente un percorso che procede dalla ragione all’intuizione, utilizzando l’una per svegliare l’altra. Si inizia dallo studio delle simbologie e dei possibili significati di ogni Arcano (cioè da un approccio tipicamente mentale-razionale) per arrivare al mondo degli Archetipi e dei Principi, raggiungibile unicamente attraverso gli strumenti della “ragion pura” e dell’intuizione. Ecco perché è possibile che anche persone ordinariamente non dotate di particolari doti di chiaroveggenza riscontrino, a seguito di un utilizzo frequente e attento dei Tarocchi, uno sviluppo dell’intuizione tale da produrre circostanze apparentemente straordinarie e previsioni non giustificabili dal solo punto di vista della logica.
E sono ancora una volta le parole di Eliphas Levi ad offrirci una sintesi semplice e completa delle potenzialità offerte da questo strumento straordinario:
«Il Tarocco, libro miracoloso, ispiratore di tutti i libri sacri dei popoli antichi, è, a causa della precisione analogica delle sue figure e dei suoi numeri, il più perfetto strumento di divinazione che si possa impiegare con intera fiducia, poiché anche quando nulla predice, rivela sempre a chi lo consulta il senso delle cose nascoste, e sempre offre i più saggi consigli».
il libro di thot preso da qui grazie
 Da considerare che ci fu Etteilla giudicò opportuno “restaurare” la forma primitiva e diede al nuovo mazzo un nome più consono alle sue presunte radici: Libro di Toth, o gioco di 78 Tarocchi egiziani.


















Temperanza, Stella e Mondo

Dal “Libro di Thoth” di Etteilla
Litografie, metà XIX secolo
(Collezione dell’Istituto Graf, Bologna, Italia)
In una serie di volumetti editi tra il 1783 e il 1785 Etteilla spiegò che il Libro di Toth è un manuale magico, ma soprattutto un mezzo per scrutare nel futuro. Per dare pieno risalto alle sue idee Etteilla fondò una Società degli Interpreti del Libro di Toth grazie alla quale le nuove teorie si diffusero in tutta Europa. Nacque così la cartomanzia, una pratica divinatoria che ancor oggi non accenna a declinare.
Questa moda proseguì senza innovazioni sino al 1856, quando Eliphas Levi pubblicò il Dogma e Rituale dell’Alta Magia. Levi, il cui vero nome era Alphonse Louis Constant, era stato seminarista e poi agitatore socialista, prima di dedicarsi agli studi occultistici. Sebbene non si possa dubitare della sua buona fede, è indubbio che i suoi scritti contribuirono a creare nuova confusione. Levi sostenne che i Tarocchi, in realtà, sarebbero i “simboli della scienza sacra degli Ebrei”; dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, questi simboli vennero conservati da saggi cabbalisti ebrei e da qui si trasmisero alla cultura medioevale.
Le rivelazioni di Levi influenzarono profondamente l’occultismo occidentale. Soprattutto l’assimilazione degli “Arcani Maggiori” alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico e ai 22 sentieri dell’Albero della Cabbala originò importanti teorie mistico-filosofiche, dato che la Cabbala è una dottrina metafisica che ha per fine la contemplazione di Dio.
Inoltre Levi aveva affermato che le figure dei Tarocchi dovevano essere modificate per diventare un sistema simbolico universale. 
da qui grazie
Artemide
Artemide (in grecoἌρτεμιςἈρτέμιδος), nelle religioni dell'antica Grecia 
è figlia di Zeus e Leto (per i Romani Latona) e sorella gemella di Apollo.
 Fu una tra le più venerate divinità dell'Olimpo e la sua origine risale ai tempi più antichi.[1] In epoca romana fu associata a Diana, mentre gli Etruschi la veneravano con il nome di Artume
Il cervo e il cipresso erano fra i suoi simboli sacri.
Artemide era adorata e celebrata allo stesso modo in quasi tutte le zone della Grecia
ma i più importanti luoghi di culto a lei dedicati si trovavano a Delo (sua isola natale), BrauroneMunichia (su una collina nei pressi del Pireo) e a Sparta
Era la dea della caccia, della selvaggina e dei boschi e una divinità lunare. 
Era, per sua espressa richiesta, 
vergine ma era adorata anche come dea del parto e della fertilità 
perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire il fratello Apollo.
Durante l'epoca classica ad Atene veniva identificata con Ecate
Nei secoli Artemide/Diana, Ecate e Selene/Luna divennero una triade lunare contemplata 
nel (neo)paganesimo, nell'esoterismo e nella wicca.

Un disegno del tempio di Artemide a Efeso secondo la ricostruzione di Martin Heemskerck
Nella Ionia la "Signora di Efeso", una dea che viene identificata con Artemide, era oggetto di uno dei culti più importanti: Il Tempio di Artemide a Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, fu probabilmente il più conosciuto centro dedicato al suo culto all'infuori di Delo. Negli Atti degli apostoli i fabbri efesini , quando sentono la loro fede minacciata dalla predicazione di San Paolo si levano a difenderla con fervore gridando:
 "Grande è Artemide degli efesini!!".[2]
Le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque e dieci anni venivano mandate al santuario di Artemide a Braurone per servire la dea per un anno: durante questo periodo le ragazze erano conosciute come 
"arktoi" (orsette).
 Una leggenda spiega le ragioni di questo periodo di servitù narrando che un orso aveva preso l'abitudine di entrare nella cittadina di Braurone e la gente aveva cominciato a nutrirlo, in modo che in breve tempo l'animale era diventato docile e addomesticato. Una giovinetta prese a infastidire l'orso che, secondo una versione la uccise, secondo un'altra le strappò gli occhi. A ogni modo il fratello della ragazza uccise l'orso, Artemide andò per questo in collera e pretese che
 le ragazze prendessero il posto dell'orso nel suo santuario come riparazione per la morte dell'animale.
MA TORNIAMO ALL'ORIGINE
LA MUMMIA DI RAMESSE II
LA MUMMIA VAGABONDA

La tomba del grande sovrano, identificata come KV7[5], venne saccheggiata pochi anni dopo la sua morte e, di conseguenza venne disperso il corredo funebre, probabilmente imponente, che vi era contenuto. La tomba era nota e visitata già nell’antichità. 
È senza dubbio una fra le più grandi della Valle dei Re
A causa di alcune inondazioni e del trascorrere del tempo, 
è gravemente danneggiata.
Presenta una pianta molto complicata. 
All'ingresso ci sono due rampe di scale, quindi segue corridoio, 
un’altra scalinata e un secondo corridoio; 
di seguito vi si trova un’anticamera ad una sala a pilastri. 
Al centro di questa sala vi è una terza scalinata 
che è collegata un’altra sala laterale circondata da colonne.
Si prosegue attraverso due corridoi assiali in sequenza, 
attraverso una stanza che conduce alla camera del sarcofago 
che è disposta a L rispetto al resto della struttura. 
La sala dove si trova al centro sarcofago del re è formata da 
otto pilastri quadrangolari
Si affacciano quattro stanzette laterali sulla sala; 
lo sviluppo della tomba si conclude con altre due camerette rette da due pilastri, 
da una delle quali si accede ad una terza identica, tramite un vestibolo.

Mummia vagabonda [modifica]


Testa di Ramesse II. Foto di Emil Brugsch (1842-1930)
Qualche decennio dopo la tomba fu violata e le ricchezze che conteneva portate via. Iniziò in questo modo la travagliata storia della mummia di Ramesse. Essa fu spostata più volte dai sacerdoti egizi addetti alla necropoli per evitare le razzie dei ladri di tombe, che pur di impadronirsi di qualche oggetto prezioso arrivavano a togliere le bende ai cadaveri per cercare gli amuleti d'oro e i gioielli nascosti durante l'imbalsamazione.
Intorno al 1000 a.C. la mummia, insieme a quelle di altri sovrani fra cui suo nonno Ramesse I e suo padre Seti, fu infine riposta nel nascondiglio segreto vicino al tempio diHatshepsut di Deir el-Bahari, nella tomba DB320 vicino a Tebe. Qui rimase fino al 1881, quando fu scoperta dall'egittologo Gaston Maspero e portata al Museo Egizio del Cairo. Qui accadde un fatto alquanto insolito: mentre era esposta in una sala del Museo la mummia avrebbe alzato un braccio davanti a una folla di visitatori. Tale fenomeno fu attribuito a una contrazione dei muscoli mummificati, dovuta al calore [6]

Mummia di Ramses II
Nel 1974 gli egittologi del museo in cui era conservata la salma del grande sovrano, notarono come la mummia stesse subendo un rapido deterioramento.[7] Decisero dunque di condurre il corpo a Parigi per accertamenti. Siccome la salma doveva viaggiare in aereo, venne realizzato uno speciale passaporto per Ramesse che indicava, come occupazione, la dicitura «re (deceduto)».[8]Il sovrano egizio fece dunque il suo ingresso in Europa, accolto con gli onori militari riservati ai sovrani.[9]
Gli scienziati scoprirono così che il deterioramento era causato da un fungo
Dopo averlo rimosso, analizzarono il corpo della mummia, 
diagnosticando le malattie che avevano fatto soffrire il sovrano nei suoi ultimi anni di vita.[10] 
Venne così portata alla luce la probabile causa della morte del sovrano: 
un'infezione fatale che ebbe origine da un ascesso ai denti.
Terminata l'odissea di cure e studi, 
Ramesse fu finalmente riavvolto nelle bende, 
riadagiato nel sarcofago e restituito al Museo del Cairo. 
Dopo il suo ritorno in Egitto, 
la mummia venne visitata dal presidente egiziano Anwar Sadat e da sua moglie.

da wikipedia grazie
Il problema dominante dell'esistenza degli Egizi era l'oltretomba e l'immortalità dell'anima. 
Essi infatti credevano che la vita dell'uomo non venisse stroncata dalla morte e 
continuasse nell'aldilà, 
ove ciascuno avrebbe ricevuto il premio o il castigo per le proprie azioni, 
sempre però fino a quando si fosse conservato il corpo. 
Essi ritenevano che in ogni uomo coesistessero
 il Ba, ossia l'anima che veniva sottoposta al giudizio divino dopo la morte, 
e il Ka, lo spirito che custodiva il corpo nella tomba.
Nei primi tempi il faraone aveva diritto a vivere, dopo la morte, fra gli dei, poi tale privilegio fu esteso anche agli altri uomini, purché avessero ben operato in vita. Ecco perché i cadaveri erano oggetto di cure particolari provvedendosi alla loro custodia con le piramidi, con tombe ben riparate e con l'imbalsamazione, che desta ancora oggi meraviglia per la perfezione del procedimento che permette di conservare, a distanza di tanti secoli, intatti i corpi, le famose 
Mummie.



Il dio Anubi presiede al rito della mummificazione.   (Fai clic per ingrandirla)
Inizialmente nella storia dell'Egitto, corpi venivano semplicemente sepolti nella sabbia, che li asciugava rendendoli "naturalmente mummificatati". Successivamente gli Egizi hanno perfezionato e migliorato il processo di mummificazione. Gli antichi Egizi usavano tradizionalmente preservare i corpi dei defunti attraverso un processo di rimozione degli organi interni: la prima cosa da fare era rimuovere il cervello. Un uncino veniva inserito nel naso del cadavere e usato per estrarre il cervello un po' per volta (essi credevano che la gente pensasse con il cuore e che il cervello non avesse alcuna funzione) tutti gli organi interni, escluso il cuore e i reni, venivano eliminati. Inizialmente, un prodotto chimico veniva utilizzato per farli dissolvere all'interno del corpo.
Solo successivamente vennero sezionati ed eliminati. 
Dopo di che il corpo veniva riempito di spezie, lino, segatura e cipolle.
A questo punto i cadaveri venivano lavati con vino di palma ed acque aromatiche, coperti dal nantron, una combinazione di bicarbonato di sodio e sale, per favorirne l'essiccazione (per far questo ci volevano 40 giorni e circa 3 tonnellate di nantron), e fasciati con più di un chilometro di bende di lino per ricoprire il corpo dalla testa ai piedi. Intanto il corpo veniva lavato e concio, prima con olio di cedro e con altri unguenti simili, poi con mirra e cinnamòmo ed altre materie atte non solo a conservarlo nel tempo, ma anche a tenerlo profumato. Il processo funzionava alla perfezione, alcune mummie hanno addirittura più di 5000 anni. In molti casi, il volto ha ancora le caratteristiche facciali del defunto. 
In altri le mummie hanno i capelli colorati.
Gli egizi credevano in una reincarnazione quindi una volta conclusasi l'elaborata preparazione per la vita oltre la morte, cominciavano a raccogliere tutti gli oggetti personali e più preziosi da seppellire con il defunto. Purtroppo, tutto ciò che era piuttosto inutile: infatti i ladri e i profanatori di tombe erano numerosi in Egitto. Per anni si è pensato che per la mummificazione venisse usato un medicinale. Di conseguenza, durante il Medio Evo, la "mummia" (una polvere estratta dalle mummie) veniva venduta in farmacia. Ciò che rimaneva dei criminali appena defunti veniva qualche volta utilizzato per riempire le mummie di stirpe reale, ma di basso rango. Durante l'era in cui il governo egiziano non puniva questi profanatori, i congiunti delle mummie reali decisero di trasferire alcuni di loro in una tomba segreta. Questa tomba venne alla luce nel 1800, all'incirca 3000 anni dopo. 
Al Museo del Cairo si possono ammirare ancora queste mummie.
Il Libro dei Morti
Come dicevamo prima, gli Egizi ritenevano necessaria la conservazione del corpo per la vita nell'oltretomba. 
La mummificazione permetteva la salvezza fisica, mentre il Libro dei Morti aiutava la parte spirituale, l'anima o ba, ad abbandonare la tomba.
Nell'Antico Regno gli unici a poter accedere alla vita nell'altro mondo vicino al dio Ra erano i faraoni. Col tempo i nobili ed i ricchi accrebbero il loro potere ottenendo il privilegio di dividere con i faraoni la vita nell'aldilà. Questo processo proseguì durante il Nuovo Regno: in quest'epoca qualsiasi egizio che avesse condotto una vita giusta aveva la possibilità di rimanere nell'aldilà, per riuscirvi disponeva del Libro dei Morti, scritto di solito su papiri deposti vicino al defunto o dentro il piedistallo della statuetta del dio funerario Ptah-Sokar. Il libro era un complesso di scongiuri e formule e il numero dei capitoli o delle formule del Libro, accompagnati a volte da illustrazioni, variava a seconda del potere economico della persona che lo richiedeva. Tuttavia, i più semplici venivano elaborati in serie, lasciando uno spazio in bianco per scrivere il nome del defunto. Nonostante questa varietà nel numero di capitoli, il contenuto si può raggruppare per temi. 
Le prime formule trattavano della preparazione del cadavere per il viaggio nell'aldilà: il trasporto del sarcofago alla tomba, la rivitalizzazione dei sensi e il corte funebre.
Una volta l'oltre tomba, il defunto doveva percorrere una strada infestata da animali feroci che tentavano di divorarlo e di sostanze corrosive.Nella sala del giudizio, Osiride, dio dei Morti, insieme ad altri dei, ascoltava la confessione del defunto, che negava do aver commesso cattive azioni nella sua vita. Se superava la prova, iniziava una nuova vita nel paradiso dei Campi di Iaru o Campi Elisi. Se invece il defunto veniva considerato colpevole, si procedeva all'annientamento totale della sua esistenza, un destino che non dovette essere quello della maggior parte degli egizi, che apparivano felicemente rappresentati nel paradiso. Il defunto doveva munirsi di ogni genere di oggetti per offrire preghiere e doni agli dei durante il viaggio verso il mondo ultraterreno. Le divinità a loro volta, gli concedevano il potere sugli elementi (vento, acqua e fuoco), perché fosse in grado di lottare contro i nemici che erano in agguato nell'aldilà.
Il mondo sotterraneo aveva fiumi e laghi di fuoco, nei quali i giusti si potevano rinfrescare mentre i cattivi morivano. Quattro babbuini sorvegliavano il lago, che era alimentato da bracieri. L'anima o ba era una delle parti dell'essere umano e veniva rappresentata sotto forma di uccello con testa umana. Alcune formule permettevano al ba di uscire dalla tomba.



Pesatura dell'anima del defunto
Pesatura dell'anima del defunto
Il momento più importante del Libro dei Morti era la Psicostasia. L'anima del defunto veniva posta sul piatto della bilancia e contrappesa alla dea Maat: se i piatti si equilibravano il defunto entrava nel regno di Osiride; in caso contrario veniva divorato. Nel viaggio verso il mondo sotterraneo bisognava sfuggire agli agguati tesi da molti animali feroci. C'erano scongiuri e formule per annientare coccodrilli e serpenti. Un nemico temibile era il serpente Apofi, che minacciava di affondare la barca di Ra. Sebbene ogni volta Horo e Seth si unissero per sconfiggerlo, Apofi non moriva mai.
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Ptah Sokar Osiris



The Syncretism of the Gods


In order to understand the gods of ancient Egypt, one must understand syncretism. This is the Egyptian practice of linking, or combining different deities into the body or identity of a single entity (often, but not always with a composite form), which became more and more common with the passage of time. In form, most commonly, the god's names were simply linked, creating synchronized gods such as Atum-Khepri, Re-Horakhty, and Amun-Re. This process could also bring together Egyptian and foreign gods.
Anat-Hathor was an Asiatic-Egyptian god, while Arensnuphis-Shu was the combination of Meroitic and Egyptian deities. Perhaps one of the most famous such synchronizations was that of Serapis during the Ptolemaic (Greek) period, who was a combination of Osiris, Apis, Zeus and Helios, as well as perhaps some other minor deities, though in reality, he was more of a political assemblage. There are few aspects of ancient Egyptian religion that are more complicated or more confusing then syncretism, and yet, more important to the understanding of ancient Egyptian religion.
Early Egyptologist thought that this syncretism simply combined conflicting or competing deities, but later analysis has largely proven this assumption to be incorrect. In many cases, there was obviously no conflict between synchronized deities, and there was also no clear reason why the two deities should not have simply been worshipped side by side, as in the case of Horus and Sobek at Kom Ombo during the Ptolemaic Period. Other Egyptian deities were simply worshipped in multiple chapels in temples throughout the land from much earlier times.
It was perhaps Hans Bonnet who first characterized syncretism as the realization of the idea of one god "inhabiting" another rather then two gods being fused, equated or identified.
We may more closely examine syncretism of gods by investigating the relationships of the sun god Re. Re was a very important god to the ancient Egyptians, who first appears as early as the 2nd Dynasty. This deity was thought of as a creator god early on, but other gods such as Atum were also seen by the Egyptians to have creator attributes.
Hence, the Egyptians saw in Atum an aspect of Re, and it was Re within Atum who allowed him to be a creator god. From the Middle Kingdom on, such links became more common, with examples such as Sobek-Re, Khnum-Re, and of course Amun-Re, who became a state god in his solar and creator aspects as Re. Specifically, syncretism means that the ancient Egyptians recognized Re in all of these very different gods as soon as they encountered them as creator gods.
Likewise, they also recognized the sky god Horus in any other god who took the form of a hawk.
However, in order to completely (or at least as much as possible) understand syncretism, we must examine other ways in which Egyptian religion formulated a link between two or more deities. These include:
1. Kinship, where deities are found together in a family as father, son, spouse, brother etc.
2. Statements that a god (or the king) is the "image", "manifestation", or ba of another. For example, Amun is said to have "made his first manifestation as Re", which is very different than his syncretistic form of Amun-Re.
3. Other occasional and complicated theological statements about the union of two gods. Most of these relate to some form of union between Re and Osiris. For example, it is said that the bas of Osiris and Re meet each other in Mendes and there become the "united ba", which, according to the Stela of Ramesses IV from Abydos, "speaks with one mouth". The Coffin Texts also has a common formula that Osiris has "appeared as Re". In a relief in the tomb of Nofretri is depicted a ram-headed mummy between Isis and Nephthys. The scene is captioned, "This is Re when he has come to rest in Osiris" and "This is Osiris when he has come to rest in Re", deliberately leaving open which god has come to rest in the other. We also find above the entrances to Ramessid era royal tombs Isis and Nephthys proclaiming that both Re and their bother Osiris occupy the same heavenly body. In fact, in the Book of the Dead, the two gods appear to be so united that in many passages their names seem to be interchangeable and in the Amduat, the corpse of the sun god is at the same time the corpse of Osiris.




When, in the judgment of the dead, it is not clear which of the two entirely different gods, Osiris or Re should preside, one might think that the syncretistic formula Re-Osiris would be suitable. However, the Egyptian theologians deliberately avoided this distinction, and a careful analysis may enlighten us on the nature of syncretism. One variant of the Nofretiri formula can be found from the Ramessid period, which describes the union of Re and Osiris in the ram-headed mummy. Here, the formula is followed by the adverb, "daily", thus showing that Re enters into Osiris and Osiris enters into Re daily. Therefore, this union is also dissolved again daily.




In the murder of Osiris, the ancient Egyptians encounter the inevitability of death, for even the gods could die. However, by the Middle Kingdom, common Egyptians could become an "Osiris", a privilege once reserved for royalty alone. Hence, they were, if judged to have lived a good life, allowed access to the afterlife as the blessed dead. Egyptians bore the god's name, "Osiris" like a title or designation in front of their own, which does not genuinely identify them with the ruler of the dead, but rather allows them, through their own efforts, to take on the previously determined role that bears the name Osiris just as Re must also become "Osiris" in his daily descent into the realm of the dead.
The difference is that Re does not assume the title of "Osiris", but rather incorporates the ruler of the dead into his own being so profoundly that both have one body and can "speak with one mouth". In this regard, Osiris does seem to be absorbed into Re, and become the night sun, though this union is of short duration. When the sun god once again appears on the morning horizon, he is no longer Osiris, though according to the Amduat, the deity leaves behind an "Image" that is the outward shell of the god who was Re and Osiris in one. This is clearly a different form then the syncretism of two gods.
The ancient Egyptians evidently understood the complexity of their polytheism, and so they attempted to carefully formulate their descriptions regarding godly associations. Of these formulas, the syncretistic variety was one of the oldest. Because it does not attempt to imply identity or fusion of various gods, it can combine deities that have different forms, and in rare instances, even those of opposite sex. Very often, more than two gods were even synchronized, including examples such as Ptah-Sokar-Osiris and even Amun-Re-Harakhte-Atum, or Harmachis-Khepry-Re-Atum.





Ptah - Sokar - Osiris
Such combinations are not unlike chemical compounds. They can be dissolved at any moment into their fundamental elements, which can also then form other combinations without sacrificing their attributes. But like chemical compounds, their combination creates a new entity and so Amun-Re is not the synthesis of Amun and Re, but a new form that exists along with the two older gods.
Finally, we must recognize that it was not evidently natural for Egyptian gods to be strictly defined. They remained in a 'fluid' state to which we in our modern world are not accustomed. There is no final definition of these gods, and they may always be extended or further differentiated, and in fact, the combination of gods are transitory and can be dissolved at any time. This fluidity leaves no room for monotheism, which bases itself on unambiguous definitions. It must be remembered that, in the afterlife, the deceased Egyptian who takes on the role of a god also wished to assume many other forms and appear under many names, and there were numerous "transformation spells" in the mortuary text to accomplish just this end.
Reference: Egypt Tour

Syncretism Wikipedia
Syncretism was an essential feature of Greek paganism. Hellenistic culture in the age that followed Alexander the Great was itself syncretic, essentially a blend of Persian, Anatolian, Egyptian (and eventually Etruscan-Roman) elements within a Hellenic overall formula. The Egyptian god Amun developed as the Hellenized Zeus Ammon after Alexander the Great went into the desert to seek out Amun's oracle at Siwa. These identifications derive from the Hellenic habit of identifying gods of disparate mythologies with their own. When the proto-Greeks whose language would evolve into Greek first arrived in the Aegean and mainland Greece early in the 2nd millennium BCE, they found localized nymphs and divinities already connected with every important feature of the landscape: mountain, grove, cave and spring all had their locally-venerated deity. The countless epithets of the Olympian gods reflect this syncretic character. "Zeus Molossos", as worshiped only at Dodona, is "the god identical to Zeus as worshipped by the Molossians at Dodona." Much apparently arbitrary and trivial mythic fabling is the result of later mythographers' attempts to explain these obscure epithets.
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Anima Ba




La pesata del cuore
Definiamo brevemente le diverse concezioni degli antichi Egizi 
riguardo a ciò che si intende per anima. 
Essi concepivano diverse entità spirituali collegate all'essere vivente. 
La prima è rappresentata dal BA
concetto che potrebbe di più avvicinarsi all'attuale concezione dell'anima, 
ragion per cui si traduce il termine per anima-ba
È rappresentata da un uccello oppure da un uccello a testa umana.
Alle origini, il ba, sembra essere stata la facoltà propria 

degli dei di muoversi e di assumere forme differenti.
Nelle rappresentazioni delle tombe si vede il ba che 

vola intorno alla tomba od appollaiato su di un albero 
o ancora mentre si disseta in uno stagno; così, al di là della tomba, 
il ba continuava a vivere senza il suo supporto corporale, 
ma conservandone pur sempre le proprietà 
che aveva posseduto quando animava il corpo che caratterizzava.
L'anima Ba
L' AKH è una forza spirituale di carattere sovrannaturale. 
È rappresentato dall'ibis con ciuffo e lo stesso segno geroglifico 
costituisce la radice del verbo "essere benefico, efficace, glorioso". 
Opposto al corpo, che appartiene alla terra, l'akh appartiene al cielo.
È certo che l'akh e&grave un principio che, 

molto rapidamente, è divenuto appannaggio del comune mortale; 
l'espressione utilizzata dagli egizi "raggiungere il proprio akh", 
per esprimere il concetto di "morire", 
indurrebbe a pensare che tale principio non sia interiore all'uomo, 
ma che piuttosto sia, come il suo "io" spirituale, situato in un mondo divino, 
che si raggiunge solo dopo la morte.
La pesata del cuore
Rimane il terzo concetto che è collegato all'anima, KA
Si tratta di uno dei concetti spirituali degli Egizi più difficili da "circoscrivere". 
Infatti, a seconda delle epoche, i sensi attribuitigli sono variati e
 hanno avuto una tendenza ad arricchirsi di valori nuovi.
Il ka, il cui omofono è il toro, però, esprime la potenza generatrice della forza sessuale. 

D'altro canto il segno geroglifico del ka sono due braccia tese, 
che abbracciano e sorreggono. Ciò ha potuto dimostrare che 
questo è proprio uno dei suoi aspetti di dio protettore; egli protegge 
i vivi e continua a farlo anche dopo la morte, 
poichè la morte altro non è che "raggiungere il proprio ka". 
Principio di vita e di potenza il ka è la forza vitale mantenuta tramite il nutrimento, 
supporto della vita fisica e spirituale
Al cospetto di Osiride

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Egyptian Owl
I Maya chiamavano il gufo comune dello Yucatan "l'uccello del lamento" e lo associavano alla morte. 
Appariva nei codici maya, insieme al grande gufo cornuto.
I Lakota avevano una società di gufi, ovvero di guerrieri notturni, che si dipingevano dei cerchi neri attorno agli occhi per indicare la loro preferenza per i combattimenti notturni e per ottenere la vista del gufo. 

Invece le tribù Navajo e Pueblo di New Mexico e Arizona, veneravano il gufo e lo temevano.
 Non entravano in un edificio in cui fosse conservata una parte di gufo,
 per una forma di rispetto che avevano nei confronti di questo animale.
Sia in Europa che in America, a lungo, 

è stato considerato presagio di morte, talvolta per ragioni pratiche.
Ai bambini dakota si insegnava a svegliarsi e a fuggire se udivano il verso del gufo, 

perchè veniva spesso usato come segnale prima di un attacco notturno. 
A questo scopo, era diffuso anche in alcune tribù germaniche e vichinghe della Scandinavia.
Quindi la credenza non derivava da forme di superstizione, 

non stupisce che in Inghilterra e in America ancora si creda che un gufo appollaiato su una finestra significhi che uno degli abitanto morirà entro la notte.
In Egitto, il geroglifico corrispondente veniva usato per la lettera M, simboleggiava morte, freddo ed il sole invisibile, cioè il sole portato nell'aldilà. Associato ad un segno a forma di nodo e ad un'aquila rapprentava invece il suono sma che compariva nelle parole "unito" e "andare insieme".
In questo contesto, suggerisce la pace tra gli opposti - giorno e notte.
In origine era anche il simbolo di Atena e la sua immagine era riprodotta su templi e monete. Sedeva dal lato dove Atena non poteva vedere, permettendole così di vedere tutta la verità e il suo emblema veniva portato sulle insegne araldiche degli Ateniesi. In seguito la dea venne associata alla Diana dei Romani, dea lunare, confermando il legame tra la dea ed il gufo.
Per i Celti era sia diplomatico sia messaggero; guidava gli uomini nei periodi di cambiamento. Blodeuweed, signora dei fiori, fu trasformata in gufo e compare anche nella favola di Culhwch e Olwen alla ricerca di Mabon, il bambino divino.
L'araldica gli attribuisce la prudenza, la veglia e l'attenzione. Mentre in Inghilterra si credeva che chiunque guardasse nel nido di un gufo, sarebbe stato infelice e depresso per sempre. In Galles il suo verso indica che una donna ha appena perso la verginità.

Il Gufo viene spesso associato alla chiaroveggenza, alla magia ed alla proiezione astrale.
Paragonato anche alla saggezza, permette di vedere la verità dietro la bugia; è in grado di sentire le parole non dette. Può essere invocato per guardare il mondo attraverso gli occhi di un'altra persona o per la visione a distanza o per trovare gli oggetti perduti. Invocarlo significa agire con visione interiore e si può chiamare anche nel momento del bisogno, per vedere chiaro nelle tenebre.

Nell'antica Cina il gufo era l'analogo negativo della fenice ed era considerato un animale fortemente simbolico, attributo dello sciamano in quanto si poteva trasformare in un tamburo in occasione del solsitizio d'estate. Animale feroce e nefasto, si riteneva che divorasse la madre appena nato e per questo motivo i bambini che nascevano nel giorno del gufo, ovvero nel solstizio d'estate, erano considerati violenti e potenziali assassini.
Contrariamente a quanto si pensa, invece, il gufo non ha molta importanza nel simbolismo religioso celtico. Blodeuwedd è la moglie infedele di Llew e viene trasformata in gufo come punizione per il suo adulterio (episodio nel Mabinogi di Math.
Esistono alcne raffigurazioni di una dea-gufo nell'arte del periodo di La Tène. Questa antica dea celtica ha molti nomi tra cui Bodach oidche (fantasma della notte) o Cailleach bhan (vecchia donna bianca). Il gufo, essendo un simbolo legato al passaggio della morte viene anche chiamato Occhio della Dea
. Rappresenta il simbolo della saggezza e delle conoscenze antiche e per questo il gufo campeggia frequentemente nella sigla di librerie ed editori scientifici.

Invece il gufo aveva un ruolo importantissimo presso i nativi americani, come detto da Ophelia. Infatti questo spirito della notte secondo molte tribù ha l'incarico di proteggere gli uomini durante le cerimonie e di tenere lontane le entità malvagie. Inoltre, il gufo indica la via per il regno dei morti a coloro che hanno lasciato questo mondo. Quando si sente il canto del gufo significa che qualcuno sta morendo e solamente gli stregoni più potenti possono trasformarsi in gufi quando devono incarnare e vincere le forze del male.
Il capo dei Tartari ha un gufo nero sullo stemma dorato, perchè il primo imperatore dei Tartari, Gengis Khan, si salvò per mezzo di un uccello di questo tipo
 (G.A. Bockler, 1688).
...dalle gole per secoli, finché alcuni gufi fecero il nido nelle trombe, zittendole.
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Il gufo, insieme alla civetta, rappresentano la chiaroveggenza, 
associati spesso a maghi e indovini, simboleggiando la comprensione,
la luce dopo la soluzione di un problema. 
Essendo animali notturni evocano l’oscurità come sinonimo di tenebre e di morte,
 ma mentre la civetta, con il suo sguardo acuto penetra il buio,
 personificando la luce come uscita dalla tenebre indicando la rivelazione, 
al gufo spetta un significato negativo, come uccello del malaugurio, 
annunciatore di morte.
 Infatti troviamo un riscontro di questo significato positivo della civetta nella mitologia antica.
Il geroglifico egiziano della civetta simboleggiava la morte, la notte e la passività,
 e anche indicava il sole al di sotto dell’orizzonte quando si tuffava nel mare 
per lasciare il posto all’oscurità. Nella mitologia degli aztechi la civetta caratterizzava 
Techolotl il dio dell’oltretomba. Nella mitologia greca e romana 
la civetta era sacra alla dea della sapienza Atena-Minerva.

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