Visualizzazione post con etichetta Programmazione Clan Destino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Programmazione Clan Destino. Mostra tutti i post

21/01/13

Programmazione cinema Febbraio 2013 Scaglie


Febbraio Cinema 2012 Scaglie
Mercoledì 6 Febbraio ore 21.30
The Keep – La Fortezza 

di Michael Mann (1983 USA/GB 96’)

La fortezza risulta essere, ad oggi, la prima e unica incursione di Mann nel genere fantascientifico. Tratto liberamente dal bel romanzo di F. Paul Wilson, questa pellicola è per certi versi più un film horror ideologizzato che un vero e proprio progetto di science fiction. Scritto dallo stesso regista, nonostante l’adattamento dal libro - o forse per questo? – difetta un po’ soprattutto a livello di sceneggiatura, dove dialoghi mistici e momenti onirici rendono la narrazione rarefatta. Diventato nel tempo un cult movies dei B-movies è apprezzabile la cura per i particolari scenografici, la splendida fotografia - costantemente immersa in una cortina di fumo biancastro - e la sapiente regia delle sequenze di suspense. Ancora una volta è possibile scorgere la cura di Mann per quello che è il lato umano dei suoi personaggi (anche se i tratti psicologici dei protagonisti, in alcuni casi, risultano poco più che abbozzati). Film complessivamente molto particolare, sperimentale e anomalo nella commistione dei generi, La fortezza vale per almeno due sequenze, dove l’uso del ralenty accentua e “marchia” le scene, anche grazie al contributo musicale molto “rock”.
Mercoledì 13 Febbraio ore 21.30
The Woman
di Lucky McKee  (2011 USA 111’)
Se dovessimo tracciare una linea comune tra i film diretti da Lucky McKee, quella linea comporrebbe la parola donna. Dalla solitaria May dell’omonimo film d’esordio alla timida entomologa protagonista di Creatura maligna (diretto per la serie tv Masters of horror), il regista americano, a più riprese, ha affrontato con coraggio e notevole creatività figure femminili complesse, riuscendo a miscelare con successo un’attenta costruzione psicologica, sequenze splatter e una buona dose di erotismo. L’ultima pellicola di McKee, “The woman”, sembra quindi la continuazione di un percorso ben definito e, al contempo, la sintesi di tutto il cinema del regista americano. A ricordarcelo c’è anche un titolo semplice e asciutto, quasi didascalico nel suo mettere in evidenza il tema centrale del film, ovvero la figura femminile.
Chris Cleek è un avvocato con la passione per la caccia. Con la sua famiglia (moglie, una figlia adolescente e un figlio dodicenne), Chris vive in una bella casa di campagna, vicina a un bel bosco e a un bel fiume, il posto ideale per il suo hobby. Durante una battuta di caccia, Chris nota tra la vegetazione una donna che vive in uno stato selvaggio, come un animale. Decide così di catturarla e di riportarla alla civiltà, incatenandola nello scantinato di casa ed obbligando la sua famiglia a contribuire all’educazione della donna. Da questo punto in poi si scatenano alcune dinamiche che fanno esplodere le solidi basi della famiglia Cleek: la figlia maggiore si chiude in uno stato di mutismo, il figlio è attratto dalle nudità della ragazza, mentre Chris instaura con lei un rapporto di violenze fisiche e sessuali, confortato dal doloroso mutismo della moglie.
”The woman” non è un film perfetto, ma un film che colpisce e funziona sino in fondo nella sua descrizione dell’orrore che viaggia su due binari paralleli ma ben distinti, per poi convergere in un finale deflagrante. Da un lato troviamo l’orrore della carne, quello delle torture che la donna è costretta a subire: qui il gore regna sovrano e McKee dimostra di avere un occhio brutale e rozzo nel descrivere con lucido terrore questi momenti di pura violenza grafica.
Sull’altro binario, invece, corre senza mai frenare, l’orrore quotidiano a cui è sottoposta la famiglia Cleek. E’ forse banale sottolineare come le sequenze più angoscianti siano contenute nel secondo gruppo, dove si fa notare l’attenta costruzione psicologica dei personaggi fatta in sede di sceneggiatura. Non tutto sta in piedi come dovrebbe e il film ha qualche calo di ritmo (anche a causa di un montaggio non sempre perfetto), ma il turbine disturbato ed erotico in cui McKee getta lo spettatore, ipnotizza e turba al punto giusto. La storia non procede senza intoppi, ma è il sanguinoso finale a risollevarne le sorti: inaspettato, doloroso, violentemente ironico e profondamente cinico, esso uccide le speranze, distrugge l’umanità e ritorna libero e selvaggio verso l’ignota profondità della foresta.

Mercoledì 20 Febbraio ore 21.30
Silent Souls
di Aleksei Fedorchenko (2010 Russia 75’)
“Silent Soul – Soltanto l’amore non ha fine” prende spunto da un racconto di Aist Sergeyev, “The Buntings”, e attraverso un ‘viaggio’, quello di Miron e Aist, che devono dare l’ultimo saluto a Tanya, la moglie di Miron, mostra allo spettatore le tradizioni di un antico popolo ugro-finnico, i Merja, oramai assimilato dalla cultura russa da quattrocento anni, di cui rimangono, come testimonianza tangibile del loro passato, solo i nomi di alcuni fiumi. Tanti i temi affrontati dal regista in questa narrazione solo all’apparenza semplice: l’elaborazione del lutto, il sopravvivere delle antiche tradizioni, la magnificenza della natura, il viaggio come metafora del mutare della vita, tutto avvolto da un’intensa tenerezza.Fedorchenko mostra come Miron e il suo amico Aist, egregiamente interpretati, nonostante vivano come un qualsiasi russo, per la cerimonia funebre di Tanya ritrovano la loro diversità, il piacere dell’osservare le loro antiche tradizioni. Tradizioni di un popolo che ha divinità da onorare, ma antichi rituali pagani da osservare nei momenti cruciali della vita, come la perdita di Tanja per i due uomini. I Merja credono intensamente nella potenza dell’Amore e nell’Acqua, quest’ultima una sorta di ‘origine’ alla quale tutti tendono a tornare, la morte per annegamento è infatti per questa gente la conclusione più grandiosa della vita. Il regista, da sempre dedito al riscoprire tradizioni e credenze delle etnie minori assimilate dal popolo russo, crea, grazie anche a studi minuziosi e analisi puntuali di reperti archeologici, un mondo parallelo in cui i due uomini si muovono. Magari ‘facendo fumo’, cioè parlando di Tanja per tenere vivo il ricordo, anche attraverso il racconto di dettagli della vita intima della coppia, per molte culture decisamente sconvenienti, qui proposti con tenerezza e nostalgia, mai con volgarità, come per omaggiare la donna e l’amore. Di particolare intensità e poesia i ricordi di Aist, la sua infanzia, la figura fuori dagli schemi di suo padre, la grande nostalgia che pervade ogni fotogramma.I movimenti della macchina da presa sono inusuali e coinvolgenti, e la fotografia (giustamente premiata alla 67. Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia con l’Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Fotografia) rende giustizia ad un paesaggio intenso e sconfinato, più che cornice, coprotagonista delle vicende. Simboliche molte inquadrature, come quelle che vedono i due uomini in macchina, ripresi da dietro, quasi a voler indicare che anche la strada che si intravede tra loro, fa parte del racconto. Il titolo originale “Ovsyanki”, significa zigoli, il nome della coppia di uccellini, piccoli passerotti, che accompagna le due ‘anime silenti’ durante l’ultimo viaggio.
Mercoledì 27 Febbraio ore 21.30
Rampage – Assassino senza colpa
di William Friedkin (1992 USA 97’)
Rampage è uno dei film più riusciti di William Friedkin,nonché uno dei più interessanti del panorama dei film sul tema dei serial killer.L’autore si pone la domanda su quale sia il limite tra la follia incontrollata dovuta all’insanità mentale e la fredda e calcolata premeditazione del killer seriale,cercando di esplorare ancora il male in modo profondo,e senza alcuna concessione alla spettacolarizzazione riesce nell’intento di scuotere il cinema dal suo sonno convenzionale per l’ennesima volta. In bilico tra thriller e legal movie,  Friedkin si pone come arbitro imparziale capace di dare la stessa attenzione al persecutore,cosi come al killer e alle vittime, 
riuscendo ad imbastire un discorso sempre ambiguo,disturbato,malsano e non privo di simbolismi tipici del suo cinema(si noti la somiglianza con l’esorcista per il suo climax).Nella parte che delinea i tratti dell’assassino Friedkin riesce molto bene nell’intento di rendere un ragazzo dal viso d’angelo(Alex McArthur) in un essere violentato nella sua apparente innocenza da mostri mentali inespugnabili e la cui provenienza rimane sempre ambigua,mai affrontata fino in fondo e che fa emergere la poetica del regista che idealizza un mondo in preda a mali ai quali non si riesce a dare una spiegazione tangibile:il rimando all’esorcista e’ forte anche da questo punto di vista, ove regan mc neal rappresentava un angelo posseduto da forze mostruose e insane che scuotevano lo spettatore dandogli un senso di perdizione,di resa e sconforto,dovuto anche nella capacità espressiva del regista di far valere fortemente la sua tesi con la sua forza espressiva, anche reece e un serial killer che viene sezionato in modo freddo dai medici e gli psicologi,e nonostante questo il suo male avanza in modo crudo,brutale,malsano e che scuote lo spettatore perbenista in cerca di una tesi accomodante come il cinema convenzionale americano (e non solo) sa ben fare,mentre l’intento di friedkin e’ di denudare lo spettatore di ogni certezza. Due momenti in particolare del film appaiono molto riusciti sul piano della messa in scena, il primo in cui i poliziotti si introducono nello scantinato di reece,dove la luce delle lampade scosse illuminano ad intermittenza gli altarini macabri dell’assassino (magistrale),l’altra è la scena del prete aggredito nella chiesa,forte e cruda come pochi sanno mettere in scena, ma in generale è soprattutto la fredda normalità del killer davanti alle proprie azione a risultare efficace.cinema capace di aprire squarci realistici con l’intento di mettere le dita nelle piaghe della società con tesi forti. Bella la colonna sonora di Ennio Morricone,che si sposa perfettamente in un finale di afflizione e di toccante senso di perdita. Ingiustamente ritenuto come un’opera minore è in realtà un cult.

23/12/12

Programmazione Scaglie gennaio 2013

Gennaio Cinema 2013 Scaglie


Mercoledì 9 Gennaio ore 21.30
Twixt
di Francis Ford Coppola (2011 USA 88’)

L’esecuzione del vampiro, il covo di streghe, undici bambini sgozzati, una gang di presunti satanisti ai confini della città. E non è finita: uno sceriffo burbero che custodisce il cadavere impalato di una bambina, e il di lei spettro che si aggira nei boschi chiedendo salvezza. 

In una parola “Twixt”, l’incubo di Francis Ford Coppola approdato in Europa sul palcoscenico del Torino Film Festival che lo ha scelto come evento di chiusura. C’è una sottile linea che separa l’horror dell’anima dal caos dell’anima e il regista de “Il padrino” vuole raccontarci la sua nuova storia lungo quei confini. Un budget di soli sette milioni di dollari gli permette di creare un esperimento visivo in territorio horror di indubbio fascino. 

Un viaggio allucinogeno nel mondo reale e in quello del sogno, due realtà destinate a incrociarsi e contagiarsi a vicenda. Dopo una prima mezz’ora ipnotica, Coppola sembra indeciso: continuare con il mistero o scegliere la logica narrativa classica. Edgar Allan Poe viene scelto dal regista come guida del protagonista all’interno dell’orrore. Lontano da Hollywood e con parte della critica che ormai non crede più nel suo cinema, Coppola non si preoccupa e continua a fare film personali, da duro e puro maverick.

Mercoledì 16 Gennaio ore 21.30
Beket
di Davide Manuli (2008 ITA 80’)

Commedia della solitudine in forma di itinerario geografico-esistenziale, un film non per tutti i palati: impegnativo alla visione, pieno di riferimenti, intelligente ma (consapevolmente) criptico. Per chi è disposto ad accettare la sfida, si tratta di una parafrasi del beckettiano "Aspettando Godot"; una versione "dinamizzata" che ha ricevuto premi della critica a Locarno. "Dinamizzata" nel senso che, invece di starsene fermi ad aspettare, Vladimiro ed Estragone (qui ribattezzati Jajà e Freak) per andare da Godot si mettono on-the-road per la strada che solca un paesaggio desertico. Ma incrociano un sacco di gente: Adamo ed Eva, un cowboy? Guest-star Fabrizio Gifuni, Roberto "Freak" Antoni degli Skiantos, Paolo Rossi (in immagine televisiva), Beckett manifesta ascendenze nobili (ci sono memorie del surrealismo), ma poi gioca con i codici e gli stereotipi del cinema di genere. Un divertissement strano - non tutti saranno disposti a trovarlo divertente - che nella bella fotografia in bianco nero di Tarek Ben Abdallah evoca il cinema di Ciprì e Maresco.

Mercoledì 23 Gennaio ore 21.30
Fuoco
di Gian Vittorio Baldi (1968 ITA 86’)

Amato dai "Cahiers du cinema" e boicottato dalla censura e dal mercato, Gian Vittorio Baldi è uno dei cineasti più anomali nella storia del cinema italiano e un autore impegnato nelle tematiche della marginalità individuale e sociale. Il suo itinerario di regista e produttore, nelle tensioni degli anni Sessanta e Settanta, è rappresentativo di quell'epoca di utopie e provocazioni.
"Fuoco!" (1968), definito da Morando Morandini "notevolissimo per rigore, adeguamento tra intenzioni e risultati, coerenza interna tra materia drammatica e forme in cui è espressa", viene presentato in DVD nell'edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna presso il laboratorio 'L'Immagine Ritrovata'.
Girato interamente in presa diretta, il film racconta un episodio inquietante ed enigmatico: un uomo, asserragliato nel suo miserabile appartamento con la moglie e la bambina, spara contro la statua della Madonna durante una processione religiosa. Nasconde in casa un arsenale e continua a fare fuoco alla cieca dalla finestra. Inizia l'assedio delle forze dell'ordine che si protrarrà per un giorno e una notte. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 1968, divenne subito emblematico del clima di violenta contestazione contro lo stato, la famiglia, la religione.

Mercoledì 30 Gennaio ore 21.30
The Pixar Story
di Leslie Iwerks (2007 USA 87’)

Non è un documentario come gli altri, questo the Pixar Story. Ha seguito un lungo percorso. Leslie Iwerks ha semplicemente cominciato a raccontare una storia che ancora doveva concludersi. Se sei saggio e vuoi fare un documentario, aspetti che la storia sia pronta per essere raccontata. Ovvero aspetti che, in qualche modo, termini. Questo accade di solito. Ma Leslie Iwerks alla saggezza preferisce di gran lunga l’audacia.
Così la regista segue tutte le volute della complessa vicenda Pixar. E per farlo ci mette un po’ di tempo: «Abbiamo cominciato a girare nel 2002» ammette la prolifica regista «e nel 2006 siamo riusciti a concluderlo. Credo ne sia valsa la pena, non credete?». L’applauso scatta sincero. Sincero perché, ancora una volta, la Iwerks coinvolge in una storia di grandi scommesse e sfide. Portate avanti con sana follia e poco raziocinio. Esattamente come quella che l’ha portata a girare il documentario. La coerenza, prima di tutto.  Tutto nasce da Tron. Più o meno. Dopo che il giovane regista John Lasseter lo vede si chiede: «Perché non possiamo farlo anche noi?!». Mi correggo. Non lo chiede a sé stesso, ma al suo capo alla Disney. Allora John prova a fare una timida animazione in 3D e la presenta al capo.  Il capo gli dà una pacca sulla spalla, gli fa un sorriso e torna nel suo ufficio. Il giorno dopo Lasseter viene licenziato. La troppa audacia alcune volte non paga. O forse Lasseter non aveva osato abbastanza. Insieme a un certo Steve Jobs, già milionario, e a Ed Catmull, un mega computer scientist, lanciano una poderosa sfida all’industria dell’intrattenimento: produrre e girare cartoni animati in 3D. Inizialmente utilizzano la nuova tecnologia per diverse scene in Bianca & Bernie nella terra dei canguri e ne La Bella e la Bestia (giusto per mostrare i muscoli e far vedere di cosa erano capaci). Presa fiducia nelle loro capacità e potenzialità cominciano a lavorare sul primo lungometraggio: Toy Story. Da qui è Storia. Monsters and co., Nemo, Gli incredibili, Up. Una storia di successi, premi Oscar e super incassi al botteghino. Quello che ci mostra la Iwerks è l’ardore, il credere ciecamente in qualcosa che non c’è e “make it happen”. Sia nel momento della creazione dal nulla della compagnia, sia nella sua piena affermazione. Pochi sanno che Toy Story 2 fu riscritto in un fine settimana perché le preview erano andate malissimo. Un’azienda che spinge sempre più in là il limite, che non si ferma ed è avida di stupirci, ancora una volta, nel buio delle grandi sale.

(recensioni tratte dal web)

16/12/12

Programmazione Cinema Clan Destino dicembre 2012


DICEMBRE 2012 - SCAGLIE

Mercoledì 5 dicembre
The Plumber - L'Uomo di stagno
(1979 AUS) di Peter Weir
Jill Cowper (Judy Morris) è un antropologa culturale e suo marito Brian un docente di medicina, insieme si sono recentemente trasferiti in un appartamento universitario di Adelaide. Jill viene interrotta nelle sue attività casalinghe e nei suoi studi dall’arrivo di Max, idraulico del condominio che gli dice di essere venuto per fissare i tubi in bagno, nonostante ella non abbia riportato in loro nulla di difettoso.“The Plumber” è stato apparentemente basato su di un incidente reale che era accaduto nella vita ad alcuni amici di Weir, a Londra. In molti aspetti, “L’Idraulico”, nella traduzione letterale italiana, è un film sui confini delle classi sociali. Il quale ci mostra come le persone possano essere troppo educate per dire di no e poi prima che se ne possano accorgere, imbattersi in qualcuno che non riconosce gli stessi confini che essi hanno calato nelle loro vite borghesi, conformiste ed “organizzate”, e che va oltre i limiti tra la cortesia e l’invadenza. In alcuni libri e saggi, “The Plumber” è stato recensito come un film thriller, ma più che altro ci si sente come nei continui scarti surreali di una delle commedie dell’assurdo di Eugene Ionesco
Mercoledì 12 dicembre
Bubba Ho-tep - Il Re è qui (USA 2002)
di Don Coscarelli
Divertente horror umoristico tratto da un suo romanzo breve omonimo. Scritto e diretto dal phantasmatico Coscarelli, Bubba Ho-Tep. Fedele nel rispettare la trama originaria, con i lunghi dialoghi infarciti di un vocabolario osceno ma irresistibile. Basti infatti dire che Elvis ha un bubbone pieno di pus sul pene, e non perde secondo per ricordarlo a se stesso e allo spettatore, usando di volta in volta espressioni sempre più volgari e, nella sua amara realtà, divertenti. Allo stesso modo, anche i metodi usati dalla mummia per risucchiare le anime, sebbene non approfonditi come nel romanzo, seguono lo stesso procedimento per via rettale, senza apparente ansia da censura pronta a mutilare il coraggio ostentato. L’ironia pervade l’intera pellicola, sia nella caratterizzazione dei personaggi (Elvis è stanco, sessualmente frustrato e ossessionato dal suo pene; Jack è trascinante nella sua convinzione di essere il presidente Kennedy). È necessario però far presente quanto la componente comica sia controbilanciata da un’insospettabile quanto amara analisi della terza età, effettuata attraverso i numerosi approfondimenti psicologici di Elvis e Jack. Accompagnati infatti da una colonna sonora di rock sinfonico strabiliante, i molti momenti di riflessione interiore del Re offrono spunti di pensiero e occasioni di pura e semplice commozione, grazie anche all’intensità elargita dalla prova di un immenso Bruce Campbell (L’armata delle tenebre, My Name is Bruce, Il mistero del bosco, La Casa).
Mercoledì 19 dicembre
La ballata del boia (SPA-ITA 1963)
di Luis García Berlanga
Trattasi di un film a modo suo mitico, sempre citato come uno degli esempi meglio riusciti di cinema spagnola, se non di resistenza, almeno di fronda al franchismo trionfante. Uno sberleffo, un grotesque che, dopo la sua anteprima e il successo al festival di Venezia nel 1963, trovò parecchi ostacoli in patria finendo stritolato dalla censura e restando invisibile per qualche anno. La storia è un perfetto esempio di surrealismo quotidiano iberico, scritta dal regista Luis Garcia Berlanga insieme a quel talento parecchio corrosivo che era Rafale Azcona, ma anche con la collaborazione del nostro grandissimo Ennio Flaiano. Di italiano c’è anche il protagonista, un perfetto Nino Manfredi in uno dei suoi ruoli di uomo qualunque stritolato da forze più grandi di lui. La storia: José Luis ha messo incinta e poi sposato la figlia di un boia. Causa ristrettezze economiche, è costretto a prendere il posto del suocero quando costui si ritira. Per anni non deve esercitare, ma un giorno viene chiamato a fare il boia e si troverà al cospetto della terribile garrota, lo strumento iberico delle pene capitali. Ballando molto spagnolescamente, controriformisticamente, surrealisticamente con la morte. Da vedere, sicuro.
Mercoledì 26 dicembre
I ragazzi del massacro (ITA 1969)
di Fernando Di Leo
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Giorgio Scerbanenco, il film è il primo noir del regista Di Leo, celebre anche per la sua Trilogia del milieu. Alla scuola serale di Milano Andrea e Maria Fustagni, un gruppo di undici ragazzi, per lo più delinquetelli e piccoli criminali di strada, tra i tredici e i vent’anni, uccide brutalmente la maestra Matilde Crescenzaghi senza un motivo apparente. La polizia comincia ad indagare sull’omicidio, ma senza trovare elementi chiari o sufficienti per far luce sulla misteriosa faccenda. Pressato dal giudice istruttore che vuole far archiviare il caso, ma preso anche da rimorsi e dalla propria coscienza di poliziotto, il questore Luigi Càrrua affida il caso al commissario Duca Lamberti (Pier Paolo Capponi), suo amico e collaboratore. Quest’ultimo comincia a sua volta ad indagare, rimanendo colpito dalla brutalità dell’assassinio, e comincia a supporre che si possa trattare di una vendetta personale. Lamberti insiste con Càrrua per interrogare a modo suo i ragazzi e, trattandoli duramente, con metodi coercitivi come l’utilizzo dell’anice lattescente a scopo intimidatorio e l’uso un linguaggio piuttosto minaccioso e gergale, inizia pian piano a giungere a conoscenza di elementi importanti: uno dei ragazzi era omosessuale e per questo non ha potuto prendere parte al massacro, e alcuni alunni usavano spesso recarsi illegalmente in Svizzera per contrabbandare sigarette e stupefacenti. Si giungerà presto alla verità...


25/10/12

Programmazione cinema Scaglie Novembre 2012


Novembre Cinema 2012 Scaglie
Mercoledì 7 Novembre ore 21.30
George Harrison Living in the material world
di Martin Scorsese (2011 GB 208')
Applaudito in tutto il mondo, il film di Scorsese è prima di tutto il racconto di una splendida epopea, un’esperienza straordinaria e sfuggente, gli otto anni che hanno cambiato la storia della musica pop: quelli della rivoluzione culturale dei Beatles e del loro successo immortale, cui Harrison contribuì con brani tra i più amati della band (su tutti citiamo “Here Comes the Sun” e “Something”, che fu definita da Frank Sinatra «la più bella canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni»). Ma è anche la storia di un uomo, dopo il 1970, in viaggio verso l’impegno umanitario (nel 1971 si fa promotore del “Concerto per il Bangladesh”, che sarà il modello per tante iniziative benefiche future) e una spiritualità sempre più intensa che avrebbe segnato tanto la sua vita quanto la sua musica, portandolo in contatto con la tradizione indiana fino alla conversione all’induismo (alla sua morte, a 58 anni nel 2001, le sue ceneri saranno sparse nel Gange). Per ripercorrere questa storia di musica e vita, George Harrison living in the material world si avvale delle testimonianze, oltre che dello stesso Harrison, di chi gli è stato più vicino (dalla vedova Olivia, produttrice del film, al figlio Dhani), degli altri Beatles e di personaggi come gli amici e colleghi Ravi Shankar e Eric Clapton. E ancora: Jackie Stewart, Terry Gilliam, George Martin, Jane Birkin, Yoko Ono, Klaus Voorman, Phil Spector, Tom Petty.
Testimonianze che, insieme a quasi quattro ore di grande musica, cinema, materiali di repertorio inediti (oltre 600 le ore di filmati messe a disposizione di Scorsese da Olivia Harrison), contribuiscono al racconto di un’icona immortale, offrendo autentiche “rarità” ai suoi fan e ai beatlesiani di ogni età.
Mercoledì 14 Novembre ore 21.30
Hearts of Darkness
di Eleanor Coppola  (1991 USA 96’)
Un piccolo gioiello che racconta l’odissea di Francis Ford Coppola durante la realizzazione di Apocalypse Now: 238 giorni di riprese dove la megalomania del prestigioso regista sconfina in una patologica crisi di onnipotenza, aggravata dalle innumerevoli catastrofi naturali, politiche, artistiche, produttive e umane che si abbatterono sulla troupe come in una sorta di maledizione o sortilegio, rischiando di far naufragare la produzione e lasciare sul lastrico Coppola, all’epoca da poco celebrato con il premio Oscar per Il padrino. Hearts of darkness: Diario dall’apocalisse non è da confondere con un making of perché qui i dietro le quinte, le curiosità, i tic e i dubbi artistici, le vicende personali degli attori e la vita sul set, la logica del denaro e le scommesse produttive si fondono in una narrazione che ha il fiato del grande racconto. La storia infatti, alternando recenti interviste ai protagonisti e splendidi filmati girati dalla moglie del regista, Eleanor Coppola, all’epoca della lavorazione, riesce a mettere in scena il profondo mutamento che la realizzazione di Apocalypse Now ha scavato nelle vite di coloro che vi presero parte. I confini tra realtà e finzione nel documentario si fanno così sempre più labili, le ossessioni dei personaggi si trasferiscono negli interpreti e in chi li guida, e Diario dall’apocalisse diventa uno di quei pochi ed eletti “documentari dal set” che inevitabilmente finiscono per confondersi con le pellicole finali arrivate in sala, rappresentandone non solo un’integrazione, un retroscena, ma anche un’irrinunciabile appendice. “Può sembrare un’esagerazione, una trovata pubblicitaria – e il parallelo fra le manie di grandezza di Coppola e quelle del suo personaggio Kurtz è diventato un luogo comune usurato. Eppure, è fortissima l’impressione che tutte le persone coinvolte nel film abbiano dovuto andare ben al di là del loro compito, immergersi nell’atmosfera malsana della giungla, percorrere loro stessi “il fiume”, come fanno i personaggi del film, per uscirne rinnovati, purificati. Martin Sheen che verrà colpito da un infarto a metà delle riprese. Sam Bottoms che ammette, senza problemi, con il disincanto di chi, nonostante tutto, è diventato adulto e guarda con divertito distacco alle proprie ragazzate, di aver assunto droga durante la lavorazione del film (e speed, un’amfetamina, durante la scena al ponte di Do Long). E poi Coppola stesso, ovviamente. Coppola con le sue crisi (“Sto girando un brutto film, pretenzioso”, “Questa è un’idiodissea”), con le sue secche creative (i tanti dubbi sul finale), le sue ambizioni senza freni (“Ho girato il film più volgare, il più spettacolare, emozionante, granguignolesco, sensoramico, pieno d’azione, eccitante, mozzafiato... c’è tutto, sesso, violenza, umorismo... perché voglio che la gente venga a vederlo.” Oppure, come riportato da John Milius: “Sarà il primo film a vincere il Nobel”). Ma anche il suo entusiasmo, la sua volontà di andare fino in fondo, il suo sforzo per trovare i finanziamenti. Anche il suo cinismo, quando necessario (“Se Marty [Sheen] muore. Voglio che tutto vada avanti senza problemi finché io non dico: Marty è morto”). Ed è questo impegno di tutti al di là dei loro stessi doveri (un impegno quasi maniacale, che ricorda quello dell’Herzog di Fitzcarraldo – film dai molti punti di contatto con Apocalypse Now) a permettere di superare un tifone (che distrugge i set – compreso il “tempio di Kurtz” a cui avevano lavorato seicento persone sotto la direzione di Dean Tavoularis), l’infarto dell’attore principale, l’impreparazione e le pretese di Brando (che arriva sul set senza aver letto il libro, e si rifiuta di recitare il copione e di venire ripreso in piena luce), i 238 giorni di riprese nella giungla delle Filippine con il caldo soffocante, l’umidità, il fango e gli insetti.”
Mercoledì 21 Novembre ore 21.30
Strange Circus
di Sion Sono (2005 GIAP 108')
Luci al neon colorato e tanto buio tutt’attorno: questo è il circo in cui ci ritroviamo catapultati insieme alla piccola Mitsuko. Persone strane con vestiti strani che fanno cose strane e che sembrano riflettere un mondo che non è poi così distante da loro. Mitsuko si tappa le orecchie per non sentire i gemiti di un passato che si manifesta prepotentemente in quel circo così strambo. Un passato idealizzato all’interno della custodia di un violoncello con un buco, il buco in cui guardava i suoi genitori mentre facevano sesso, obbligata da suo padre. E anche quando Mitsuko è costretta a passare dalla custodia al letto, la sua visione delle cose non cambia: i suoi occhi diventano quelli di sua madre e adesso è lei quella rinchiusa nella custodia, a guardar(si), sua madre. Mitsuko ha gli occhi grandi, i capelli scuri e lucidi, Mitsuko assomiglia tutta a sua madre. Ma Mitsuko non esiste, perché è il personaggio del nuovo racconto di una celebre scrittrice erotica giapponese costretta su una sedia a rotelle. Il racconto piace agli editor, ma questo è solo l’inizio: il racconto continuerà, come non si sa. Non sappiamo nemmeno cosa si cela dietro il passato oscuro della scrittrice: quanto di quello che scrive è realmente accaduto?
E’ un oggetto strano questo “Strange circus”, forse l’opera più matura e completa del regista giapponese Sion Sono. Un film che inizia con incesti, molestie sessuali e che prosegue tra mutilazioni e ferite mai rimarginate, almeno a pensarci, non deve essere cosa facile da digerire (anche visivamente). I momenti di violenza dura e cruda non mancano di certo, ma Sono non riesce mai ad essere disturbante come Miike, prendendo una strada decisamente differente e, a tratti, più impervia. “Strange circus” è uno strano connubio tra brutalità ed innocenza, tra candore e violenza, metaforicamente rappresentate proprio dal circo, da sempre sinonimo di divertimento ma anche di ossessioni. E Sono usa proprio la struttura fisica del circo per costruire sopra il suo film, che sembra formare continue volute attorno al punto centrale attorno a cui inizia la storia.
Sion Sono (che è anche il compositore delle musiche del film, tra l’altro veramente ottime) illumina il film di un pop slavato e angosciante, dove il rosso alle pareti da vernice si trasforma in sangue e dove una grande ruota panoramica sembra trasformarsi in un enorme mostro alieno.
Un grande merito va anche a Masumi Miyazaki, attrice capace di rendere alla perfezione le molteplici personalità del suo personaggio grazie ad un’interpretazione stratificata e sottile.
Mercoledì 28 Novembre ore 21.30
Driver l’imperdibile
di Walter Hill (1978 USA 91')
Il cowboy è un’autista al soldo del miglior offerente: con lui al volante ogni fuga dopo una rapina è assicurata. Sulle sue tracce c’è il detective, poliziotto ossessionato dal pensiero di mettergli le manette ai polsi.

Driver l’imprendibile vede la luce in piena “car-chase” mania, quando il cinema statunitense trabocca di pellicole con protagoniste quattro ruote e motori rombanti. Film come Vanishing Point, The Seven-Ups, Two Lane-Blacktop, Dirty Maru Crazy Larry e Gone in 60 Seconds sono già storia: un misto di poesia utopica, antieroismo solitario e rigurgito poliziesco che ha fatto la gioia dei cultori di b movie e non solo. Walter Hill (all’epoca al suo secondo film dopo lo stradaiolo-pugilistico Hard Times) entra di prepotenza tra le pieghe di un filone o presunto tale con la delicatezza di un elefante che si aggira in un negozio di cristalli. Vedere per credere il formidabile incipit: non un dialogo, nemmeno l’ombra di una battuta che sia mezza, 20 folgoranti minuti dove la definizione dell’ambiente cittadino, la scansione sulla scena dei personaggi portanti e il “cardiopalmico” inseguimento tra fuggiaschi e auto della polizia non può non ricordare i fatidici 9 minuti di Bullit, pietra miliare che il regista decide di omaggiare senza perdere tempo in fronzoli inutili. 

The Driver già consegna Hill alla storia del cinema, illustrando esaurientemente gli intenti di un autore in erba, intenzionato a dimostrare quanto la sua poetica si già pronta per diventare testo da analizzare. Contrariamente ad altre operazioni (I guerrieri della notte, I guerrieri della palude silenziosa, Strade di fuoco) Driver l’imprendibile non si pone un obiettivo verticale, un punto d’arrivo, una meta dal percorso vettoriale, bensì procede circolare, percorrendo all’infinito l’asfalto già segnato dai pneumatici stridenti: cacciatore e preda infatti, continuano a mordersi vicendevolmente la coda in cerchio, come anime arrese ad un destino indesiderato ma non per questo non rispettato e vissuto fino all’ultima goccia di sudore. Il western, già ridisegnato dieci anni prima nello spazio metropolitano da Don Siegel con L’uomo dalla cravatta di cuoio, permane come ispirazione riveduta e corretta (il protagonista porta il fittizio soprannome di “Cowboy” mentre gli interrogatori si svolgono in un bar, parente moderno del saloon), ma l’intento di Hill conduce la sua opera seconda addirittura oltre. Un gioco tra gatto e topo, dove la spersonalizzazione fumettistica delle psicologie attoriali non contempla nemmeno l’assegnazione di un nome, ma soltanto quella di un ruolo (nello specifico il pilota, il detective e la giocatrice. Il tutto decenni prima di Le Iene) circoscritto da compiti che non prevedono che il personaggio possa permettersi di uscire fuori parte. Il resto sono le prime, impazzite schegge di un videogioco mortale, dove oltre al rischio e al crescente livello di difficoltà, viene aggiunta la variante dell’inganno, certificata dall’accordo tra il detective e un criminale qualunque al fine di incastrare, a costo di giocare sporco, il Cowboy. Driver l’imprendibile rappresenta il fiore all’occhiello di uno spaccato di cinema irripetibile e irreplicabile; fa tenerezza riguardarlo ora (magari assieme a Strade Violente di Michael Mann) e pensare che c’è qualcuno capace anche solo di avvicinargli - Drive di Nicolas Winding Refn.
(tutte queste recensioni prese in prestito dal web)


01/04/12

Programmazione Cinema Scaglie Aprile 2012

Aprile Cinema 2012 Scaglie


Domenica 1 Aprile ore 21.30
Compulsion
di Richard Fleischer (1959  USA 103’)
Il film rievoca il caso Leopold-Loeb, un fatto di cronaca particolarmente efferato e gratuito (l’omicidio che avrebbe dovuto essere “perfetto” commesso nella Chicago dei “ruggenti anni 20” da due adolescenti dell’alta borghesia, semplicemente per dimostrare la loro superiorità) che è già alla base della storia dalla quale prende spunto il “virtuosismo sperimentale” di “The Rope” di Alfred Hitchcock.
Il taglio di “Frenesia del delitto” è molto più giornalistico: Fleischer ci racconta non solo il fatto, ma anche – e molto di più — il “dopo”, concentrando gran parte della sua attenzione proprio sul processo che ne seguì e che occupò le prime pagine dei quotidiani per molto tempo. Ciò permette al regista  di unire all’analisi comportamentale che trae origine dalle aberranti teorie di una corrente di pensiero specifica, avversabile e riconoscibilissima, quella analogamente significativa che lo porta a puntare lo sguardo sui meccanismi della giustizia e di soffermarsi anche sulle problematiche che riguardano un certo tipo di ribellione giovanile sempre e comunque di “contrapposizione” alle regole codificate della società e a volte anche a quelle della morale. Il tutto, inserito in un attento, documentato, fedelissimo “quadro” dell’epoca di riferimento.
Come si potrà evincere quindi, i temi trattati sono in effetti molteplici, e vanno ben oltre l’episodio narrato, poiché toccano argomenti che sono di “scottante attualità” ancora adesso (si veda l’appassionata requisitoria contro la pena di morte di un istrionico, eccessivo, ma come al solito superlativo, Orson Welles nell’ingrato ruolo dell’avvocato difensore, una “partecipazione speciale” significativa e pregnante che finisce — forse proprio per la debordante personalità dell’attore — per assumere caratteristiche di assoluta centralità nella rappresentazione).
Una pellicola molto ambiziosa (magnificamente sorretta dal solido mestiere di un abilissimo artigiano dell’immagine come Fleischer e dall’ottima sceneggiatura di Richard Murphy) che forse non centra perfettamente tutti gli obiettivi, ma che rappresenta comunque un importante tentativo di evoluzione del genere noir. Il film è comunque soprattutto un lucidissimo scandaglio sufficientemente “inquietante” e analiticamente documentato, della mentalità criminale e delle sue aberrazioni, che porta in primo piano il rapporto fra “colpa” e “castigo”. Ho già accennato alla possente caratterizzazione di Welles (l’avvocato Clarence Darrow) e a “quella” memorabile arringa con la quale riesce a salvare i due criminali dalla pena capitale con un esercizio dialettico di alto istrionismo, ma non vanno dimenticate le prove ugualmente maiuscole degli altri due protagonisti, gli assassini “indifferenti”, freddi e scostanti, persino provocatori, deviati da confuse quanto devastanti letture filosofiche, interpretati dagli allora giovanissimi, quasi esordienti, Bradford Dillmann e Dean Stockwell (da Cinerpublic) .
Domenica 15 Aprile ore 21.30
To’, è morta la nonna
di  Mario Monicelli (1969 ITA 89’)
Adelaide Ghia, titolare di una fortunata industria d'insetticidi, muore fulminata dalla corrente elettrica maneggiando un televisore. Intorno alla salma si ritrovano i figli Galeazzo e Costanzo, con le rispettive consorti e i nipoti Titina, Claretta, Carlo Alberto e Carlo Maria. Se, ad eccezione delle due ragazze, gli altri mirano soltanto a spartirsi avidamente l'eredità della anziana signora, Carlo Alberto, l'unico che le abbia voluto veramente bene, si intrattiene disinteressatamente al suo capezzale, scambiando con lei (la sola della famiglia a cui rivolga ancora la parola e che gli risponde con uno strano ticchettio) dotte citazioni riprese dai pensieri di Mao. Mentre il vero, e volutamente, responsabile dell'incidente capitato a sua moglie - il vecchio marito di Adelaide - trascorre serenamente il tempo nelle sue stanze, in compagnia della fedele, e forse amata, governante, i suoi parenti cominciano a eliminarsi l'un l'altro, finché è proprio "l'hippy" e contestatore Carlo Alberto a ritrovarsi padrone della ditta. Consultatosi rapidamente con la nonna, decide di accettare l'incarico, ma solo per continuare dall'interno la distruzione del sistema, sostituendo alle bombole di insetticida le bombe. Commedia nero-giallo-rosa con pizzichi di erotismo che ruota su una sceneggiatura scombinata cui collaborò, tra gli altri, anche un fine scrittore come Luigi Malerba. Anomalo tentativo di fare una farsa satirica con la cinepresa ferma senza attori comici. Insuccesso su tutta la linea. Per incassi un minimo storico nell'itinerario di M. Monicelli.
Domenica 22 Aprile ore 21.30
Il quarto tipo
di Olatunde Osunsanmi (2009 USA 98’)
Il film racconta i presunti fatti accaduti a Nome (Alaska), una comunità pare assediata da presenze aliene aduse a rapire diversi cittadini in apparenza semplici. Ma nessuno osa confessare le proprie esperienze, anche perchè tutti gli ADDOTTI non ricordano. Sanno di svegliarsi dopo le 3, di vedere un gufo (in realtà è una civetta), di vivere attimi di puro terrore, ma non ricordano in definitiva alcunchè. La psicologa Abigail Tyler  (interpretata da una secondo me sorprendente e bravissima Milla Jovovich), dopo aver visto il marito essere assassinato sul letto da qualcuno di cui non ricorda, inizia a comprendere che anche lei vive strane esperienze notturne, ma non riesce a ricordare distintamente. Tuttavia quando molti pazienti, in regressione ipnotica, iniziano a narrare strane visioni ed esperienze, si convince che qualcosa di "estraneo" ha invaso la sua vita e quella di altri. Lei stessa, sotto ipnosi, ricorda di stare sul letto dettando le sue memorie ad un nastro magnetico, per poi ricevere la visita di strani esseri, che si camuffano nei suoi falsi ricordi come una civetta, vista osservare ogni addotto alla finestra sempre prima di una violenza. Nel riascoltare il nastro in un momento successivo, Abigail scopre drammaticamente che subito dopo aver inciso sul nastro lancia delle urla di panico, e sente una voce terribile parlare in una lingua sconosciuta. Attraverso l'ausilio di un esperto di lingue, si viene a scoprire che questi esseri parlano in sumero. Nei pochi brandelli di parole comprensibili, il linguista scopre che gli alieni si proclamino IO SONO...DIO, che noi siamo la loro creazione, che loro sono assoluti padroni delle mostre vite poichè essi  dicono: VI OSSERVIAMO...MODIFICHIAMO...DISTRUGGIAMO. Garantisco che raramente ho ascoltato una voce più sinistra di queste sinistre presenze. Sta di fatto che essi non lasciano scampo nè speranza alla razza umana: NON VI SERVE PREGARE, dice uno di essi. Il resto del film non lo descrivo, per correttezza (Mike Plato)
Domenica 29 Aprile ore 21.30
Io sono qui
di Casey Affleck (2010 USA 108’)
Il film racconta la vita dell'attore Joaquin Phoenix, a partire dall'annuncio dell'abbandono della sua carriera cinematografica, e descrive il suo passaggio ad una carriera come artista hip hop.
Durante tutto il periodo delle riprese cinematografiche, Phoenix è rimasto nel personaggio durante le apparizioni in pubblico, questo ha fatto sì che il progetto cinematografico sia rimasto oscuro al pubblico e agli addetti ai lavori.
Nel gennaio 2009, Joaquin Phoenix durante il periodo di promozione del suo ultimo film Two Lovers fu ospite al David Letterman Show. Particolare interessante fu che le riprese di I'm Still Here erano già cominciate e Phoenix era già completamente nel personaggio. Durante l'intervista, della durata di circa 11 minuti, Phoenix è apparso stralunato e a disagio, spiccicando pochissime parole con David Letterman e non argomentando nessuna della risposte date al conduttore. Per buona parte dell'intervista ha masticato vistosamente una gomma da masticare e ha lasciato più volte perplesso Letterman, che alla fine l'ha salutato dicendosi dispiaciuto che Phoenix non era effettivamente stato con lui quella sera. Letterman non ha intuito praticamente nulla dell'accaduto, e parte di questa intervista è stata inserita nel film.
Nel settembre 2010, dopo quasi due anni (il tempo delle riprese e della distribuzione del film), Joaquin Phoenix è ritornato al David Letterman Show, completamente sbarbato e con il suo look reale, e ovviamente fuori dal personaggio che interpretava nella precedente intervista. Nella nuova intervista, oltre alla promozione del film in questione, è stato possibile un simpatico chiarimento inerente alla precedente apparizione del 2009.

22/02/12

Programmazione Cinema Scaglie Marzo 2012


Marzo Cinema 2012 Scaglie
Domenica 4 Marzo ore 21.30
Drive
di Nicolas Winding Refn (2011  USA 100’)
Stuntman part time, meccanico di giorno e autista per rapine di notte; un uomo (Ryan Gosling) di poche parole e parecchio sangue freddo al volante è il protagonista di “Drive” (dall’omonimo noir di James Sallis), nona pellicola del quarantenne danese Nicolas Winding Refn, che ha conquistato il Premio per la Miglior Regia al 64° Festival di Cannes.

Ambientato nella multietnica Los Angeles, il film parte spingendo a tavoletta con la lunga sequenza prima dei titoli di testa di un furto-fuga-inseguimento, scanditi da musiche synth martellanti targate Chromatics (album “Night Drive”, ndr) dove il sobrio conducente avvolto nel suo bomber feticcio tiene a bada la tensione con il rombo del propulsore in uno degli incipit cinematografici più adrenalinici degli ultimi anni. Per il guidatore taciturno sembra aprirsi un futuro da pilota grazie a Shannon e all’investimento di una coppia di criminali, ma prima di iniziare a calcare i circuiti si invaghisce della dolce vicina di casa Irene. Il Driver senza nome è freddo e solitario, ma ben presto si lega alla donna, e per aiutare suo marito Standard, appena uscito di galera, finisce in una brutta situazione che scatena il suo vigore cruento in un crescendo di violenza, esplosa fragorosamente nelle scene del motel e dell’ascensore - dove ancora una volta Refn lavora persuadendo con l’ausilio del suono, lasciando solo immaginare al pubblico la ferocia assassina. Proprio la doppia personalità rappresenta l’aspetto più interessante dell’uomo; fa emergere il contrasto tra il quieto ragazzo che si sporca le mani in officina per pochi dollari e la furia nervosa di uno psicopatico che in alcuni momenti non sfigurerebbe al cospetto dello schizzato protagonista di “Taxi Driver”. Il regista sembra voler tratteggiare il profilo di un nuovo supereroe metropolitano, un oscuro giustiziere buono che invece del mantello indossa come in un rituale guanti da guida e giubbotto con stampato uno scorpione. Animale amante degli angoli bui e predatore di topi (di fogna), dettaglio iconografico su cui indugiano allusivamente le inquadrature.
Riprese dinamiche che proiettano emotivamente lo spettatore dentro la storia e lo deliziano con angolazioni che vanno a creare sorprendenti composizioni visive e con altri brillanti movimenti di macchina, oltre all’uso quasi straniante del montaggio ritmico e del ralenti a modellare un linguaggio filmico poderoso e in sincrono con le trascinanti musiche di Cliff Martinez.

Gosling/Driver, stunt di se stesso (emblamatico il momento in cui indossa per la seconda volta la maschera), è impassibile nella sua faccia imbalsamata da giocatore di poker; di rado regala un sorriso e si esprime attraverso codici non verbali. La forza universale del film sta nel suo essere contemporaneo, nella capacità del regista di offrire un trattamento coinvolgente (le panoramiche sullo sfondo tentacolare di LA, l’uso puntuale della colonna sonora, il graphic design dei titoli), nel rivisitare con personalità l’ordinario script di partenza facendone un piccolo, cupo manifesto urbano di ultima generazione (riadattata da ondacinema NicolaDIFRANCESCO grazie).

Domenica 11 Marzo ore 21.30
Napoli, Napoli, Napoli
di  Abel Ferrara (2010 ITA 102’)
“Il Film Nasce dal mio cuore, dal mio sangue. Si chiama Napoli Napoli Napoli, ma potrebbe essere New York New York New York”. È un ritratto in chiaroscuro della città partenopea, un viaggio attraverso personaggi e ambienti che raccontano la complessa varietà di questa metropoli del sud. Girato come un documentario e intersecato da episodi di finzione, il film spazia dalle anguste celle del carcere femminile di Pozzuoli, dai vicoli dei Quartieri Spagnoli, dalle vele di Scampia, ai belvedere cittadini e al suggestivo parco del Vesuvio. A guidare Ferrara in un viaggio tra luci e ombre Gaetano Di Vaio conoscitore dei mali di questa grande capitale del sud. Giovani attori napoletani che interpretano se stessi e l’ambiente in cui sono cresciuti. Salvatore Ruocco, ex pugile che abbandona il ring e gli incontri clandestini per gridare la sua rabbia in teatro, e poi sui set di Gomorra e di Napoli, Napoli, Napoli. Il film scritto assieme a Maurizio Bracci, sceneggiatore gia di “Gomorra” Giuseppe Lanzetta, Gaetano di Vaio , Mariagrazia Capaldo e da lui. Il regista di Il cattivo tenente ha espresso il suo desiderio di tornare a girare in Italia, in quel sud che ha scelto di ritrarre con passione e affiancare a quel Bronx in cui è nato e cresciuto (da dillinger.it grazie)

Domenica 18 Marzo ore 21.30
Antonio das Mortes
di Glauber Rocha (1968 BRA 106’)
In un villaggio del sertao, la zona desertica povera ed esplosiva del nord-est brasiliano, una banda di contadini affamati si ribella al padrone.  Antonio das Mortes, sterminatore di cangaçeiros (fuorilegge del Nordeste brasiliano, paragonabili – per il favore popolare che li circondava – ai nostri briganti calabresi e sardi) al servizio dei ricchi e potenti, incontra Donna Santa che gli fa capire chi sono i veri nemici e lo converte alla causa della rivolta contro l’oppressione e lo sfruttamento. 4° film di G. Rocha, geniale e visionario esponente del “cinema nôvo” brasiliano, il 1° a colori e l’ultimo che girò in patria prima dell’esilio. In altalena tra realismo e simbolismo, è un film epico di limpido contenuto politico in cui le accensioni tropicaliste e le contaminazioni fantastiche o metaforiche s’iscrivono nell’ossessione rochana di “scompaginare quel che è ordinato”. Premio della regia a Cannes. Edizione italiana oltraggiosamente deformata, con taglio di 12 minuti, spostamento arbitrario di alcune musiche e alterazione del colore. Il sicario Antonio das Mortes, nera incarnazione dello spirito rivoluzionario, avanza senza pietà destreggiandosi tra le subdole maschere del potere. Rocha fa del suo film la manifestazione immediata e viscerale della forza e della disperazione di un popolo. Un cinema di scioccante istintività, tutto “di pancia”, e nello stesso tempo con una visione della Storia di impressionante lucidità e lungimiranza (da corriere.it e ecn.org grazie)

Domenica 25 Marzo ore 21.30
Di tomba in tomba - Odgrobadogroba
di Jan Cvitkovic (2005 Croazia/slovenia 103’)
La storia di Pero, un oratore funebre professionista che si guadagna da vivere commemorando i defunti del suo paese. Intorno a lui la sua famiglia e i suoi amici, il padre depresso per la sepoltura della moglie e l’amico del cuore, e quasi collega, becchino del paese. Si intuisce che l’intenzione del regista è quella di creare un film assolutamente intimo, famigliare, e insieme remoto. Molti personaggi mescolano i propri sentimenti e i propri desideri, tentano di conquistarsi un equilibrio possibile. Il titolo che pare uno scioglilingua significa «di tomba in tomba», il sottotitolo suona «tutti vogliono andare in paradiso ma nessuno vuole andarci per primo», il film è stato premiato come il migliore alla 23ª edizione del Torino Film Festival con questa motivazione: «Perché ti fa sorridere, gioca con la morte, poi ti pugnala».
La professione del protagonista è profondamente eccentrica: «oratore funebre professionista» che si guadagna da vivere commemorando i defunti del suo paese. Nella grande casa di famiglia si intrecciano amori e matrimoni sbagliati, tentativi di conquistare il grande amore, sforzi per salvare il padre dal desiderio di morire.
Eppure, nonostante una così costante presenza della morte, a trionfare è sempre la grande, sfrenata vitalità slava, il desiderio di vivere. Dice il regista: «La sola cosa che vorrei ottenere è che, guardando il film, qualcuno si riconosca nella sua intimità e la viva come propria». Fantasia, intuizioni, musiche si mescolano in un impasto vitale e assai appassionante.

Dagli ambienti colorati della provincia montuosa slovena, un affresco vivido e realistico sull’approccio alla vita e alla morte di una comunità di personaggi dalle relazioni strettissime. Odgrobadogroba è una storia che non risparmia nulla al proprio spettatore, che ride di gusto e piange di amarezza, rabbia e dispiacere. Rappresenta con una immediatezza quasi invidiabile un universo di sentimenti veritieri, in una naturale alternanza di gioia e dolore della vita, così come si alternano le vicende tra momenti forti e altri di carente efficacia. Un’imperfezione, tuttavia, più che giustificabile data la formazione non prettamente cinefila del regista e questa certa urgenza di comunicare con ottimismo, che si percepisce tra le maglie delle vicende. Realismo e dovizia di particolari combattono con tinte grottesche e sopra le righe, che spingono i personaggi a volte a scollarsi completamente dal vissuto. È la prova che la vita si può vivere anche in modo del tutto personale, proprio come fa Ida, che malgrado le drammatiche vicende che la coinvolgono, e al di là della sua menomazione (è sordomuta), pare essere la più felice tra tutti: poiché sa gustare la semplicità degli avvenimenti, la sincerità delle relazioni umane, l’importanza della rinascita dopo il momento brutto.
L’impatto di un film di tale spessore tematico può essere anche molto forte, ma Jan Cvitkovic da un lato sdrammatizza abilmente la morte e tutto il suo contesto, regalando un positivo incentivo alla vita e al sorriso; dall’altro utilizza il grottesco e lo stravagante come strumenti narrativamente inusuali per una profonda riflessione sul reale e sulla contemporaneità slovena.
Un film violento, coloratissimo, popolato di amicizie e di amori, di fiori e di oggetti, carichi di un vigore semantico eccezionale. In Odgrobadogroba dalle sofferenze, dalle sfide quotidiane e dalla rabbia feroce, rinascono felicità, vino, musica e sollievo.
In fondo, neanche alla felicità c’è scampo se la si apprezza nella sua essenza.
(da La Stampa e Mymovies grazie)

22/01/12

Programmazione cinema febbraio 2012 SCAGLIE

Febbraio Cinema 2012 SCAGLIE
Domenica 5 Febbraio ore 21.30
Tetro
di Francis Ford Coppola (2009  USA 127’)
Il diciassettenne Bernie arriva a Buenos Aires per ritrovare suo fratello, che dieci anni prima ha abbandonato New York e la famiglia deciso a non avere più niente a che fare con suo padre Carlo, acclamato direttore d'orchestra. Bernie troverà il fratello che ora si fa chiamare Tetro ed è diventato un brillante scrittore, ma malinconico e disilluso dalla vita con un carico di ricordi amari e di fantasmi del passato.
Film sperimentale e visionario da uno dei maestri indiscussi della Settima Arte (l’autore della saga de Il Padrino e di Apocalypse Now), girato in un bianco e nero evocativo, che si riallaccia sia alla Nouvelle Vague che al cinema americano classico, richiamando Orson Welles e Powell e Pressburger.  Una storia coinvolgente, colma di suggestioni edipiche e simbolici ricordi traumatici (i flashback sono girati col colore), per un film indubbiamente autobiografico che esplora il cuore di tenebra del suo creatore. Coppola, ora stimato produttore di vino (proprio quello che illumina le cene Scaglie), ne è il regista, lo sceneggiatore e il produttore (e negli USA anche distributore)…l’ultimo dei Maverick! Uno che tiene fede alle parole di Orson Welles "Se uno vuol essere alla moda per la maggior parte della sua carriera produrrà solo opere di secondo piano. Forse riuscirà casualmente ad ottenere un successo, ma questo significa che è un gregario e non un innovatore. Un'artista deve guidare, aprire delle strade...Mi sono sempre sentito isolato...Un buon artista deve essere isolato. Se non è isolato, vuol dire che qualcosa non va...".

Domenica 12 Febbraio ore 21.30
Le Orme
di  Luigi Bazzoni & Mario Fanelli (1975 ITA 96’)
Thriller psicologico veramente originale, tratto dal romanzo Las Huellas del coregista Fanelli e impreziosito da una fotografia fantastica di Vittorio Storaro (da lì a poco farà Apocalypse Now!) che gli dona un'atmosfera misteriosa ed eterea e nobilitato da un'interpretazione stordita e stordente della Cult Queen Florinda Bolkan. La pellicola si configura come una progressiva discesa nei meandri di una mente deragliata dalla follia; ma la sceneggiatura, un vero e proprio indissolubile puzzle di realtà e immaginazione, riesce a tenere lo spaesato spettatore fino alla fine col fiato sospeso sull'evolversi degli eventi. Il memorabile incipit  seppiato di ambientazione fantascientifica vede un astronauta abbandonato sulla luna dai suoi compagni in quanto vittima di un misterioso esperimento architettato dal maligno Blackmann, interpretato da un arcigno Klaus Kinski.  Si scoprirà poi essere questo un sogno ricorrente della protagonista, collegato alla visione di un inquietante B movie di science fiction "Footprints on the Moon" (titolo poi attribuito all'estero al film stesso), visto dalla stessa alcuni anni prima. Questa scheggia impazzita nell'immaginario della donna determinerà la convinzione di essere la prossima vittima dell'organizzazione criminale capitanata da Blackmann. L'idea paranoico-ossessiva di minaccia determinerà nella protagonista un buco nella memoria di ben tre giorni e uno sdoppiamento di personalità complicato dal ripetersi di numerose allucinazioni visive. La donna, solitaria traduttrice portoghese, a causa della sua amnesia perderà il lavoro (non a caso svolto in un alienante edificio dell'Eur romano) e in preda ad atroci dubbi sulla propria realtà e identità deciderà di recarsi in un'arcana località esotica, l'immaginifica isola di Garma (in realtà l'affascinante Phaselis in Turchia), il cui hotel principale è l'unico elemento che la collega ai tre giorni persi nella memoria, grazie al ritrovamento in casa di una cartolina strappata raffigurante quest'ultimo. L'arrivo nell'isola sarà pieno di sorprese e lascerà la donna impaurita e totalmente priva di certezze, tra flashback dell'adolescenza e richiami all'altra propria identità (di nome Nicole e con parruca rossa). I parallelismi tra la sua sorte e quella dell'astronauta del sogno iniziale si faranno sempre più stringenti e l'angoscia, incrementata dalle ambigue parole di una diabolica ragazzina interpretata dall'icona Nicoletta Elmi, la porterà addirittura verso l'omicidio. Il finale spiazzante, con una fotografia virata in un folgorante blu acido, cesella alla perfezione una pellicola claustrofobica a suo modo veramente indimenticabile, che riesce a rappresentare la schizofrenia come pochi altri sono riusciti (Polanski, Nelo Risi, Altman, Cronenberg, Lynch...direi così a getto). Luigi Bazzoni VA riscoperto, il suo cinema sperimentale e ricercato lo merita.

Domenica 19 Febbraio ore 21.30
Agente Lemmy Caution, missione Alphaville
di Jean Luc Godard (1965 FRA/ITA 100’)
Uno scienziato di nome Von Braun, per mezzo di un cervellone elettronico, assoggetta ai suoi voleri gli abitanti dell’extraterrestre futuristica città di Alphaville. L’agente segreto Lemmy Caution (il magnifico Eddie Constantine) risolverà la situazione, portando poi sua figlia sulla Terra perché possa cominciare una nuova vita. Siamo nella fase migliore della carriera di Godard, quella in cui i film erano ancora comprensibili e venati da un travolgente afflato anarchico e riottoso. Il genere fantascientifico è poi rivitalizzato dallo stile visivo del regista (le suggestive riprese di Parigi sembrano veramente provenire da un altro mondo), non manca poi l’ironia a cui il protagonista Constantine si presta con coraggio, andando a fare la parodia del suo personaggio, derivante dai gialli di Peter Cheyney, che aveva avuto una certa notorietà grazie ai due film precedenti L’inesorabile detective (1962) e L’agente federale Lemmy Caution (1963). L’incursione nel futuro permette poi a Godard di criticare acutamente il presente, andando a contrapporre logica e immaginazione, controllo alienante e libertà, programmazione e istinto, morte della poesia e luce dell’intelligenza. Il titolo originale era Tarzan contro l’IBM. Cult.

Domenica 26 Febbraio ore 21.30
Torso
di Sergio Martino (1973 ITA 85’)
Precursore dello slasher americano, misconosciuto da noi, ma giustamente di culto oltreoceano, è il miglior thriller di Sergio Martino e non sfigura assolutamente coi gioiellini regalateci nel passato dall’ormai sfiatato Dario Argento. Il protagonista è il classico psicopatico folle, impotente, feticista (professore universitario) reso tale da un trauma infantile, indotto casualmente ad uccidere e poi costretto a reiterare il suo vizio e soddisfare la sua patologica necessità in preda all’odio e all’impotenza più ciechi. Quello che colpisce sono il magnifico stile di ripresa del regista, l’eccellente struttura narrativa che tiene altissimo il climax e l’atmosfera paranoica su sfondo sessuale che pervade l’intera pellicola, non guastano poi le staffilate di puro gore d’annata. Il tasso di terrore realistico è dunque ai massimi livelli, proprio come nei capisaldi americani L’ultima casa a sinistra di Wes Craven e Non aprite quella porta di Tobe Hooper.