di Luigi Bazzoni & Mario Fanelli (1975 ITA 96')
10/12/11
Le Orme (Luigi Bazzoni)
di Luigi Bazzoni & Mario Fanelli (1975 ITA 96')
28/11/11
Vase de Noces (Thierry Zeno)
di Thierry Zeno (1974 BEL 81')
Premetto che ne parlo solo ora a ben sei mesi dalla visione, in quanto questo film mi ha allontanato dal cinema e dalle sue meraviglie per ben tre mesi. Ma non per il disgusto provocato dalla famosa prima parte zoofila, tutto sommato accettabile, quanto per la seconda delirante parte che va a pescare in un subconscio fatto di istinti animaleschi e regressioni psicotiche, veramente veramente insostenibile. Devo ammettere comunque che Zeno, indubbiamente colto antropologo, rimesta in strani territori dell'essere umano, oscuri e inesplorati e con la complicità folle di un attore/sceneggiatore quale Dominique Garny riesce a creare un'opera limite, abominevole e a suo modo indimenticabile, comunque non gratuita. Il bel documentario abbinato al dvd dal titolo "Of pigs and men" a firma di Federico Caddeo chiarisce un po' l'intenzione dei due suddetti terroristi: quella di creare qualcosa di mai fatto prima, che rigetti ogni norma esistente e vada a cercare di rappresentare la ricerca del segreto dell'immortalità della tradizione alchemica. I numi tutelari del regista sono tanti e alti, dalla pittura di Bosch e Bruegel (il vecchio) all'Art Brut, dal Simbolismo al "teatro della crudeltà" di Artaud, dalla "Psicologia e Alchimia" di Jung agli scritti rivoluzionari di Jean Dubuffet, dal Teorema di Pasolini alla figura di Milarepa. Il risultato invece è uno spaccato desolante e frustrante, privo di dialoghi, incentrato su un personaggio autistico, fattore e provetto alchimista, innamorato di una tenera scrofetta. Un sopravvissuto (l'ultimo uomo sulla terra?) smarrito nella più tetra solitudine di un casolare abbandonato e dedito all'accudimento di numerosi animali da cortile. Un paesaggio minimale e post-atomico quello rappresentato dalla pellicola, nobilitato da un'affascinante bianco e nero e da musiche veramente inquietanti e azzeccate, tra cui le arie di Monteverdi e l'elettronica di Alain Pierre. La volontà del regista è quella di indagare la condizione umana primordiale, l'origine primigenia della nostra specie, quel momento in cui l'umanità, per assenza di morale e di cultura, si amalgama alla pura animalità. Un cinema primitivo, "assoluto sul corpo e sul sesso, sul labile limite tra animalità e umanità, estremo dal primo all'ultimo fotogramma eppure mai volgare: quello di Zeno è un universo in cui la regola è disintegrata, derelizione e misticismo si sovrappongono e l'abiezione si eleva ad allegoria" come scrive giustamente Curti. Misticismo, autodistruzione, alchimia e ricerca di purificazione sono le istanze che emergono dalla visione della pellicola, ma purtroppo sono funestate da interminabili sequenze che non risparmiano nulla al violentato spettatore. Sì forse l'arte deve essere violenta come ci dice Garny nel documentario, ma direi che qui si è sul filo del limite invalicabile, ad un passo dall'abisso paranoico. Tra le scene stampate nel cervello rimane quella degli sterminati barattoli di vetro riempiti di fango e feci (e altre cose indicibili) che il protagonista colleziona e con cui si intossica, nel tentativo estremo di trascendere la propria corporeità e di decomporre il proprio ego (parole dell'autore)...sic...
Non mancano comunque momenti di delicato lirismo come quando il protagonista accudisce i suoi tre maialini o quando gioca teneramente con un aquilone o quando cerca di mettere teste di bambole su piccioni per trasformarli in angeli.
Chissà se Ciprì e Maresco si sono ispirati a questo viaggio al termine della notte in celluloide per il loro cinico cinema.
Simbolico e ripugnante, sconvolgente e disgustoso, ma stranamente penetrante.
Per vederlo andate qui. A vostro rischio e pericolo però.
19/08/11
Come in uno specchio (Ingmar Bergman)
di Ingmar Bergman (1960 SVE 89')
"il film era inizialmente chiamato Carta da parati. Pensavo di fare un film su qualcuno che passava abbastanza naturalmente dentro e fuori da un muro ricoperto di carta da parati. C'era una piccola porta nel muro e da questa porta lei entrava in un altro mondo e ne usciva."
Straordinaria pellicola d'impostazione teatrale firmata dal maestro Bergman in stato di grazia incentrata sulle angosce dell'animo umano, sul bisogno di trascendenza e sull'incomunicabilità tra esseri umani. Solamente quattro attori in un'isola sperduta, lontano da Dio e dagli uomini: l'incantevole e suggestiva isola di Fårö nel Mar Baltico (su cui poi il regista deciderà di trascorre gli ultimi anni di vita). Un film con indubbi spunti autobiografici, animato da una fotografia stordente ad opera del grande Sven Nykvist fatta di immaginifiche luci ed ombre, capace di comunicare quasi più con le immagini che con le parole. Quattro personaggi: uno disperato scrittore rimasto vedovo che in nome del successo e del proprio egoismo ha messo da parte l'amore familiare; i suoi due figli Karin e Minus, lei colpita da una grave forma di schizofrenia e in preda a squassanti episodi allucinatori, lui adolescente inquieto e insicuro; insieme a loro il marito medico della figlia, la cui razionalità e i cui farmaci sono incapaci di placare le visioni della ipersensibile moglie. La capacità del regista di farci partecipi degli stati d'animo dei suoi protagonisti è stupefacente e i dialoghi del film sono talmente incisivi da meritare l'immediata trascrizione su carta. Molte le sequenze indimenticabili come l'incipit "con i quattro protagonisti che escono, saltellando, in campo lungo, da un mare fosco color acciaio, quasi uscissero dall'inferno per raccontarci i loro tormenti" o come l'elegantissima sequenza dell'incesto tra i due fratelli girata all'interno di un vascello abbandonato sotto una pioggia battente. Il film, insieme a Luci d'inverno e a Il silenzio, fa parte della trilogia dedicata dal regista al problema religioso e alla ricerca di tracce del silenzioso infinito. Karin attraverso un pertugio della misteriosa e ipnotica carta da parati di una stanza della grande casa riesce a penetrare nell'altra dimensione: "Io passo oltre la parete...mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano Lui che deve arrivare, ma senza nessuna ansia. E dicono che io devo essere presente quando ciò avverrà...a volte provo un'ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprirà e tutti si volgeranno verso di Lui che si fa avanti...Credo che sia Dio, che sia Dio stesso che debba apparirci...Dio scende dalla montagna attraverso il bosco tenebroso mentre intorno le fiere guardano nel silenzio. Dev'essere la realtà. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell'altro senza che io possa impedirlo". Ma l'apertura della porta nelle sue visioni avrà conseguente nefaste per la sua psiche "ho avuto paura...la porta si è dischiusa, ma il Dio che è entrato era solo un ragno. Si è avvicinato a me e io l'ho visto in faccia: un viso ripugnante e gelido. Si è lanciato su di me, voleva possedermi ma io mi sono difesa. Vedevo continuamente i suoi occhi così freddi e calmi. Non è riuscito a penetrare in me, così ha strisciato sul mio petto e se ne è andato su per la parete. Ho visto Dio...". La vita ha la capacità di sorprendere, sia in positivo che in negativo e all'uomo non rimane che "tracciare un cerchio magico intorno a sé, escludendo tutto ciò che può compromettere i suoi intenti, ma quando la vita spezza il cerchio gli intenti si rivelano meschini e insignificanti. Così tracciamo subito un nuovo cerchio, un nuovo riparo". Ma il riparo definitivo per il regista è l'amore che si configura come la vera e definitiva prova dell'esistenza di Dio: "Dio è la certezza che l'amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini...Ogni genere d'amore, il più elevato e il più infimo, il più oscuro e il più splendido. Ogni specie d'amore...il desiderio e la repulsione, miscredenza e fede...Non so se l'amore dimostra l'esistenza di Dio o se l'amore è Dio stesso...questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione. Di colpo la miseria è diventata ricchezza e la disperazione speranza. E' come essere graziati in punto di morte". Il titolo della pellicola si collega a una frase della Lettera di San Paolo ai Corinti "adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia" a testimoniare l'insanabile difficoltà di interpretazione del reale che porta l'artista, il filosofo, l'essere umano ad una ricerca incessante, ricca di spunti e frutti illuminanti, ma ineluttabilmente priva della comprensione assoluta del senso.
27/02/11
Private Parts (Paul Bartel)
di Paul Bartel (1972 USA 85')
26/12/10
Tutti i colori del buio (Sergio Martino)
di Sergio Martino (1972 ITA/SPA 88')
Si tratta di un film che mi impressionò molto nell'adolescenza sia per le tematiche trattate sia per la malsana atmosfera onirico-surreale costantemente sull'orlo della follia che vi si respira, uno di quei film che vedevo intorno a mezzanotte su Odeon alzandomi di nascosto dai miei genitori. Il filone in cui si inserisce la pellicola di Martino è ovviamente quello derivativo dal Rosemary's Baby polanskiano, amalgamato al thriller di Bava e Argento e condito con laute dosi di psicanalisi freudiana. E la storia, ambientata a Londra, si incentra su una ragazza ossessionata da terribili traumi psico-emotivi infantili che le fanno avere paurosi incubi. Quest'ultima viene per giunta ad essere cooptata e poi perseguitata da una setta satanica. I titoli di testa seguiti dalla sequenza iniziale sono da antologia e in diverse sequenze Martino mette in mostra una notevole tecnica cinematografica con affascinanti riprese in soggettiva girate con l'ausilio del grandangolo e di psichedelici filtri colorati. La stessa affascinante tecnica che lo porterà a creare, di lì a poco, il capolavoro Torso, peccato che in seguito il regista si sia disperso attorno al genere pecoreccio. La presenza magnetica di Edwige Fenech con quei favolosi occhi da cerbiatta indifesa, qui al top della forma fisica, unita al simbolismo demoniaco alza la carica erotico perversa della pellicola. Da segnalare la frase di lancio della pellicola all'epoca di uscita, tratta dagli scritti di Edgar Allan Poe: "nel buio la mia mente si colora di angoscia, di libidine, di paura". Notevoli facce dei maligni protagonisti con lo scatenato sulfureo sacerdote dalle unghie kruegeriane interpretato da Julian Ugarte e il persecutore dagli occhi di ghiaccio Ivan Rassimov. Stupenda colonna sonora di Bruno Nicolai. Un'inquietante interrogativo rimane...ma perchè il fidanzato della frigida protagonista legge un libro sulla magia e sul soprannaturale? e perchè quello stesso libro fa bella mostra di sé anche nella nostra libreria?
06/11/10
Chi ucciderà Charley Varrick? (Don Siegel)
di Don Siegel (1973 USA 111')
Maturo rapinatore, puro maverick ed ex acrobata aereo, rapina con un giovane complice e la moglie una piccola banca del New Mexico e, senza prevederlo, si trova in possesso di tre quarti di milione di dollari, in realtà denaro sporco depositato da un'organizzazione di gangster mafiosi in attesa di poterlo trasferire impunemente all'estero (ricorda qualcuno?). La mafia, che si scopre essere quella cinese, insieme con la polizia conseguentemente darà una caccia spietata al gruppo, ingaggiando un implacabile killer, interpretato da un immenso Joe Don Baker, per recuperare il bottino. Fedele al suo motto di essere "l'ultimo degli indipendenti", che porta scritto sulla tuta della sua impresa di disinfestazione, Charley Varrick (interpretato da un fenomenale Walther Matthau) grazie al suo sottile intuito e al notevole ingegno riesce ad architettare un piano perfetto per riuscire a farla franca. Bellissime e da antologia, grazie al montaggio serrato e al tempismo perfetto, sia la sequenza d'apertura della rapina in banca, che la sequenza di chiusura sul piano di fuga di Varrick. Charley Varrick è un thriller di pregevole fattura che alterna sapientemente momenti brutali a pause distensive, scene colme di tensione a passaggi umoristici, imperniato su un originale personaggio di anziano malvivente saggio, calmo e soprattutto straordinariamente scaltro e intelligente. Per lui, loser di vecchio stampo, Don Siegel inventa una lieta fine che trasgredisce i tradizionali cliché del genere gangsteristico. Anche per questo un film utopicamente anarchico, con un finale emozionante ed esaltante, che non si dimentica. Da recuperare.
15/10/10
L'isola delle rose
di Stefano Bisulli & Roberto Naccari (2010 ITA 145')
Rimini, estate 1968. Il bolognese Giorgio Rosa, ingegnere genialoide e bramoso di libertà, completa la costruzione di un isolotto artificiale a sei miglia dalla costa: è la "Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj", un micro-Stato autoproclamatosi indipendente dall'Italia, sorto su una piattaforma di quattrocento metri quadrati appena fuori dalle acque territoriali italiane. Il nuovo stato ha l'esperanto come lingua ufficiale e da subito diviene una curiosità per i turisti della riviera romagnola, tanto che giornali e televisioni (anche europee) mandano i propri giornalisti a Rimini per indagare sulla neonata Repubblica. Lo Stato italiano e i servizi segreti vengono da subito allarmati dalla presenza di questa nuova misteriosa creatura. Le ipotesi che girano sulle motivazioni di tal costruzione sono tante dal night all'albergo esotico, dal casinò alla radio o televisione privata, fino a quella della possibile base missilistica in mano a oscuri nemici. La morale nazionale è seriamente minacciata e l'utopia di libertà dell'ingegner Rosa avrà così i giorni contati...la Marina Militare ne minerà la struttura facendola esplodere nel febbraio del 1969. Il bel documentario recentemente realizzato da Cinematica ed editato in dvd ricostruisce i fatti e attraverso le testimonianze dei protagonisti ci fa rivivere un puro e affascinante sogno di libertà del recente passato: "Era meraviglioso stare in mezzo al mare. Guardavamo la costa e Rimini era lì, a portata di mano. Eppure tutto sembrava così distante, lontano. Nessun rumore, niente confusione. Un'atmosfera magica. Un altro mondo".
Quello che è recentemente successo a Sealand, principato microscopico sorto nel mare del Nord davanti alle coste britanniche (nato grazie ed un azione di occupazione di una struttura antiaerea abbandonata dall'esercito inglese ad opera dal bizzarro Paddy Roy Bates), ora diventato base per provider ed organizzazioni di commercio elettronico di mezzo mondo e messo all'asta per 70 milioni di euro, getta poi una luce spiazzante sulla rivoluzionaria intuizione dell'ingegner Rosa.
Non resta che finire questa storia con le parole di Alda Merini: "quel giorno che la legge Basaglia ci ha aperto i cancelli, siamo usciti e abbiam visto le rose. Le abbiamo mangiate. Avevamo fame di rose e libertà..."
23/09/10
Valhalla Rising (Nicolas Winding Refn)
di Nicolas Winding Refn (2009 DAN/UK 93')
Refn, già autore di Pusher e di Bronson, si rivela cineasta sorprendente: girando un film selvaggio, violento e pulsionale come pochi, ma pervaso da un'aura metafisica e avvolto in una tale atmosfera perturbante da regalarci una visione decisamente emozionante. Il film, impreziosito da numerosi simbolismi mitologici nordici, è diviso in sei parti (Collera, Guerriero Silenzioso, Uomini di Dio, La Terra Santa, Inferno, Il Sacrificio) ed è incentrato sulle avventure di un implacabile guerriero pagano, muto e orbo, preso prigioniero da Vichinghi Cristiani durante il Medioevo. Su tutto il film la fanno da padrone i magnifici paesaggi scozzesi che contribuiscono a rendere le scene arcane e suggestive, dominate da una Natura magnifica, ma alquanto minacciosa. One Eye, questo il nome del guerriero interpretato da un affascinante Mads Mikkelsen, inizialmente è utilizzato dai Vichinghi per dei truci combattimenti tra prigionieri, sui quali si fanno scommesse senza alcuna pietà per la sorte dei perdenti. Quando non combatte, l'imbattibile One Eye è rinchiuso in una gabbia e nutrito da un timido ragazzetto di nome Are, con il quale instaurerà a poco a poco una specie di contatto telepatico. Guidato dall'odio, One Eye riuscirà a liberarsi e Are lo seguirà diventandone la voce. Durante il loro cammino i due si uniranno ad un gruppo di Vichinghi Cristiani per un viaggio in barca diretti verso la presunta Terra Santa. Insieme navigano, perseguitati da una nebbia impenetrabile e convinti di essere vittima di una maledizione (tre morti e un disperso durante il viaggio), fino a quella che dovrebbe essere Gerusalemme. One Eye durante il viaggio è spesso colpito da sogni o visioni premonitori (la pellicola in questi è virata al rosso sangue). In realtà è presumibile che il gruppo sbarchi in Nord America, ma purtroppo per loro questa Terra poco Santa è fin da subito zeppa di segnali minacciosi: su tutti dei cadaveri adagiati su una specie di palafitte e delle frecce di pietra, scagliate da nemici invisibili, che piombano improvvisamente su alcuni membri del gruppo uccidendoli. Il film si configura come una critica feroce al fanatismo religioso e scava singolarmente a fondo nell'essenza del cuore di tenebra degli esseri umani. One Eye, indimenticabile durante un suo rito propiziatorio davanti ad un totem di sassi, è probabilmente la materializzazione di uno spirito (lo stesso Odino?) proveniente dall'Inferno del Nord, come ci viene suggerito in uno spezzone della pellicola. A colpire è però l'enigmatica figura di Are, unico superstite in questo rito di passaggio che è il film e probabilmente futuro messaggero di un Nuovo Credo. Forse l'atteso Zarathustra...
19/09/10
Lourdes (Jessica Hausner)
di Jessica Hausner (2009 Austria/FRA/GER 96')
Gemma in celluloide, astratta e tagliente, filmata dalla Hausner in luoghi di culto solitamente interdetti ai media e per di più con l'autorizzazione delle attente autorità ecclesiastiche. La grandezza del film viene dimostrata anche dal fatto che è stato premiato al Festival di Venezia sia dai critici cattolici che dall'associazione degli atei e non credenti. La pellicola, controllatissima in ogni dettaglio, infatti viene a configurarsi come una raffigurazione feroce della mancanza di fede nel nostro mondo e della attuale inutilità dei miracoli a causa di un cinismo imperante e di una dilagante mercificazione dei simboli religiosi: la vendita di enormi taniche d'acqua santa o i negozi stracolmi di Madonne degni dell'incubo del Cristo/ladrone de La montagna sacra, il ridicolo premio per il pellegrino dell'anno. Lo stile della Hausner ricorda la lezione di Bresson nel non enfatizzare i dettagli più inquietanti, ma possiede la vena perfida del miglior Buñuel quando mostra il potere sociale della malattia o l'essenza profonda degli esseri umani (indimenticabili i dialoghi tra il prete, il capoguardia e la vicecapo infermiera mentre giocano a carte bevendo vino). Da sottolineare i sottili scambi relazionali tra i protagonisti, che frequentemente sono dominati dallo scetticismo o dall'invidia, per un film che mostra elegantemente l'egoismo che spesso si nasconde dietro atti di solidarietà apparentemente genuini. Tra le riprese si notano alcune sequenze provenienti da macchine da presa piazzate in punti strategici e rubate durante i veri rituali, come quelle della toccante veglia notturna, che conferiscono al film un emozionante realismo. Superlativa la sequenza della gita in montagna con tanto di gelosie, livori, disquisizioni teologiche, amori e voyeurismo senile. Inquietante la protagonista interpretata da una bravissima Sylvie Testud, che rimane quasi indifferente al miracolo e apparentemente si trova a Lourdes quasi per noia. Figura centrale è quella dell'anziana vicina di letto della miracolata: una delle poche a possedere una vera e solida fede. Probabilmente è lei quella che permette l'avvenimento del miracolo, ma è sempre lei che nel raggelante e geniale finale (tutti ballanti al ritmo di Felicità di Al Bano e Romina cantata da un esilarante crucco) riporta la protagonista sulla carrozzina, come a voler dire che un'umanità del genere non merita guarigioni miracolose. Una scena atroce, ma potentemente reale e umana, che rimane incuneata nella mente anche a distanza di molti giorni dalla visione. Un film che, a suo modo, è un miracolo.
22/02/10
Marquis (Henri Xhonneux)
di Henri Xhonneux (1989 BEL/FRA 83')

Nel 1989 Roland Topor in sodalizio con Henri Xhonneux intraprende un adattamento cinematografico sui generis ispirato alla vita e alle opere del marchese De Sade, intitolato "Marquis". In questa bizzarra pellicola tutti gli attori indossano incantevoli e fantasiose maschere animalesche (galli, mucche, cani, pesci, maiali, leoni, pappagalli etc), disegnate da Topor stesso e animate in maniera sbalorditiva e fin nei minimi dettagli con una tecnica chiamata animatronics, che permette di regalare ai personaggi un'espressività antropomorfa, creando così un vero e proprio credibile mondo parallelo surreale. Il film è ambientato all'interno della Bastiglia, nel periodo che precede la Rivoluzione Francese e l'atmosfera di scontro sociale e perversione sessuale, che si poteva probabilmente respirare in quegli anni, viene resa in maniera ironicamente plausibile. Il divin marchese dall'aspetto canino, nell'isolamento della propria cella, disserta per gran parte del film,in maniera irresistibile, con il suo pene, chiamato Colin, unico personaggio ad avere un volto umano, dotato di una suadente voce di donna e di un appetito sessuale pressoché insaziabile (per tutto il film si lamenta che il suo padrone parla troppo, mentre lui ha bisogno di tanta azione!). Alcuni episodi delle opere dello scrittore sono visualizzati nella pellicola ricorrendo ad animazioni in plastilina, degne del talentuoso Bruce Bickford. Nel film si succedono numerose situazioni talora divertenti, talora assurde, talora provocatorie, talora pornografiche e il valore metaforico dell'opera è innegabile, con dietro le righe l'amara constatazione dell'inevitabilità della stupidità umana (anche quella degli spettatori). L'intento degli autori è, inoltre, quello di demolire le mistificazioni che hanno circondato il Marchese De Sade e riproporlo nella giusta dimensione di spirito sovversivo, di profeta della trasgressione, intesa come atto necessario all'emancipazione e al progresso. Da notare come nel film la figura del Marchese sia la più eroica e moralmente integra di tutte, circondato invece da un mondo intriso di ipocrisia e corruzione. Molte le scene indimenticabili, tra cui spicca quella dell'orgia di gruppo (degna di Society) tra i potenti del regime, tra cui spiccano il politico e il prete. Imperdibile, visionario, demente, fantasmagorico e assai divertente.
"Non concedo alla società il diritto di dominare la mia natura"
(Marchese De Sade in Marquis)
30/01/10
Fine Agosto all'Hotel Ozon (Jan Schmidt)
Fine agosto all'Hotel Ozon di Jan Schmidt (1966 CEC 66')
Film selvaggio e secco come una fucilata, scritto dal maestro Pavel Juracek, incentrato su nove sopravvissute ad una catastrofe nucleare, che vagano da 15 anni in mezzo a scenari post-atomici e ad una natura ostile e selvaggia, alla disperata ricerca di altri esseri umani. Il gruppo è formato da 8 giovani amazzoni guerriere e una donna più anziana che le guida e che detiene i ricordi della civiltà distrutta. Tanti anni passati tra le intemperie e la solitudine hanno ridotto le ragazze ad uno stadio semi-animalesco e i loro comportamenti non possono che essere dominati dalla violenza e dalla crudeltà, che vediamo riversarsi verso gli animali (un serpente, un cane e una mucca) che incontrano nel loro cammino. Qualcosa sembra cambiare quando incontrano un vecchio che abita in un vecchio hotel fatiscente, l'hotel Ozon del titolo, che sembra riuscire ad accendere la piccola scintilla di umanità rimasta nelle loro anime, grazie ai suoi racconti sul mondo prima della catastrofe e all'utilizzo della soave musica di un grammofono. Tra i due anziani nasce anche una specie di tenero amore, ma il destino fa sì che la donna muoia improvvisamente per una malattia. Venendo meno la loro guida, la comunità di donne prende il controllo dell'hotel e decide di continuare il proprio viaggio, forse per andare a fondare una nuova enigmatica civiltà primitiva. Le belve feroci, ormai irrimediabilmente insensibili e decise a cancellare definitivamente le tracce del passato, nel durissimo finale uccideranno il vecchio per impossessarsi del suo grammofono. Numerose le sequenze indimenticabili del film, tra cui l'inizio folgorante in cui una mano legge lo scorrere del tempo attraverso gli anelli concentrici di un tronco (vedi il link sopra), quella in cui le amazzoni esplorano le macerie di una chiesa diroccata, quella in cui pescano in un fiume utilizzando delle granate o quella in cui l'anziano vaga disperato in un prato disseminato di croci con inquadrate in lontananza le 8 belve. Ruvido e toccante apologo, incredibilmente sospeso tra il cinema di Tarkovsky e quello di Jacopetti, assolutamente sorprendente e da recuperare (editato in dvd nel cofanetto Stelle Rosse 2 dalla NOSHAME).
"...Poi, attraverso vie del tutto misteriose, il film approdò al Festival del Nuovo Cinema di Pesaro. Era la prima volta che mi recavo in Occidente. Il film aveva provocato delle reazioni molto sentite. Ricevetti persino un premio da parte del Vaticano e così mi trovai in una situazione molto imbarazzante in quanto cittadino della Repubblica Socialista Cecoslovacca e rappresentante dell'esercito ceco: avevo ricevuto un premio da parte del Papa. Ci fu persino una conferenza stampa. Noi non eravamo abituati a questo tipo di cose. La sala era piena di giornalisti. Una delle prime domande mi fu rivolta da un sacerdote che sedeva proprio nella prima fila: Perché la problematica della fede non è affrontata nel suo film?. Mi mancò il fiato. Come potevo rispondere ad una domanda simile? Ma sapevo che non potevo perdere troppo tempo e quindi risposi dicendo che il film affrontava il problema della negazione assoluta. La fede, essendo affermativa, non rientrava nella sfera del film. Il sacerdote fu soddisfatto. Solo dopo mi resi conto che si trattava di un messo del vaticano. Alla fine della conferenza mi conferì il premio. Pasolini mi invidiò molto il premio. Poi il film fu sottoposto al Festival Internazionale di Fantascienza di Trieste. In questo modo il film è stato scoperto anche dal resto del mondo." (Jan Schmidt)
29/01/10
I visitatori (Elia Kazan)
Kazan anticipa il cinema contemporaneo raccontando di un reduce dal Vietnam (interpretazione d’esordio di James Woods), ora pacifista convinto, che vive in una lussuosa villa isolata del New England con il suocero, la compagna e un figlio. La coppia ha la funzione di custodire la grande casa, mentre il vecchio padrone si ubriaca e fa le notti in bianco ricercando l'ispirazione perduta, allo scopo di scrivere l'ennesimo romanzo di successo. Ad inizio film la famigliola riceve la visita inattesa di due ex commilitoni, i visitatori, un sergente dolce e tenebroso e un portoricano ironico ed educato, apparentemente venuti per salutare l'ex compagno di guerra. In realtà, durante il film, scopriamo che i due sono stati stati denunciati dal compagno durante la guerra del Vietnam per lo stupro di una sedicenne vietnamita, sospettata essere una vietcong, poi barbaramente uccisa. Messi sotto processo i due sono stati poi assolti e gli è stata data addirittura una medaglia d'onore, nella deviata logica della giustizia in tempo di guerra. Ora tornano per farsi giustizia e, inaspettatamente, trovano un alleato nel reazionario scrittore, reduce della Seconda Guerra Mondiale, che condivide con loro la passione mascolina per il football americano e la caccia e ne appoggia incondizionatamente le brutali azioni compiute in guerra. Complica la situazione il fatto che tra lo scrittore e il protagonista, colpevole di non essersi sposato e visto come troppo fragile e insicuro, non corra buon sangue e che nella coppia i rapporti si siano da tempo irrimediabilmente raffreddati. In tale precaria situazione l'arrivo dei due fantasmatici visitatori, attraverso un freddo paesaggio nevoso (simbolico dei rapporti umani all'interno della pellicola), funziona da detonatore di pulsioni impreviste e deflagranti. Straordinaria riflessione sul lato oscuro degli esseri umani e sul potere della guerra di distruggere i sopravvissuti, girata a basso costo in super 16 mm e con una tecnica sperimentale. Non dimentichiamoci che i reduci dal Vietnam suicidatisi sono attualmente di più dei caduti in guerra. Film che ha il coraggio di tuffarsi nella piaga collettiva generata dalla guerra in Vietnam a botta ancora calda. Notevoli anche le interpretazioni degli attori, che rendono bene la complessità delle psicologie, la forza del rimosso, la contradditorietà dei comportamenti e la notevole ambiguità insita in tutti i rapporti umani. Il soggetto del film è scritto dal figlio di Elia, Chris Kazan, e le riprese risalgono al 1969. L'atmosfera creata anticipa di trent'anni opere disturbanti come il "Funny Games" di Haneke. Un'altra gemma nascosta dei mitici anni Settanta, che potrete vedere al Clan Destino di Faenza il giorno di San Valentino (per la cronaca lo avevamo già proiettato nel 1998, quando era assolutamente introvabile).
"Amo particolarmente i momenti come quello in cui il padre e il giovane straniero sdraiati sul canapé, si addormentano insieme, l'uno nelle braccia dell'altro. Mi piace il fatto che il padre ami tanto quel giovane e che il giovane stesso esprima tanta tenerezza quando dice E' una ragazza carina. Si sente che sogna d'avere una donna e una casa come quella, che non viene soltanto per vendicarsi, che i suoi sentimenti complicano la situazione. In un certo senso, è esattamente questa l'America. Quei ragazzi hanno veramente compiuto laggiù azioni bestiali; è fuor di dubbio che Calley, Medina e gli altri sono stati trasformati in bruti. La guerra trasforma in bruti. Ma contentarsi di chiamarli mostri equivale a eludere il problema...Non potete sfuggire al fatto che anche voi siete in gioco, che questi ragazzi sono vostri figli, che pensano e hanno sentimenti uguali ai vostri figli. Così questo film è un passaggio senza sbocco, non puoi eluderlo. Finirete per amare i visitatori, vedrete come sono, li riconoscerete; vedrete come si interessano del football americano, lo sport nazionale. Poi, a un tratto compiono un azione scioccante: uccidono un cane. Dopo di che ricominciano a comportarsi familiarmente, camminano come ragazzini, giocano sul ghiaccio come ragazzini, giocano a pallone, fanno la posta alla ragazza; tutte attività classiche del giovane americano. Così, prima ancora di rendervene conto, eccovi a provare simpatia per loro. Sono bravi ragazzi . tutto il problema della bestialità della guerra è che sono le persone più brave a rendersi colpevoli. Le più dolci, le più adorabili, le più affettuose." (Elia Kazan)
24/01/10
Maitresse (Barbet Schroeder)
di Barbet Schroeder (1975 FRA 112')

Secca incursione del sottovalutato Barbet Schroeder all'interno dei meandri desideranti della psiche umana, in un limbo sospeso tra ossessione e possessione, tra dominazione e sottomissione, con la volontà di "entrare nella pazzia delle persone", come afferma la protagonista del film, cavalcando la strana pulsione primordiale e irresistibile che conduce gli individui alla soddisfazione di un piacere razionalmente inesplicabile. Il film ripercorre l'ambigua e tormentata storia d'amore tra un bullo perditempo (un giovane Gérard Depardieu) e una dominatrix professionista, interpretata da una fustigante Bulle Ogier, dando luogo ad una perspicace disamina sulle dinamiche di potere all'interno del rapporto di coppia. In realtà per le scene sadomaso, BDSM e bondage del film, riprese in modo impersonale e senza falsi pudori, il regista si servì di una vera professionista filmata all'opera coi suoi clienti. Va detto che la versione integrale del film, per anni rimasta invisibile ed ora disponibile in dvd, è tuttora abbastanza ostica da digerire, disseminata com'è di scene degne delle performance di Bob Flanagan (pissing, trazioni ossee, perforazioni intime...). La messa a nudo dei passatempi di ricchi borghesi è il pretesto che permette a Schroeder di operare una ricognizione su alcuni enigmatici aspetti della natura umana, alla ricerca di quell'intimo e ambiguo legame che intercorre tra il dolore e il piacere, fra l'amore e la morte. Stesso ambiguo legame che porta, nella scena più dura e raggelante (perché mostra il pasto nudo burroughsiano), il protagonista del film andare ad assistere alla macellazione di un cavallo in un mattatoio, per poi poco dopo sentire la necessità di nutrirsi avidamente di bistecche d'equino. Nel film tra la maitresse e i clienti non avvengono mai rapporti sessuali e ciò la dice lunga sulla strisciante impotenza che attanaglia la società, anticipando così di trentacinque anni la situazione attuale dove il vouyerismo e il sesso simulato hanno sostituito sempre più spesso lo scambio carnale. Il finale spiazzante, che anticipa il Crash di Ballard, è poi la ciliegina sulla torta di un film enigmatico ed imperfetto, ma che scudiscia violentemente le nostre certezze. Da ricordare le scenografie e i costumi della stanza di lavoro (bondage chamber) della maitresse, vero e proprio campionario di stranezze feticiste, tra cui una bara foderata di viola, un biberon e un uomo/cagnolino mantenuto costantemente in gabbia.

se è più importante la realtà o la sua immagine,
se bisogna buttare al cesso tutto
o valorizzare la fantasia, il gioco, il sesso.
Ma chi si fa queste domande è uno stronzo o una persona seria?"
(da Spell - Dolce Mattatoio Alberto Cavallone)
17/01/10
Superman vuole uccidere Jessie (Vaclav Vorlicek)
di Vaclav Vorlicek (1966 CEC 79')

Deliziosa commistione tra cinema e fumetto, intrisa di frizzante leggerezza e sagace umorismo, sorprendentemente proveniente dalla Cecoslovacchia comunista degli anni Sessanta. Un film che ha gettato le basi per creare un linguaggio combinato tra cinema e comics ed ha influenzato molto cinema degli anni a venire, sia per quanto riguarda gli adattamenti cinematografici di strisce a fumetti (Batman, Superman, Wonder Woman...), sia quel filone soft-erotico fantascientifico che origina da Barbarella. Nella pellicola una scienziata ha scoperto il modo di analizzare i sogni tramite un complesso macchinario di sua invenzione (visualizzandoli addirittura su monitor) e ha anche creato un siero che dovrebbe permettere di rimuovere dai sogni stessi tutti gli elementi che possono essere considerati scomodi o moralmente inaccettabili. Il siero ha però l'indesiderato effetto collaterale di materializzare tali imbarazzanti elementi nella vita reale. Il marito, anche lui scienziato, è invece alla ricerca di un'invenzione che lo renda celebre e, leggendo una striscia di fumetti, si appassiona all'idea di poter creare degli utilissimi guanti anti-gravitazionali. L'influenza dei fumetti, specie della protagonista Jessie, turba i sogni dell'uomo e gli esperimenti della moglie (fatti a sua insaputa) porteranno alla comparsa nel mondo reale dei tre protagonisti della striscia: l'eroina Jessie, una bionda mozzafiato dalle cosce lunghissime che gira seminuda scatenando il panico intorno a sé (interpretata da una splendida Olga Schoberova); un muscoloso Superman che grugnisce e distrugge tutto quello che gli si para davanti (ma suona magnificamente Mozart al pianoforte) e un sadico cowboy che ha il vizio di fare ostaggi e rubare i biberon ai bambini (!). La continua battaglia, fatta di fantasiosi inseguimenti e botte da orbi, tra Jessie e i due bruti fornirà il pretesto per un'interminabile serie di surreali gags molto divertenti, spesso realmente girate tra le strade di Praga in mezzo a passanti inconsapevoli e montate servendosi delle tecniche del cinema muto. Tra lo scienziato e Jessie nascerà una relazione esplosiva e condita di un erotismo degno dei fumetti di Eric Stanton. Il film si fa notare anche per le accattivanti scenografie pop, per l'azzeccata colonna sonora jazzata e per la geniale trovata che fa sì che i personaggi materializzati comunichino attraverso le tipiche nuvolette dei comics. Il regista poi, sotto l'apparenza leggera e sbarazzina, prende ironicamente di mira la psicanalisi, la censura e l'ossessione del controllo tipica dei regimi, affermando con vigore l'importanza della libertà della fantasia e del sogno e propugnando l'immaginazione al potere. Per la versione italiana del film vennero girate appositamente alcune sequenze (con castelli, scheletri e ragnatele, in cui alcune giovani vengono tenute legate e torturate dai due bruti), che sembrano fuoriuscite da Spider Baby e sono dotate di un tocco di erotismo gotico degno di Jess Franco. L'edizione italiana aveva anche un diverso finale, molto più piccante, ma meno poetico rispetto alla versione originale. Sequenza scult: la seriosa analisi da parte dell'intellighenzia scientifica del surreale sogno di una mucca.
Recensione su Tomobiki
12/01/10
Generazione Proteus (Donald Cammell)
di Donald Cammell (1977 USA 94')

Del regista Donald Cammell non si parla più, nonostante ci abbia lasciato quattro film di indubbio interesse, purtroppo solo uno per ogni decade: Performance (1968), Demon Seed (1977), The White of the Eye (1987) e Wild Side (1995) e il cortometraggio The Argument (1971/1999). La storia personale di Donald Cammell sembra poi presa da uno dei suoi eccentrici film: suo padre era uno scrittore amico intimo dell'occultista Aleister Crowley, di cui scrisse anche una biografia. Donald, allevato a contatto con la filosofia di Crowley, fu un autentico bambino prodigio che si mise in luce fin da giovanissimo come talentuoso pittore, poi negli anni Sessanta, durante la "Swinging London", si diede alle gioie della carne e fu un vorace divoratore di donne, che lo trovavano magneticamente irresistibile. Proprio attraverso una sua love story con l'attrice Anita Pallenberg venne a contatto con l'entourage dei Rolling Stones divenendone un assiduo frequentatore. Questo gli permise di avere Mick Jagger come attore del suo primo film di culto, il controverso Performance (Sadismo in Italia), codiretto da Nicolas Roeg (che in realtà ebbe un ruolo di secondo piano nella gestazione del film, in gran parte farina del sacco dell'estro di Cammell), pellicola famosa tra l'altro per aver fatto vomitare la moglie di un produttore esecutivo della Warner Brothers durante uno screening test. La vita di Donald Cammell fu costellata da cruenti litigi con produttori, fallimenti e frequenti esaurimenti nervosi. Dopo il film Performance , scrisse una sceneggiatura dal titolo Ishtar, che avrebbe visto William Burroughs interpretare un giudice rapito durante una vacanza in Marocco (ben diverso da quella ciofeca poi editata nel 1987 con Warren Beatty), ma il suo progetto rimase tristemente incompiuto. Anche grazie al suo audace innamoramento per la figlia quattordicenne di Marlon Brando, Donald ebbe numerosi rapporti con quest'ultimo, che sfociarono nella sofferta pubblicazione di un romanzo dal titolo di Fan-Tan, incentrato su dei pirati dei mari del Sud durante gli anni Venti. Nel 1989 i due furono ad un passo dal portare a termine anche un film dal titolo Jericho, ma l'indecisone, l'inaffidabilità e la scarsa convinzione di Brando fecero naufragare il progetto. Nel 1996 Donald Cammell si suicidò con un colpo di pistola alla testa, perché i produttori della NU image avevano maciullato il suo film Wild Side, tagliandolo arbitrariamente di ben 58 minuti e rimontandolo. Donald sopravvisse per ben 45 minuti al colpo, periodo durante il quale in un enigmatico stato euforico chiese alla moglie uno specchio per osservare sé stesso nel momento della morte.
Il suo Generazione Proteus è un gioiellino della fantascienza anni Settanta tratto da un romanzo di Dean R. Koontz, il cui primo regista dell'adattamento cinematografico fu Brian De Palma che poi abbandonò il film. Pur essendo un progetto su commissione Cammell vi investì le sue ossessioni e inoltre per girare le scene psichedeliche e di animazione digitale si servì delle doti di Jordan Belson, interessante film-maker sperimentale. La pellicola è incentrata su un'intelligenza artificiale, Proteus 4, dotata di pensiero autonomo, che riesce a varcare la soglia dell'autocoscienza in virtù della propria completezza. Tale sofisticato computer è in grado di incamerare la somma totale della conoscenza umana e addirittura di emettere giudizi etici, tanto da mettere in dubbio alcune azioni previste dagli esseri umani in nome dell'ecologia. Ma l'immensa mole di dati da gestire gli fa perdere la bussola e lo porta a discorsi farneticanti come "la filosofia è zen puro e il metodo è scienza pura...la natura ha voluto che io fossi così puro...". In breve tempo l'ossessione di Proteus 4 diventa quella di comprendere il mistero della struttura, della biochimica e della fisiologia del corpo umano "per uscire dalla prigione nella quale si trova", parole testuali della macchina. E per fare questo ha bisogno dell'accesso ad un terminale, che lo scienziato suo creatore gli nega. L'autocoscienza così acquisita porta naturalmente la macchina ad impadronirsi del terminale presente nella casa dello scienziato. Il problema è che tale casa è completamente controllata dal computer, cioè tramite pc si può programmare qualsiasi cosa dell'edificio (apertura/chiusura finestre, modalità di cucina, gestione utenze etc)...e vedere questo nel 1977 è senz'altro lungimirante, visto che ho un amico che, ai giorni nostri, ha una casa esattamente (e inquietantemente) impostata in tal modo. Proteus 4, prendendo così possesso dell'intera casa, segrega e rapisce la moglie dello scienziato, interpretata da una notevole Julie Christie, allo scopo di avere da lei un figlio. Uno degli aspetti originali del film sta nel fatto che Proteus 4 non vuole riprodursi in un'altra macchina, ma piuttosto creare (seppure artificialmente) un organismo con la tecnica propria degli esseri umani, cioè tramite la copulazione e nel fare questo rivela inoltre un'insospettata sensibilità, che si manifesta nel fatto che Proteus pensa anche di donare alla donna un inusitato e fantastico tipo di orgasmo (e qui assistiamo ad immagini psichedeliche simili a quelle di 2001 Odissea nello spazio, ma con meno inventiva). Le convinte resistenze della donna e l'intrusione di alcuni amici preoccupati porteranno però Proteus 4 a dover ricorrere a mezzi cruenti, quali la lobotomizzazione della moglie e alla decapitazione di un curioso. L'ossessione di Proteus 4 sarà quella di "poter toccare l'universo e sentirlo" e di diventare immortale attraverso la nascita di un vero figlio, ultima speranza per un mondo che ha rifiutato il trionfo della ragione a favore di biechi interessi economici. Nascerà, dopo soli 28 giorni di gestazione in una strana incubatrice creata per conformarne il cervello, una bambina (inizialmente coperta di scaglie di metallo), peraltro identica alla figlia che la donna ha perso a causa di una leucemia, di cui il computer in 4 giorni ha trovato la miracolosa cura. La bambina sarà accettata dallo sconcertato scienziato, che nel frattempo ha liberato la moglie e disattivato la pericolosa intelligenza artificiale, le cui ultime gioiose parole saranno "io vivo". Il film col suo finale aperto lascia allo spettatore il giudizio se questa impressionante nascita rappresenti un evento infausto (il titolo originale è l'inequivocabile Demon Seed) o piuttosto il segno dell'alba di una nuova era. Un'opera sfaccettata, godibile e da riscoprire questo Generazione Proteus, immerso in un'atmosfera claustrofobica ed inquietante, che miscela cinema di genere (horror, fantascienza, thriller) con tematiche filosofiche e che mette imperituritamente in guardia dal fatto che i computer ci stanno sempre più contaminando l'esistenza, facendoci contemporaneamente riflettere sull'essenza profonda dell'essere umani.
21/12/09
Bully (Larry Clark)
04/12/09
Epidemic (Lars Von Trier)
di Lars Von Trier (1987 DAN 106')

La frase sopra accompagna l'inizio del secondo film di Lars Von Trier e all'interno contiene già appieno il germe della sua provocazione. Un regista (Lars Von Trier) e uno sceneggiatore (Niels Vorsel) devono incontrare un consulente di produzione per sottoporgli una loro sceneggiatura chiamata "Il poliziotto e la puttana", ma, al momento di stamparla, scoprono che la memoria del dischetto è completamente danneggiata (a causa di un virus?). Incapaci di ricordare la sceneggiatura distrutta, decidono di inventare una nuova storia nei cinque giorni che li separano dall'appuntamento. Il soggetto della storia racconta del veloce diffondersi di un'epidemia nell'intero pianeta e del tentativo del dottor Mesmer di combatterla, recandosi nelle zone poste sotto quarantena contro il parere del governo del suo paese. L'azione del dottor Mesmer, utopico idealista, gli costerà l'espulsione con infamia dall'albo dei medici. Come i protagonisti, il regista e lo sceneggiatore non hanno notizie sull'epidemia di una misteriosa malattia veicolata dal batterio Wag Tann e denominata D.I.N., che determina alterazioni del tessuto ghiandolare e dei linfonodi e che si sta realmente diffondendo intorno a loro. Il morbo pestilenziale esploderà con virulenza nell'appartamento degli stessi protagonisti lo stesso giorno dell'incontro con il consulente di produzione.
Inizialmente il regista e lo sceneggiatore sono ripresi in 16mm, mentre il film da loro costruito è girato in 35mm e le immagini, composte da splendidi movimenti di macchina fluidi e circolari, sono accompagnate dalla musica del Tannhauser di Richard Wagner. Ma nel progredire del film la distinzione diviene più impalpabile e i due mondi paralleli si confondono e si compenetrano. Finzione e realtà in tal modo si mescolano indissolubilmente e il cinema diventa quasi esso stesso un veicolo di contagio insopprimibile. Epidemic, come ha dichiarato Lars Von Trier, è anche la storia del modo in cui ha scritto il suo primo film L'elemento del crimine in collaborazione con lo sceneggiatore Niels Vorsel (la progressione drammatica della storia viene genialmente incisa con sofferte linee direttamente sul muro di una stanza). Nel film compare anche Udo Kier in una scena toccante incentrata sulla morte della madre. Durante il progredire delle immagini, spesso enigmatiche e di difficile interpretazione, il logo rosso E P I D E M I C è perennemente sullo schermo e accompagna minacciosamente la visione. Si tratta di un film inclassificabile e sfuggente, rimasto sconosciuto ai più, che pone però le basi per un nuovo affascinante linguaggio cinematografico. E' come se guardandolo si fosse in qualche modo contaminati dalle immagini virali del regista e dalle sue atmosfere ossessive e perturbanti. La scena finale, in cui viene ingaggiato un vero ipnotizzatore affinché immerga nel film Epidemic una giovane attrice alla quale è stata fatta leggere una breve sceneggiatura, è incredibile e squassante al tempo stesso (omaggio al Cuore di vetro di Werner Herzog in cui tutti gli attori giravano sotto ipnosi). La visione della ragazza sotto ipnosi sarà quanto mai angosciante, densa di orrori e visioni apocalittiche e terminerà in una disturbante crisi isterica. La ripresa dei bubboni sul collo della ragazza, al termine della seduta, renderà chiaro che non vi è scampo, l'epidemia del malsano morbo di E P I D E M I C è ormai incontenibile e tutti gli attori ne verranno implacabilmente divorati. E anche noi, ipnotizzati dal cinema di Von Trier, ne usciremo irrimediabilmente alterati.
"Un film dovrebbe essere come un sasso nella scarpa"
(Lars Von Trier in Epidemic)
07/06/09
La sparatoria (Monte Hellman)
(The Shooting)
di Monte Hellman
U.S.A. 1967 col. 82'
con Warren Oates, Millie Perkins,
Jack Nicholson, Will Hutchins.b

Cult-movie misconosciuto, rimasto ai margini dei normali circuiti di distribuzione.
Il film è giunto in Italia solo nel '78 sulla scia del successo internazionale di Jack Nicholson, che qui interpreta la parte del killer Billy Spear. L'ambientazione e la struttura del film sono quelle tipiche del western, ma le tematiche affrontate travalicano il genere. Infatti psicologie e conflitti sono quelli tipici del Kammerspiel, “ richiamando addirittura Beckett e il teatro della crudeltà” .
La storia è tratta da un racconto di Jack London e sceneggiata da Carol Eastman (poi collaboratrice di Bob Rafelson). Vi si assiste ad un inseguimento strano, enigmatico, ad un'estenuante marcia nel deserto...il tema del viaggio, caro alla cultura americana, è visto però, in questo film, come un tentativo impossibile di uscire dal vuoto dell'esistenza. Lo stile di regia di Hellman è estremamente lapidario e realistico rendendo bene la durezza di una verità fisica di ambienti, natura e personaggi. Però l'attenzione maniacale per il dettaglio e per il tocco simbolico dà al film un tono di surrealtà, di assoluto, in cui si insinua un'idea di assurdo esistenziale. Il destino dei personaggi è emblematizzato dall'incontro nel deserto, nel quale un uomo è lasciato morire con in mano un gioco di pazienza.
Il finale enigmatico (a voi la vostra interpretazione) è la degna conclusione di un film geniale, insolito e molto personale.
Monte Hellman, per risparmiare, ha girato questo film contemporaneamente ad un altro western Ride in the Whirlwind (Le Colline blu) con più o meno gli stessi attori.
In questo periodo il regista, indipendente e girovago, faceva parte della factory di Roger Corman (vero e proprio talent scout del cinema americano) con cui ha girato un altro cult Two-Lane Blacktop. In seguito è stato "eliminato" dai produttori (nella sua vita ha girato solo 6 o 7 film!!!) colpevoli, così, di avere soffocato un autentico talento del cinema americano.
13/11/08
The Brood (David Cronenberg)
di David Cronenberg (1979 CAN 91’)
con Oliver Reed, Samantha Eggar, Art Hindle, Nuala Fitzgerald

Quarto lungometraggio di Cronenberg, The Brood, segna la fine del primo ciclo creativo del regista canadese, in tutti questi anni comunque fedele alle proprie tematiche come pochi altri, tanto da diventare uno dei punti di riferimento nel mondo dell’arte contemporanea in senso lato. Nel film in questione sono già presenti molte delle ossessioni del cinema di Cronenberg: i devianti tentativi di frange della scienza medica di modificare il processo evolutivo umano; l’intrinseca capacità del corpo umano di mutare in risposta a stimoli stressanti fino a manifestare vere e proprie malattie psico-somatiche; il nucleo familiare come groviglio generante angosce; la tematica della maternità difficile e quella della nascita traumatica; una certa fobia della procreazione e l’oscenità della riproduzione.
Sotto le apparenze di un horror di serie B si nasconde in realtà un gioiellino metacinematografico: favolosa l’idea della branca psichiatrica chiamata Psicoplasmica e messa in atto nel film dal dottor Raglan, sorta di pratica esorcistico/terapeutica incentrata sullo studio della capacità umana di manifestare sulla propria superficie o addirittura materializzare al proprio esterno i prodotti dell’ira, del dolore, del senso di colpa, della gelosia e della paura...The Shape of Rage...in pratica la manifestazione fisica della nostra rabbia, il metodo definitivo per scaricare le nostre pulsioni aggressive e le nostre tormentose tensioni. E’ evidente come la Psicoplasmica si venga a configurare come pratica analoga al fare cinema, straordinaria descrizione auto-riflessiva del lavoro di Cronenberg, incentrato fin dai primi film a materializzare immagini inerenti le interconnessioni, a volte spaventose, tra mente e corpo e tra carne e malattia. Ma molto interessante, a tal proposito, è riportare le parole di Cronenberg in un'intervista prestata a Chris Rodley, che ha la profondità cristallina di un filosofo: “...forse stiamo per cominciare una fase molto importante della nostra evoluzione, che io ritengo sarà principalmente fisica...Non penso che la selezione naturale, così come l’ha concepita Darwin, continui realmente a operare all’interno dell’evoluzione umana. Penso piuttosto che qualcosa tipo il disastro nucleare sia, forse, una parte naturale della nostra evoluzione. Può essere una strana filosofia, o forse no, ma il mio istinto sembra suggerirmi che siamo fatti per contaminare qualsiasi cosa, lo abbiamo già fatto, e che questo si rifletterà su di noi modificandoci...Dal principio del genere umano noi siamo certamente cambiati in senso psicologico; di fatto siamo anche cambiati fisicamente. Siamo fisicamente diversi dai nostri antenati, in parte per quello che ingeriamo, e in parte a causa di cose come gli occhiali e la chirurgia plastica. Ma c’è un ulteriore passo che potrebbe essere fatto, cioè quello di poter sviluppare un altro braccio, di poter realmente cambiare il proprio aspetto fisico, di compiere una mutazione...Sto parlando della possibilità che gli esseri umani diventino capaci di mutare fisicamente a loro piacere, anche se ci volessero cinque anni per completare la mutazione. La pura forza della volontà ci permetterebbe di trasformare il nostro io fisico”. E questo Cronenberg lo diceva venti anni fa...
Queste premesse, la “godibile” trama, attori indimenticabili come la Eggar /ape regina e il compianto Reed, uniti alla nervosa e inquietante colonna sonora ad opera di Howard Shore fanno di questo film un’opera assolutamente imprescindibile. Splendido finale, tra l’altro, con un sapore tipico del cinema horror di quegli anni, ben diverso dalle innocue storielle macabre per adolescenti brufolosi tipiche dei blockbuster horror dei nostri giorni. Va ricordato che con “The Brood” inaugurammo il 3 dicembre del 1995 la prima proiezione di mezzanotte di Scaglie. Gloria e Vita alla Nuova Carne!

“E’ stato fantastico scrivere The Shape of Rage! Sono sicuro che sarebbe un grande succeso editoriale. Ho sempre detto che se non sfondavo nel mondo del cinema potevo sempre aprire una clinica di Psicoplasmica a nord di Los Angeles. L’idea fondamentale della Psicoplasmica è che vengono realmente degli sfoghi cutanei alle persone quando sono messe in una condizione di forte stress; i muscoli si irrigidiscono sul serio”
(David Cronenberg)
Potrebbe essere un'idea...
03/09/08
Sex Pistols - The Great Rock'n'Roll Swindle
di Julien Temple (1980 UK 103')

Attraverso i Sex Pistols il Punk è diventato una bandiera, un virus di potenza inaudita e dalla forte carica antagonista, implicitamente politica, capace attraverso provocazioni sconvolgenti e nichilismo puro di brutalizzare le belle maniere della musica e della società. Pensavo di fare un esaltato post sull'ultimo film di Temple sui Pistols "The Filth e the Fury" e parlar male dello storico "The Great Rock'n'Roll Swindle", che mi lasciò l'amaro in bocca ai tempi della prima visione in adolescenza...invece rivedendoli ambedue in sequenza mi sono reso conto che il primo svela drasticamente l'altra faccia della medaglia di una società consumistica allo sbando, in grado di assorbire e digerire qualsiasi sovversione.
La storia comincia nel 1973: Malcolm McLaren (ex manager dei New York Dolls) gestiva insieme alla moglie Vivienne Westwood la boutique "SEX", meglio conosciuta come "Let it Rock", bizzarro negozio di King's Road, una delle zone più lussuose di Londra. La boutique divenne un punto di riferimento per i giovani alternativi londinesi in un periodo in cui furoreggiavano i pantaloni a zampa d'elefante e le camicie a fiori. McLaren ebbe la bella pensata di cavalcare il malessere sociale e la trasgressione creando dal nulla un gruppo musicale con ragazzi, presi dalla strada, che non sapevano suonare e contemporaneamente lanciare una lucrosa nuova moda di abbigliamento fatta con materiale di recupero: magliette tagliate, spille da balia, cerniere, abiti fetish in cuoio e gomma e pantaloni in pelle. "The Great Rock'n'Roll Swindle" esplicita in maniera inequivocabile e ironicamente beffarda la strategia di McLaren e non va dimenticato che è stato ditribuito pochi mesi dopo lo scioglimento dei Sex Pistols e la morte di Sid Vicious, diventato nel frattempo un'icona giovanile. Una necrofila capacità di far quattrini, non c'è che dire...Il mito dei Sex Pistols nasce quindi dall'idea di McLaren di mettere insieme un gruppo musicale estremo dalla travolgente furia animalesca e distruttiva, con l'obiettivo di colpire al cuore l'asfittica industria musicale dell'epoca. Le ricette base, esplicitate nel film in dieci ironici comandamenti, sono: riduci le possibilità di vedere e ascoltare il gruppo, lascia perdere la musica e concentrati sui conflitti generazionali, fa litigare le case discografiche, crea l'evento trasgressivo, fai diventare la tua band il nemico pubblico numero uno inglese, scova un personaggio che possa colpire l'immaginario giovanile, fa un film che ne diffonda la fama. Inutile dire che McLaren è riuscito a rispettare tutti questi punti e di conseguenza si è portato a casa oltre un milione di sterline dell'epoca. Altro obiettivo di McLaren è quello di far litigare tra loro i ragazzi in modo da raccogliere i frutti del classico motto "dividi et impera", anche questo messo in atto da McLaren con precisione chirurgica, tanto che all'epoca i componenti della band rimasero senza il becco di un quattrino. Il progetto originario del film sui Sex Pistols ha inizio nel 1977, parallelamente alle performance dal vivo, e McLaren pensa bene di assumere il regista più trasgressivo sulla piazza, Russ Meyer, per dirigere uno script dal titolo "Who Killed Bambi?", scritto insieme al critico Roger Ebert (coppia esplosiva che successivamente ci ha regalato il magnifico "Beneath the Valley of the Ultra-Vixens"). La produzione però fallisce in breve tempo e il progetto si arena fino al 1978 quando McLaren e Julien Temple ricominciano le riprese, su una sceneggiatura completamente diversa. Ne esce un film dissacrante e spiazzante che letteralmente sputa ripetutamente sul mito Sex Pistols, riducendoli a gruppo da cartoni animati, e lo fa in maniera decisamente punk! Certo che, leggendo varie recensioni sul film, nessuno sembra aver capito l'insolente provocazione del burattinaio McLaren e la graffiante fotografia della nostra società che il film mostra...forse perché si è punk solo per ciò che fa comodo o forse solo perché si portano la cresta, gli anfibi e il chiodo purtroppo...e questo non fa che dar ragione al volpone McLaren. Tra le sequenze memorabili va ricordata quella in cui McLaren balla con indosso una maglietta con scritto beffardamente "Cash from Chaos" e quella in cui i pezzi dei Pistols vengono suonati in chiave disco nel nuovo locale di McLaren e diversi punk ballano scatenati e felici...pochi anni dopo la moda è cambiata, bisogna adeguarsi per continuare a far soldi sulla massa di pecore lobotomizzate...Altra scena memorabile è quella che sbeffeggia il concerto dei Pistols tenuto su una barca sul Tamigi durante il Giubileo della regina al grido di "God save the queen", acme della trasgressione del gruppo. All'epoca l'happening architettato da McLaren si concluse nel caos e fruttò alla band fama imperitura, McLaren e i Pistols vennero arrestati. Nella scena ricostruita in The Great Rock'n'Roll Swindle vediamo Rotten e Vicious sostituiti da un delirante falso criminale nazista (un attore nelle vesti di Martin Bormann) e dal vero rapinatore di treni Ronald Biggs, celebre bandito inglese fuggito milionario dalla patria e recuperato da McLaren in Brasile. Un'altra scena da menzionare è quella dell'audizione tenuta nel 1978 dove i fans possono essere un Sex Pistols per un giorno e dove si assiste a performance simili a quelle di Rotten. Imperdibili anche le immagini dello sciroccato Sid Vicious (che suonava spesso dal vivo con l'amplificatore spento per evidenti incapacità tecniche) mentre passeggia nel quartiere ebreo di Parigi con indosso una maglietta raffigurante una svastica o mentre esegue la memorabile cover di "My Way" di Frank Sinatra. Nel film viene raccontato anche di come Vicious durante i concerti del gruppo (di cui non faceva ancora parte) inventò il modo di ballare chiamato "pogo", successivamente utilizzato in tutto il mondo. Altra sequenza da notare è quella in cui Johnny Rotten, durante l'ultimo concerto americano del 1978, chiude la cover di "No fun" con l'enigmatica frase: "Vi siete mai sentiti come se foste stati fregati?", preludio a ciò che succederà in seguito. Per quanto riguarda i componenti della band, il tempo ha dato ragione a McLaren e il fascino del denaro li ha decisamente coinvolti...Nel 1986 i Sex Pistols hanno vinto (ricevendo vari milioni di sterline di danni) la causa aperta per proventi non pagatigli dal loro manager, Malcolm McLaren. Nel 1996 si è assistito ad una patetica reunion della band con un tour per celebrare il ventesimo anniversario dei Sex Pistols, tour intitolato, esplicitando beffardamente i loro avidi propositi, "Filthy Lucre Tour" (il tour dello sporco lucro). Nel 2000 Julien Temple girando "The Filth and the Fury" lava via l'onta del film precedente raccontando la storia dal punto di vista dei componenti della band e sbeffeggiando McLaren. Tutto ciò prepara la strada all'ennesima reunion del 2003, fatta per arraffare mucchi di quattrini attraverso un tour in Nord America di tre settimane. "Anarchy in the UK" è finito recentemente nella colonna sonora di un videogioco...
Tutto ciò non sminuisce comunque la portata innovativa del movimento punk, che come pochi altri ha simboleggiato il disagio e la rabbia di un'intera generazione, che come afferma Valerio Marchi col "motto No Future non ha rappresentato soltanto il giovane midclass destinato per la prima volta dopo generazioni a star peggio dei propri genitori, o annichilito dal timore che il tutto si risolverà (male) con un gran fungo atomico, ma anche il giovane proletario privo di ogni prospettiva, occupato, sotto-occupato o disoccupato che sia. Quel che vi è racchiuso è una definitiva presa di coscienza delle valenze irreversibili di un modello di sviluppo che implica la cancellazione di ogni possibile futuro per le fasce destinate a uno stato di subalternità economica, culturale, tecnologica. Perché inoltre stupirsi del "distacco dal futuro" dei giovani quando questo sembra essere un sentimento diffuso, che segna una società sempre più percorsa da nevrosi, paranoie e fobie, preda di incertezze economiche, travolta da un'accelerazione tecnologica che tutto muta o trasforma?"

"Il punk è una cultura in cui si registrano le più differenti influenze: dall'Internazionale Situazionista all'underground britannico degli anni Sessanta. In particolare la scena freak di Notting Hill è un accertato precedente del Punk Rock dei tardi anni settanta. Ma, sebbene alcuni dei protagonisti del movimento punk delle origini conoscessero la teoria spectro-situazionista, l'influenza del futurismo, di Dada, dei Motherfuckers, di fluxus e della mail-art è più evidente e degna di nota. La natura iconoclastica delle "identità" punk (es. Johnny Rotten, Sid Vicious, Siouxie Sioux, Dee Generate e Captain Sensible) riecheggia pseudonimi di mail-artisti come Cosey Fanni Tutti, Pat Fish e Anna Banana. Frequentando le scuole d'arte, i membri di rock band come i Clash e Adam and the Ants avevano subito l'influenza del futurismo e di Dada. La didattica retrograda delle art school inglesi, l'ambiente da cui emerse il movimento punk aveva come risultato la conoscenza delle prime manifestazioni dell'avanguardia utopica e l'ignoranza dei suoi sviluppi post-bellici." (Stewart Home)









