28/11/11

Vase de Noces (Thierry Zeno)

Vase de Noces 
di Thierry Zeno (1974 BEL 81')
Premetto che ne parlo solo ora a ben sei mesi dalla visione, in quanto questo film mi ha allontanato dal cinema e dalle sue meraviglie per ben tre mesi. Ma non per il disgusto provocato dalla famosa prima parte zoofila, tutto sommato accettabile, quanto per la seconda delirante parte che va a pescare in un subconscio fatto di istinti animaleschi e regressioni psicotiche, veramente veramente insostenibile. Devo ammettere comunque che Zeno, indubbiamente colto antropologo, rimesta in strani territori dell'essere umano, oscuri e inesplorati e con la complicità folle di un attore/sceneggiatore quale Dominique Garny riesce a creare un'opera limite, abominevole e a suo modo indimenticabile, comunque non gratuita. Il bel documentario abbinato al dvd dal titolo "Of pigs and men" a firma di Federico Caddeo chiarisce un po' l'intenzione dei due suddetti terroristi: quella di creare qualcosa di mai fatto prima, che rigetti ogni norma esistente e vada a cercare di rappresentare la ricerca del segreto dell'immortalità della tradizione alchemica. I numi tutelari del regista sono tanti e alti, dalla pittura di Bosch e Bruegel (il vecchio) all'Art Brut, dal Simbolismo al "teatro della crudeltà" di Artaud, dalla "Psicologia e Alchimia" di Jung agli scritti rivoluzionari di Jean Dubuffet, dal Teorema di Pasolini alla figura di Milarepa. Il risultato invece è uno spaccato desolante e frustrante, privo di dialoghi, incentrato su un personaggio autistico, fattore e provetto alchimista, innamorato di una tenera scrofetta. Un sopravvissuto (l'ultimo uomo sulla terra?) smarrito nella più tetra solitudine di un casolare abbandonato e dedito all'accudimento di numerosi animali da cortile. Un paesaggio minimale e post-atomico quello rappresentato dalla pellicola, nobilitato da un'affascinante bianco e nero e da musiche veramente inquietanti e azzeccate, tra cui le arie di Monteverdi e l'elettronica di Alain Pierre. La volontà del regista è quella di indagare la condizione umana primordiale, l'origine primigenia della nostra specie, quel momento in cui l'umanità, per assenza di morale e di cultura, si amalgama alla pura animalità. Un cinema primitivo, "assoluto sul corpo e sul sesso, sul labile limite tra animalità e umanità, estremo dal primo all'ultimo fotogramma eppure mai volgare: quello di Zeno è un universo in cui la regola è disintegrata, derelizione e misticismo si sovrappongono e l'abiezione si eleva ad allegoria" come scrive giustamente Curti. Misticismo, autodistruzione, alchimia e ricerca di purificazione sono le istanze che emergono dalla visione della pellicola, ma purtroppo sono funestate da interminabili sequenze che non risparmiano nulla al violentato spettatore. Sì forse l'arte deve essere violenta come ci dice Garny nel documentario, ma direi che qui si è sul filo del limite invalicabile, ad un passo dall'abisso paranoico. Tra le scene stampate nel cervello rimane quella degli sterminati barattoli di vetro riempiti di fango e feci (e altre cose indicibili) che il protagonista colleziona e con cui si intossica, nel tentativo estremo di trascendere la propria corporeità e di decomporre il proprio ego (parole dell'autore)...sic...
Non mancano comunque momenti di delicato lirismo come quando il protagonista accudisce i suoi tre maialini o quando gioca teneramente con un aquilone o quando cerca di mettere teste di bambole su piccioni per trasformarli in angeli.
Chissà se Ciprì e Maresco si sono ispirati a questo viaggio al termine della notte in celluloide per il loro cinico cinema.
Simbolico e ripugnante, sconvolgente e disgustoso, ma stranamente penetrante.
Per vederlo andate qui. A vostro rischio e pericolo però.

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