21/01/13

Programmazione cinema Febbraio 2013 Scaglie


Febbraio Cinema 2012 Scaglie
Mercoledì 6 Febbraio ore 21.30
The Keep – La Fortezza 

di Michael Mann (1983 USA/GB 96’)

La fortezza risulta essere, ad oggi, la prima e unica incursione di Mann nel genere fantascientifico. Tratto liberamente dal bel romanzo di F. Paul Wilson, questa pellicola è per certi versi più un film horror ideologizzato che un vero e proprio progetto di science fiction. Scritto dallo stesso regista, nonostante l’adattamento dal libro - o forse per questo? – difetta un po’ soprattutto a livello di sceneggiatura, dove dialoghi mistici e momenti onirici rendono la narrazione rarefatta. Diventato nel tempo un cult movies dei B-movies è apprezzabile la cura per i particolari scenografici, la splendida fotografia - costantemente immersa in una cortina di fumo biancastro - e la sapiente regia delle sequenze di suspense. Ancora una volta è possibile scorgere la cura di Mann per quello che è il lato umano dei suoi personaggi (anche se i tratti psicologici dei protagonisti, in alcuni casi, risultano poco più che abbozzati). Film complessivamente molto particolare, sperimentale e anomalo nella commistione dei generi, La fortezza vale per almeno due sequenze, dove l’uso del ralenty accentua e “marchia” le scene, anche grazie al contributo musicale molto “rock”.
Mercoledì 13 Febbraio ore 21.30
The Woman
di Lucky McKee  (2011 USA 111’)
Se dovessimo tracciare una linea comune tra i film diretti da Lucky McKee, quella linea comporrebbe la parola donna. Dalla solitaria May dell’omonimo film d’esordio alla timida entomologa protagonista di Creatura maligna (diretto per la serie tv Masters of horror), il regista americano, a più riprese, ha affrontato con coraggio e notevole creatività figure femminili complesse, riuscendo a miscelare con successo un’attenta costruzione psicologica, sequenze splatter e una buona dose di erotismo. L’ultima pellicola di McKee, “The woman”, sembra quindi la continuazione di un percorso ben definito e, al contempo, la sintesi di tutto il cinema del regista americano. A ricordarcelo c’è anche un titolo semplice e asciutto, quasi didascalico nel suo mettere in evidenza il tema centrale del film, ovvero la figura femminile.
Chris Cleek è un avvocato con la passione per la caccia. Con la sua famiglia (moglie, una figlia adolescente e un figlio dodicenne), Chris vive in una bella casa di campagna, vicina a un bel bosco e a un bel fiume, il posto ideale per il suo hobby. Durante una battuta di caccia, Chris nota tra la vegetazione una donna che vive in uno stato selvaggio, come un animale. Decide così di catturarla e di riportarla alla civiltà, incatenandola nello scantinato di casa ed obbligando la sua famiglia a contribuire all’educazione della donna. Da questo punto in poi si scatenano alcune dinamiche che fanno esplodere le solidi basi della famiglia Cleek: la figlia maggiore si chiude in uno stato di mutismo, il figlio è attratto dalle nudità della ragazza, mentre Chris instaura con lei un rapporto di violenze fisiche e sessuali, confortato dal doloroso mutismo della moglie.
”The woman” non è un film perfetto, ma un film che colpisce e funziona sino in fondo nella sua descrizione dell’orrore che viaggia su due binari paralleli ma ben distinti, per poi convergere in un finale deflagrante. Da un lato troviamo l’orrore della carne, quello delle torture che la donna è costretta a subire: qui il gore regna sovrano e McKee dimostra di avere un occhio brutale e rozzo nel descrivere con lucido terrore questi momenti di pura violenza grafica.
Sull’altro binario, invece, corre senza mai frenare, l’orrore quotidiano a cui è sottoposta la famiglia Cleek. E’ forse banale sottolineare come le sequenze più angoscianti siano contenute nel secondo gruppo, dove si fa notare l’attenta costruzione psicologica dei personaggi fatta in sede di sceneggiatura. Non tutto sta in piedi come dovrebbe e il film ha qualche calo di ritmo (anche a causa di un montaggio non sempre perfetto), ma il turbine disturbato ed erotico in cui McKee getta lo spettatore, ipnotizza e turba al punto giusto. La storia non procede senza intoppi, ma è il sanguinoso finale a risollevarne le sorti: inaspettato, doloroso, violentemente ironico e profondamente cinico, esso uccide le speranze, distrugge l’umanità e ritorna libero e selvaggio verso l’ignota profondità della foresta.

Mercoledì 20 Febbraio ore 21.30
Silent Souls
di Aleksei Fedorchenko (2010 Russia 75’)
“Silent Soul – Soltanto l’amore non ha fine” prende spunto da un racconto di Aist Sergeyev, “The Buntings”, e attraverso un ‘viaggio’, quello di Miron e Aist, che devono dare l’ultimo saluto a Tanya, la moglie di Miron, mostra allo spettatore le tradizioni di un antico popolo ugro-finnico, i Merja, oramai assimilato dalla cultura russa da quattrocento anni, di cui rimangono, come testimonianza tangibile del loro passato, solo i nomi di alcuni fiumi. Tanti i temi affrontati dal regista in questa narrazione solo all’apparenza semplice: l’elaborazione del lutto, il sopravvivere delle antiche tradizioni, la magnificenza della natura, il viaggio come metafora del mutare della vita, tutto avvolto da un’intensa tenerezza.Fedorchenko mostra come Miron e il suo amico Aist, egregiamente interpretati, nonostante vivano come un qualsiasi russo, per la cerimonia funebre di Tanya ritrovano la loro diversità, il piacere dell’osservare le loro antiche tradizioni. Tradizioni di un popolo che ha divinità da onorare, ma antichi rituali pagani da osservare nei momenti cruciali della vita, come la perdita di Tanja per i due uomini. I Merja credono intensamente nella potenza dell’Amore e nell’Acqua, quest’ultima una sorta di ‘origine’ alla quale tutti tendono a tornare, la morte per annegamento è infatti per questa gente la conclusione più grandiosa della vita. Il regista, da sempre dedito al riscoprire tradizioni e credenze delle etnie minori assimilate dal popolo russo, crea, grazie anche a studi minuziosi e analisi puntuali di reperti archeologici, un mondo parallelo in cui i due uomini si muovono. Magari ‘facendo fumo’, cioè parlando di Tanja per tenere vivo il ricordo, anche attraverso il racconto di dettagli della vita intima della coppia, per molte culture decisamente sconvenienti, qui proposti con tenerezza e nostalgia, mai con volgarità, come per omaggiare la donna e l’amore. Di particolare intensità e poesia i ricordi di Aist, la sua infanzia, la figura fuori dagli schemi di suo padre, la grande nostalgia che pervade ogni fotogramma.I movimenti della macchina da presa sono inusuali e coinvolgenti, e la fotografia (giustamente premiata alla 67. Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia con l’Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Fotografia) rende giustizia ad un paesaggio intenso e sconfinato, più che cornice, coprotagonista delle vicende. Simboliche molte inquadrature, come quelle che vedono i due uomini in macchina, ripresi da dietro, quasi a voler indicare che anche la strada che si intravede tra loro, fa parte del racconto. Il titolo originale “Ovsyanki”, significa zigoli, il nome della coppia di uccellini, piccoli passerotti, che accompagna le due ‘anime silenti’ durante l’ultimo viaggio.
Mercoledì 27 Febbraio ore 21.30
Rampage – Assassino senza colpa
di William Friedkin (1992 USA 97’)
Rampage è uno dei film più riusciti di William Friedkin,nonché uno dei più interessanti del panorama dei film sul tema dei serial killer.L’autore si pone la domanda su quale sia il limite tra la follia incontrollata dovuta all’insanità mentale e la fredda e calcolata premeditazione del killer seriale,cercando di esplorare ancora il male in modo profondo,e senza alcuna concessione alla spettacolarizzazione riesce nell’intento di scuotere il cinema dal suo sonno convenzionale per l’ennesima volta. In bilico tra thriller e legal movie,  Friedkin si pone come arbitro imparziale capace di dare la stessa attenzione al persecutore,cosi come al killer e alle vittime, 
riuscendo ad imbastire un discorso sempre ambiguo,disturbato,malsano e non privo di simbolismi tipici del suo cinema(si noti la somiglianza con l’esorcista per il suo climax).Nella parte che delinea i tratti dell’assassino Friedkin riesce molto bene nell’intento di rendere un ragazzo dal viso d’angelo(Alex McArthur) in un essere violentato nella sua apparente innocenza da mostri mentali inespugnabili e la cui provenienza rimane sempre ambigua,mai affrontata fino in fondo e che fa emergere la poetica del regista che idealizza un mondo in preda a mali ai quali non si riesce a dare una spiegazione tangibile:il rimando all’esorcista e’ forte anche da questo punto di vista, ove regan mc neal rappresentava un angelo posseduto da forze mostruose e insane che scuotevano lo spettatore dandogli un senso di perdizione,di resa e sconforto,dovuto anche nella capacità espressiva del regista di far valere fortemente la sua tesi con la sua forza espressiva, anche reece e un serial killer che viene sezionato in modo freddo dai medici e gli psicologi,e nonostante questo il suo male avanza in modo crudo,brutale,malsano e che scuote lo spettatore perbenista in cerca di una tesi accomodante come il cinema convenzionale americano (e non solo) sa ben fare,mentre l’intento di friedkin e’ di denudare lo spettatore di ogni certezza. Due momenti in particolare del film appaiono molto riusciti sul piano della messa in scena, il primo in cui i poliziotti si introducono nello scantinato di reece,dove la luce delle lampade scosse illuminano ad intermittenza gli altarini macabri dell’assassino (magistrale),l’altra è la scena del prete aggredito nella chiesa,forte e cruda come pochi sanno mettere in scena, ma in generale è soprattutto la fredda normalità del killer davanti alle proprie azione a risultare efficace.cinema capace di aprire squarci realistici con l’intento di mettere le dita nelle piaghe della società con tesi forti. Bella la colonna sonora di Ennio Morricone,che si sposa perfettamente in un finale di afflizione e di toccante senso di perdita. Ingiustamente ritenuto come un’opera minore è in realtà un cult.

Nessun commento: