Kristove Roky - Gli anni di Cristo
di Juraj Jakubisko (1967 CECOSLOVACCHIA 95')
Un delirio di immagini ferali e crudeli costituisce il tessuto connettivo e la lancinante espressione visiva di un incubico approccio alla realtà vista come un alternarsi di inutili illusioni, di brucianti tormenti, di impietose asperità; un cinema che per la sua ascensione visionaria ricorda quello dell'armeno-georgiano Paradjanov, che come questo è da considerare tra i più cospicui risultati del cinema contemporaneo...(L.Micciché)
“Quando facevamo il cinema, nel periodo fino al’66-’67, sotto il titolo di ogni film c’era un numero, cinque o sei cifre: era il numero della censura, che attestava che il film aveva ottenuto il permesso oppure no.
Il meccanismo della censura funzionava per lo più così: arrivava un signore, un funzionario addetto, era da solo, si metteva a vedere il film, iniziava la proiezione, lui stava lì con un timbro e col taccuino per gli appunti, certe cose erano approvate altre no. Mi ricordo come tutti quelli della direzione artistica gli giravano intorno, gli portavano un caffè, un po’ di vodka….poi ancora un po’ di vodka..per farselo amico. La cosa importante era ottenere quel timbro, affinchè il film potesse uscire, altrimenti iniziavano le rogne, bisognava aggiustare delle scene ecc.
Nacque così un uso particolare, che noi chiamavamo “cagnolino bianco”. Gli autori inserivano nel film qualcosa davvero marchiano, per esempio una donna nuda, un appunto chiaramente politico, insomma una cosa che non sarebbe passata mai e poi mai. Il funzionario diceva: “Bene, questo film lo approvo, ma quella scena deve essere tolta”. E noi non potevamo che essere contenti perché il film sarebbe stato proiettato. Con cosidetti “cagnolini bianchi” distraevamo l’attenzione dalle cose cui davvero tenevamo.
Nel periodo della Primavera di Praga si diceva che avrebbero abolito la censura. Ci fu un periodo di apertura, ma naturalmente dopo ’68 la situazione si fece di nuovo pesante. Mi cacciarono dal cinema di fiction e alla fine mi misero a fare i cortometraggi e documentari ( Nota: al regista, che nel 1970 stava lavorando al film Dovidenia v pekle, priatielia/ Arrivederci all’inferno, amici, la cui lavorazione fu interrotta a causa di censura per poi terminarlo con alcune modifiche nel 1990, praticamente venne impedito lavorare per circa 10 anni)
In seguito iniziarono a succedere le cose molto spiacevoli. Ricordo che venni insultato durante le riunioni con frasi tipo: “Quello è un anti-comunista, un anti-socialista, un traditore!” La gente iniziò a girarmi le spalle, avevo smesso di esistere. All’improvviso sentivo un vuoto antorno. Queste erano le cose difficili da sopportare, perché la gente inizia a temere per la propria esistenza. Quel timore ci perseguitò per tanto tempo, e introdusse un nuovo tipo di censura, che prima non conoscevamo. Furono fatte circolare le istruzioni precise: se fosse stato realizzato un film sbagliato, l’avrebbero pagata il direttore della produzione, il responsabile della sceneggiatura. Le persone iniziarono ad avere la paura: “Juraj, non puoi scrivere le cose del genere, ti prego, io ho figli, ho una moglie…” Nacque così l’autocensura. Nelle proiezioni di prova, i responsabili radunavano amici, familiari, gli autisti, e si guardava il film tutti insieme e ci si chiedeva, ci si scervellava su cosa si sarebbe dovuto togliere per non creare i fastidi. E sorgevano così dei casi assurdi, da non credere. Mentre giravo “Postav dom, zasad strom” (costruisci una casa, pianta un albero, 1979) mi fermarono e mi dissero che dovevo togliere una scena perché un ministro si era lamentato. In quella scena non c’era niente, solo due persone che parlano, il testo era innocuo. Andai da questo ministro che mi disse: “Il testo non c’entra niente, ma cos’hanno dietro quei due?” “Un muro” “E cosa c’è sul muro?” “Mah, mi sembra un quadro con l’immagine di un piccolo villaggio…” “Bravo, compagno, te lo ricordi bene, eh? Al centro di quel piccolo villaggio c’è una chiesa e sulla chiesa c’è una croce! Chissà cosa si immagineranno i nostri nemici, questo genere di cose non ce le possiamo permettere!”
Allo stesso modo non si potevano mettere nei film calendari con la data 21 in evidenza, perché sarebbe stato un riferimento al 21 agosto, giorno dell’invasione dei russi. All’improvviso iniziarono a censurare le cose più improbabili.
Fummo costretti a sopravvivere nell’umiliazione. Alcuni furono bollati come “traditori” e messi sulla lista nera. Anche il mio nome c’era. I procedimenti punitivi verso gli oppositori però non si limitavano alle persone incriminate, ma erano ampliati alle loro famiglie. Così mia moglie Dana perse il posto a teatro, e anche sua madre fu discriminata. Non potevi nemmeno dire: “Almeno pagherò io, per i miei atti”. Sapere che possono essere colpiti i tuoi cari ti mette adosso un terrore speciale."
Fonte: Disertori e nomadi, Il cinema di Juraj Jakubisko, Alpe Adria Cinema 2005
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22/08/11
06/01/11
Mr Freedom (William Klein)
Mr Freedom
di William Klein (1968 FRA 95')
Mr Freedom o Signore della Libertà, il superman protagonista del film è un ragazzone americano, vestito da rugbysta, in bei colori patriottici, con spalle e pettorali robustamente imbottiti: un crociato USA doc inviato nella Francia comunista. Nella crociata Mr Freedom si trascina un universo multicolor ricco di slogans, diapositive che esaltano il glorioso regime capitalistico. Fumetto pop, con questo film Klein firma un'opera politica, una satira contro l'imperialismo americano. A quando un'edizione in dvd in Italia?
di William Klein (1968 FRA 95')
Mr Freedom o Signore della Libertà, il superman protagonista del film è un ragazzone americano, vestito da rugbysta, in bei colori patriottici, con spalle e pettorali robustamente imbottiti: un crociato USA doc inviato nella Francia comunista. Nella crociata Mr Freedom si trascina un universo multicolor ricco di slogans, diapositive che esaltano il glorioso regime capitalistico. Fumetto pop, con questo film Klein firma un'opera politica, una satira contro l'imperialismo americano. A quando un'edizione in dvd in Italia?
Le Nain Rouge (Yvan Le Moine)
Le Nain Rouge
L'opera prima di Yvan Le Moine ha ottenuto una serie impressionante di premi, che vanno dal Premio della Giuria al festival canadese di Moncton a quello del pubblico al festival di Kiev, e poi menzioni e allori a Pescara, Montevideo, Béziers, Londra, insomma in giro per tutto il mondo. Le nain rouge è uno di quei film che a raccontarli porterebbero completamente fuori strada: un nano che scrive false lettere per uno studio legale privo di scrupoli, una contessa anziana divisa tra il piccolo amante e suo marito ex gigolo, una trapezista innamorata del "nano rosso". E poi il circo, i freaks, Anita Ekberg, insomma quanto basta per incuriosire ed attrarre gli appassionati di Fellini e di tutto il cinema più onirico e toccante. La vicenda è tratta da un breve racconto di Michel Tournier, scrittore francese contemporaneo più volte premiato e ormai di fama internazionale. Le Moine ammette di aver nutrito sentimenti contraddittori nei confronti del racconto: dopo un primo, immediato coinvolgimento emotivo si è fatta strada una sensazione di imbarazzo e timore, dovuti all'estrema crudezza dei personaggi tourneriani. "L'idea che sta alla base del film - afferma il regista - è quella di parlare del piccolo uomo che si trova all'interno di ognuno di noi, in un luogo della mente nel quale si è destinati a soffrire per le ingiustizie. esacerbato da vessazioni e umiliazioni, il piccolo uomo cercherà vendetta. Vorrà diventare il più grande di tutti gli uomini. e comprenderà che è meglio diventare un re nel proprio mondo personale, come può essere il circo, vicino alle persone che lo amano, piuttosto che far parte del mondo dei grandi. Insomma, si tratta di una parabola che parla prima di tutto di un ritorno alla pace personale e solo in seconda battuta di redenzione". secondo le cronache degli inviati, il film, presentato a Cannes nel 1998, ha ricevuto niente meno che una standing ovation di quindici minuti. Rarovideo perfavore distribuiscilo in dvd!
di Yvan Le Moine (1998 BEL 102')

L'opera prima di Yvan Le Moine ha ottenuto una serie impressionante di premi, che vanno dal Premio della Giuria al festival canadese di Moncton a quello del pubblico al festival di Kiev, e poi menzioni e allori a Pescara, Montevideo, Béziers, Londra, insomma in giro per tutto il mondo. Le nain rouge è uno di quei film che a raccontarli porterebbero completamente fuori strada: un nano che scrive false lettere per uno studio legale privo di scrupoli, una contessa anziana divisa tra il piccolo amante e suo marito ex gigolo, una trapezista innamorata del "nano rosso". E poi il circo, i freaks, Anita Ekberg, insomma quanto basta per incuriosire ed attrarre gli appassionati di Fellini e di tutto il cinema più onirico e toccante. La vicenda è tratta da un breve racconto di Michel Tournier, scrittore francese contemporaneo più volte premiato e ormai di fama internazionale. Le Moine ammette di aver nutrito sentimenti contraddittori nei confronti del racconto: dopo un primo, immediato coinvolgimento emotivo si è fatta strada una sensazione di imbarazzo e timore, dovuti all'estrema crudezza dei personaggi tourneriani. "L'idea che sta alla base del film - afferma il regista - è quella di parlare del piccolo uomo che si trova all'interno di ognuno di noi, in un luogo della mente nel quale si è destinati a soffrire per le ingiustizie. esacerbato da vessazioni e umiliazioni, il piccolo uomo cercherà vendetta. Vorrà diventare il più grande di tutti gli uomini. e comprenderà che è meglio diventare un re nel proprio mondo personale, come può essere il circo, vicino alle persone che lo amano, piuttosto che far parte del mondo dei grandi. Insomma, si tratta di una parabola che parla prima di tutto di un ritorno alla pace personale e solo in seconda battuta di redenzione". secondo le cronache degli inviati, il film, presentato a Cannes nel 1998, ha ricevuto niente meno che una standing ovation di quindici minuti. Rarovideo perfavore distribuiscilo in dvd!
19/12/10
Dropout (Tinto Brass)
Dropout
di Tinto Brass (1970 ITA 109')
Parlo di questo film perchè lo sto cercando praticamente da sempre e non l'ho mai intercettato in alcun formato (tv, vhs, dvd), mentre altri gioielli del primo Brass come L'urlo e Nerosubianco sono stati trasmessi dai canali satellitari. Il titolo Dropout si riferisce alla volontà di sciogliere i legami col proprio mondo di appartenenza, abbandonandosi al vagabondaggio, alla contemplazione e all’amore. Nella Londra dei primi anni Settanta i due protagonisti del film, interpretati da Franco Nero e Vanessa Redgrave (anche produttori della pellicola), molto diversi tra loro, ma intimamente uniti nel profondo scelgono di diventare dei dropouts. Lui è recentemente evaso dal manicomio giudiziario di Breadmore in cui è stato ricoverato per oscuri motivi e lei è una casalinga inquieta di estrazione borghese, apparentemente felicemente sposata, che viene rapita da quest’ultimo. Nel rapimento lei scopre il mondo che le convenzioni sociali della sua classe le hanno tenuto accuratamente nascosto. I due vivono così una breve fuga attraverso il mondo del sottoproletariato inglese, una caleidoscopica incursione tra bassifondi popolati da barboni, alla riscoperta del piacere della vita e del sesso, in nome della rivolta e della trasgressione, fino all’ineluttabile fallimento del loro sogno di cartapesta. Brass è un talento irregolare, genialoide, atipico e scontroso, qui con buona ispirazione poetica e con un taglio sperimentale (tipico delle sue prime creazioni) tesse un elogio, dalla parte degli emarginati, della follia inquadrata come poesia del vivere. Morandini dice che si tratta di “un tipico esempio della controcultura degli anni Sessanta, di cui, sotto la scorza allegramente spregiudicata, rivela la dolorosa disperazione; è un agile film in cui Brass ritrova l’ispirazione del suo esordio con una rappresentazione – realistica ma anche simbolica – di una Londra beckettiana di detriti, rovine, immondizie”. Di Giammatteo ci dice che il film “traduce limpidamente l’utopia anarcoide e libertaria del migliore Tinto Brass, proteso a ritrovare una struttura filmica (specie nel montaggio) che si adegui alla struttura del racconto…L’ispirazione di Dropout si ritrova sia nel film di viaggio sia nella fiaba classica, opportunamente stravolta; ma in realtà la spinta sperimentale trasforma presto queste indicazioni in semplici punti di riferimento e fa del film una galleria onirica in cui dialogo e suono sono i necessari sostegni per le associazioni visive, quasi tutte imprevedibili”. Tinto Brass in un gustoso cameo interpreta un dropout e un boss/mercante d'arte e cultore della pornografia, che è ossessionato da Vanessa Redgrave (per le sue movenze puttanesche), ma lei lo sbeffeggia cantando; lui le farà un occhio nero. Il motto del film che campeggia sui muri è “Work is anti-life”, che si ricollega all’esordio di Brass Chi lavora è perduto. Un altro entusiastico approfondimento lo si trova qui. Chi ce l'ha batta un colpo...oppure case distributrici di cinema d'autore editatelo!!! e poi Brass tira solo col nome sull'etichetta del dvd...
di Tinto Brass (1970 ITA 109')
Parlo di questo film perchè lo sto cercando praticamente da sempre e non l'ho mai intercettato in alcun formato (tv, vhs, dvd), mentre altri gioielli del primo Brass come L'urlo e Nerosubianco sono stati trasmessi dai canali satellitari. Il titolo Dropout si riferisce alla volontà di sciogliere i legami col proprio mondo di appartenenza, abbandonandosi al vagabondaggio, alla contemplazione e all’amore. Nella Londra dei primi anni Settanta i due protagonisti del film, interpretati da Franco Nero e Vanessa Redgrave (anche produttori della pellicola), molto diversi tra loro, ma intimamente uniti nel profondo scelgono di diventare dei dropouts. Lui è recentemente evaso dal manicomio giudiziario di Breadmore in cui è stato ricoverato per oscuri motivi e lei è una casalinga inquieta di estrazione borghese, apparentemente felicemente sposata, che viene rapita da quest’ultimo. Nel rapimento lei scopre il mondo che le convenzioni sociali della sua classe le hanno tenuto accuratamente nascosto. I due vivono così una breve fuga attraverso il mondo del sottoproletariato inglese, una caleidoscopica incursione tra bassifondi popolati da barboni, alla riscoperta del piacere della vita e del sesso, in nome della rivolta e della trasgressione, fino all’ineluttabile fallimento del loro sogno di cartapesta. Brass è un talento irregolare, genialoide, atipico e scontroso, qui con buona ispirazione poetica e con un taglio sperimentale (tipico delle sue prime creazioni) tesse un elogio, dalla parte degli emarginati, della follia inquadrata come poesia del vivere. Morandini dice che si tratta di “un tipico esempio della controcultura degli anni Sessanta, di cui, sotto la scorza allegramente spregiudicata, rivela la dolorosa disperazione; è un agile film in cui Brass ritrova l’ispirazione del suo esordio con una rappresentazione – realistica ma anche simbolica – di una Londra beckettiana di detriti, rovine, immondizie”. Di Giammatteo ci dice che il film “traduce limpidamente l’utopia anarcoide e libertaria del migliore Tinto Brass, proteso a ritrovare una struttura filmica (specie nel montaggio) che si adegui alla struttura del racconto…L’ispirazione di Dropout si ritrova sia nel film di viaggio sia nella fiaba classica, opportunamente stravolta; ma in realtà la spinta sperimentale trasforma presto queste indicazioni in semplici punti di riferimento e fa del film una galleria onirica in cui dialogo e suono sono i necessari sostegni per le associazioni visive, quasi tutte imprevedibili”. Tinto Brass in un gustoso cameo interpreta un dropout e un boss/mercante d'arte e cultore della pornografia, che è ossessionato da Vanessa Redgrave (per le sue movenze puttanesche), ma lei lo sbeffeggia cantando; lui le farà un occhio nero. Il motto del film che campeggia sui muri è “Work is anti-life”, che si ricollega all’esordio di Brass Chi lavora è perduto. Un altro entusiastico approfondimento lo si trova qui. Chi ce l'ha batta un colpo...oppure case distributrici di cinema d'autore editatelo!!! e poi Brass tira solo col nome sull'etichetta del dvd...
13/11/10
Une Indigestion (Georges Méliès)
Une Indigestion
di Georges Méliès (1902 FRA 2')
Si tratta del primo film splatter della storia del cinema, per giunta non prodotto da organizzazioni mafiose di depravati per venderlo nel mercato clandestino, ma vomitato fuori da uno dei pionieri della Settima Arte, niente poco di meno che il mitico Georges Méliès. Il nostro fu un autore veramente prolifico, capace di realizzare nella sua carriera ben 510 film e in mezzo ai tanti pensò bene di mettere qualche chicca spiazzante come questa. L'ironica trama è incentrata su un uomo affetto da violenti coliche addominali che si reca per questo da un medico chirurgo (interpretato dallo stesso Méliès), che prontamente gli diagnostica un volvolo intestinale e gli propone un intervento chirurgico d'urgenza per salvargli la pelle. Il paziente accetta senza esitazioni e in breve tempo si trova disteso sul lettino chirurgico...il problema è che il chirurgo, assentatosi per prepararsi, appare poco dopo con un enorme sega con la quale amputa senza mezzi termini una gamba del malcapitato. In men che non si dica il chirurgo rende il paziente un torso umano, simile a Kobelkoff, amputandogli tutti gli arti, tra le vivaci proteste del sanguinante malato. A questo punto il film prende una piega bizzarra e vediamo il chirurgo infilare un enorme imbuto in bocca al disgraziato per poi versarvi dentro diversi litri di strano liquido. Il paziente però non si perde d'animo e continua a protestare violentemente, tanto che il chirurgo è costretto a tagliargli via pure la testa, mettendola a fianco del tavolo operatorio. Sorpresa delle sorprese la testa continua a muoversi (puro stile Re-animator, ma 83 anni prima) e a protestare. Il chirurgo non potendone più si arma di un bisturi degno di Maniac e inizia a squartare il ventre del tapino. Tanto più uno si lamenta quanto più l'altro armeggia il bisturi, fino al punto che dallo squarcio inizia ad uscire un po' di tutto: una bottiglia, un cucchiaio, un coniglio vivo e numerosi arredi. Il chirurgo conclude che queste cose erano la causa della violenta colica addominale, dà una bella lavata alle interiora con una pompa meccanica e inizia velocemente a ricucire e riattaccare il tutto. Esilarante quando per sbaglio attacca una gamba al posto di un braccio, scatenando le violente lamentele del paziente. Al termine del lavoro di fine chirurgia il paziente si alza guarito, si riassetta, estrae il portafoglio e paga la parcella al macellaio. Certo che vedere uno smembramento del genere in un film del 1902 è veramente una sorpresa...non dimentichiamoci però che già intorno al 1900 il chirurgo Eugène-Louis Doyen, grande appassionato di cinema, si sbizzarriva a riprendere, grazie ai fondi della Gaumont, i suoi cruenti interventi (tra cui una separazione di gemelli siamesi...)...ma forse ci sorprendiamo perché sono vere le parole del critico Meneghelli scritte su un vecchio Cineforum che al giorno d'oggi dopo tutto "sono rimasti in pochi a esplorare la carne con attitudine inquieta, cercando con ostinazione questo mostro che ci rode dentro e fa pulsare il nostro corpo di vita propria e incontrollata...Attorno è una farsa continua, buona per il cinemino del sabato sera. Gli stomaci forti devono rivolgersi altrove..."
di Georges Méliès (1902 FRA 2')
Si tratta del primo film splatter della storia del cinema, per giunta non prodotto da organizzazioni mafiose di depravati per venderlo nel mercato clandestino, ma vomitato fuori da uno dei pionieri della Settima Arte, niente poco di meno che il mitico Georges Méliès. Il nostro fu un autore veramente prolifico, capace di realizzare nella sua carriera ben 510 film e in mezzo ai tanti pensò bene di mettere qualche chicca spiazzante come questa. L'ironica trama è incentrata su un uomo affetto da violenti coliche addominali che si reca per questo da un medico chirurgo (interpretato dallo stesso Méliès), che prontamente gli diagnostica un volvolo intestinale e gli propone un intervento chirurgico d'urgenza per salvargli la pelle. Il paziente accetta senza esitazioni e in breve tempo si trova disteso sul lettino chirurgico...il problema è che il chirurgo, assentatosi per prepararsi, appare poco dopo con un enorme sega con la quale amputa senza mezzi termini una gamba del malcapitato. In men che non si dica il chirurgo rende il paziente un torso umano, simile a Kobelkoff, amputandogli tutti gli arti, tra le vivaci proteste del sanguinante malato. A questo punto il film prende una piega bizzarra e vediamo il chirurgo infilare un enorme imbuto in bocca al disgraziato per poi versarvi dentro diversi litri di strano liquido. Il paziente però non si perde d'animo e continua a protestare violentemente, tanto che il chirurgo è costretto a tagliargli via pure la testa, mettendola a fianco del tavolo operatorio. Sorpresa delle sorprese la testa continua a muoversi (puro stile Re-animator, ma 83 anni prima) e a protestare. Il chirurgo non potendone più si arma di un bisturi degno di Maniac e inizia a squartare il ventre del tapino. Tanto più uno si lamenta quanto più l'altro armeggia il bisturi, fino al punto che dallo squarcio inizia ad uscire un po' di tutto: una bottiglia, un cucchiaio, un coniglio vivo e numerosi arredi. Il chirurgo conclude che queste cose erano la causa della violenta colica addominale, dà una bella lavata alle interiora con una pompa meccanica e inizia velocemente a ricucire e riattaccare il tutto. Esilarante quando per sbaglio attacca una gamba al posto di un braccio, scatenando le violente lamentele del paziente. Al termine del lavoro di fine chirurgia il paziente si alza guarito, si riassetta, estrae il portafoglio e paga la parcella al macellaio. Certo che vedere uno smembramento del genere in un film del 1902 è veramente una sorpresa...non dimentichiamoci però che già intorno al 1900 il chirurgo Eugène-Louis Doyen, grande appassionato di cinema, si sbizzarriva a riprendere, grazie ai fondi della Gaumont, i suoi cruenti interventi (tra cui una separazione di gemelli siamesi...)...ma forse ci sorprendiamo perché sono vere le parole del critico Meneghelli scritte su un vecchio Cineforum che al giorno d'oggi dopo tutto "sono rimasti in pochi a esplorare la carne con attitudine inquieta, cercando con ostinazione questo mostro che ci rode dentro e fa pulsare il nostro corpo di vita propria e incontrollata...Attorno è una farsa continua, buona per il cinemino del sabato sera. Gli stomaci forti devono rivolgersi altrove..."
24/09/10
Life Size (Luis Garcia Berlanga)
Life Size - Grandezza naturale
di Luis Garcia Berlanga (1974 FRA/ITA/SPA 101')

di Luis Garcia Berlanga (1974 FRA/ITA/SPA 101')

Film introvabile, sia in lingua inglese che in italiano (si reperisce solo in spagnolo e perdipiù decurtato a 88'), probabilmente a causa della censura subita dalla pellicola all'epoca dell'uscita, in seguito alla denuncia presentata presso il Tribunale di Roma da parte di 167 furenti femministe romane per "scene di indicibile violenza sessuale contro la donna, con dovizia di dettagli di rapporti sadici". Il film racconta l'incredibile storia di un dentista parigino alla moda, figlio unico di famiglia benestante e coniugato, dongiovanni immaturo e mammone, che si fa arrivare dal Giappone una bambola in poliuretano a grandezza naturale e trova nel rapporto con questa una ragione di vita, una provvidenziale ancora di salvezza. Emerge la bravura irridente di quella canaglia di Michel Piccoli nel dipingere un altro borghese represso, nonché una sua misteriosa capacità di dialogare con il bel fantoccio di sesso femminile. Tanto che Berlanga all'epoca dichiarò a Ecran 75: "Michel è stato il solo a dirigere la bambolona, immediatamente e costantemente in pieno accordo con lei...L'ha fatta esistere e vivere toccandola, mentre il contatto con qualsiasi altra persona del set dava un impressione di turpitudine". Si respira un'atmosfera degna di Buñuel e Ferreri ed infatti il film è scritto da Rafael Azcona e dialogato da Jean-Claude Carrière (alla versione italiana ha invece messo mano Alberto Moravia). Splendida e dolente parabola sulla solitudine umana e l'isolamento che ne consegue nella società moderna, blasfema parodia della vita di coppia, corrosiva rappresentazione delle perversioni estreme e inevitabili dell'uomo contemporaneo, feroce apologo intriso di humour nero ed erotismo surreale. Carrière lo definì "una masturbazione di lusso", in realtà una caustica immersione nel lato oscuro dell'uomo. Sottovalutato dalla maggioranza, è in realtà un grande film da recuperare. Rarovideo editalo in DVD!!!
15/08/10
La Mancha de Sangre (Adolfo Best Maugard)
La Mancha de Sangre
di Adolfo Best Maugard (1937 MEX 64')

Unico film del regista di culto, Adolfo Best Maugard, amico delle arti e del cinema, pittore, pedagogo e funzionario politico, che venne ufficialmente affiancato a Sergej M. Eisenstein per le riprese dei suoi film girate in Messico, con lo scopo preciso di assicurare la veridicità delle immagini. Alcuni anni dopo a questa scintillante collaborazione, lo stesso Maugard realizzò un film: La mancha de sangre, considerato un capolavoro del cinema messicano, ma sconosciuto al mondo intero. Un film noir straordinario, un'impressione vibrante, flamboyant della vita notturna della metropoli, uomini e donne della notte nella propria febbrile danza per amore, denaro e potere. Best Maugard non aveva bisogno di attori, girò in un locale notturno con puttane e amici, in presa diretta. A metà uno spogliarello di un'intensità tale da minacciare di lacerare lo schermo. Nel 1943 il film uscì nelle sale, dopo che il regista lo aveva già aggiustato per la censura; ma poche settimane dopo il film fu definitivamente proibito, e scomparve. Solamente a metà degli anni Novanta ricomparve una copia in nitrato, poi restaurata nella cineteca di Città del Messico. La mancha de sangre è un vero esempio di cinema rivoluzionario, nella tradizione di Eisenstein e Bunuel (L'age d'or), uno dei pochi film che meritano la qualifica di maudit.
(con il contributo degli scritti di Fritz Gottler)
di Adolfo Best Maugard (1937 MEX 64')

Unico film del regista di culto, Adolfo Best Maugard, amico delle arti e del cinema, pittore, pedagogo e funzionario politico, che venne ufficialmente affiancato a Sergej M. Eisenstein per le riprese dei suoi film girate in Messico, con lo scopo preciso di assicurare la veridicità delle immagini. Alcuni anni dopo a questa scintillante collaborazione, lo stesso Maugard realizzò un film: La mancha de sangre, considerato un capolavoro del cinema messicano, ma sconosciuto al mondo intero. Un film noir straordinario, un'impressione vibrante, flamboyant della vita notturna della metropoli, uomini e donne della notte nella propria febbrile danza per amore, denaro e potere. Best Maugard non aveva bisogno di attori, girò in un locale notturno con puttane e amici, in presa diretta. A metà uno spogliarello di un'intensità tale da minacciare di lacerare lo schermo. Nel 1943 il film uscì nelle sale, dopo che il regista lo aveva già aggiustato per la censura; ma poche settimane dopo il film fu definitivamente proibito, e scomparve. Solamente a metà degli anni Novanta ricomparve una copia in nitrato, poi restaurata nella cineteca di Città del Messico. La mancha de sangre è un vero esempio di cinema rivoluzionario, nella tradizione di Eisenstein e Bunuel (L'age d'or), uno dei pochi film che meritano la qualifica di maudit.
(con il contributo degli scritti di Fritz Gottler)
30/07/09
What is it? (Crispin Glover)
What is it?
di Crispin Glover (2005 USA 82')
"Assolutamente l'opera più intransigente e originale che ho visto. Le persone tentano di compararlo ai capolavori dell'eroe surrealista Luis Buñuel e al funambolico Werner Herzog, ma io dico che Glover li ha addirittura trascesi."
(Kelly O - The Seattle Stranger Weekly)
"È diverso da qualsiasi cosa che io abbia mai visto prima...l'id non represso di un artista in purezza e per giunta lasciato senza freni inibitori, senza paura di mostrare sullo schermo ciò che altri giudiziosamente lascerebbero fuori. Il film di Glover è come il sogno febbricitante di un folle."
(Dennis Dermody - Paper Magazine)
"Scene con donne nude in maschere di elefante, Shirley Temple, Glover che è il deus-ex-machina sottosoglia in sequenze in stile Maxfield Parrish...È come vedere Fellini in preda a droghe psichedeliche...molto creativo ma completamente stordito."
(Jane Ganahl - San Francisco Examiner)
"Crispin Hellion Glover, autore, è una forza della natura con cui vanno fatti i conti"
(Laura Kern - The New York Times)
A quando una sua distribuzione europea in dvd?
Dopo aver notato la distribuzione addirittura di un'edizione speciale dell'innominabile Vase de Noces di Thierry Zeno, direi che la speranza è l'ultima a morire...
di Crispin Glover (2005 USA 82')
"Assolutamente l'opera più intransigente e originale che ho visto. Le persone tentano di compararlo ai capolavori dell'eroe surrealista Luis Buñuel e al funambolico Werner Herzog, ma io dico che Glover li ha addirittura trascesi."
(Kelly O - The Seattle Stranger Weekly)
"È diverso da qualsiasi cosa che io abbia mai visto prima...l'id non represso di un artista in purezza e per giunta lasciato senza freni inibitori, senza paura di mostrare sullo schermo ciò che altri giudiziosamente lascerebbero fuori. Il film di Glover è come il sogno febbricitante di un folle."
(Dennis Dermody - Paper Magazine)
"Scene con donne nude in maschere di elefante, Shirley Temple, Glover che è il deus-ex-machina sottosoglia in sequenze in stile Maxfield Parrish...È come vedere Fellini in preda a droghe psichedeliche...molto creativo ma completamente stordito."
(Jane Ganahl - San Francisco Examiner)
"Crispin Hellion Glover, autore, è una forza della natura con cui vanno fatti i conti"
(Laura Kern - The New York Times)
A quando una sua distribuzione europea in dvd?
Dopo aver notato la distribuzione addirittura di un'edizione speciale dell'innominabile Vase de Noces di Thierry Zeno, direi che la speranza è l'ultima a morire...
29/07/09
Colpo Rovente (Piero Zuffi)
Colpo Rovente
di Piero Zuffi (1969 ITA 104')
Opera unica dello scenografo romagnolo Piero Zuffi su sceneggiatura di Ennio Flaiano, si tratta di un film spiazzante, convulso sia nella trama che nelle immagini, ma assai seducente nel panorama del cinema di genere italiano. L'uso della macchina da presa è molto intrigante e visionario e la fotografia (Pasqualino De Santis) e le tematiche sono assolutamente interessanti...e questo si intuisce già dalla tremebonda versione del film a noi pervenuta tramite i numerosi passaggi televisivi su Rete 4 e l'ignominiosa versione del film editata in dvd...versioni mancanti di ben 20 minuti di pellicola (84' la durata della versione circolante)...l'unica versione integrale del film (che io purtroppo non ho mai visto) è stata proiettata al Festival di Venezia del 2004, nella rassegna curata da Marco Giusti e Luca Rea nella rassegna Storia segreta del cinema italiano. Mentre i film di Di Leo dopo il passaggio veneziano sono stati editati in dvd (e alcuni sono veramente modesti), quello di Zuffi non ha avuto alcuna distribuzione...e pensare che nel cast vi sono una splendida Barbara Bouchet, al suo primo film italiano, e un imperdibile Carmelo Bene, nella parte di un ambiguo e nevrotico killer al soldo della mafia. Il film parte dall'omicidio (splendida tra l'altro la sequenza di apertura con la preparazione dell'arma per l'assassinio) di un ricco industriale, Mac Brown, implicato nel traffico di stupefacenti a New York. L'indagine è affidata ad un commissario dai modi spicci, che per cercare prove non esita ad infiltrarsi negli ambienti della controcultura dell'epoca fino a scoprire che le associazioni mafiose sono pesantemente colluse con il mondo alternativo e fanno lauti guadagni grazie all'uso delle droghe psichedeliche diffuso tra i giovani dell'epoca. Il messaggio anti-droga del film è forte, i paradisi artificiali vengono spogliati di qualsiasi accenno poetico e viene rimarcato l'effetto devastante delle sostanze psicotrope sulla fragile psiche dei giovani (indimenticabili le sequenze all'interno del manicomio). Il finale a sorpresa, che non rivelo, suggella a meraviglia la preziosa opera di Zuffi. In mezzo vediamo scorribande degli Hell's Angels, deliranti feste hippies, spiazzanti lampi di violenza, sequenze ammalianti sospese tra il pop e il fumetto e un'inquietante istantanea dell'altra faccia della Grande Mela, il tutto è poi accompagnato dalla splendida musica di Piero Piccioni. Forse il messaggio è stato troppo diretto e il film per l'epoca non politicamente corretto e questo gli è costato un feroce ostracismo, che evidentemente dura tuttora (è possibile?). Difficile recensirlo avendo visto solo la versione mutilata...ma è possibile che i distributori siano così miopi da non accorgersi che questo è un film che se fosse stato fatto in USA sarebbe un cult assoluto universalmente riconosciuto (lo è diventato pure il modesto Repo Man dopotutto...). Editatelo integrale o cambiate mestiere!
di Piero Zuffi (1969 ITA 104')
Opera unica dello scenografo romagnolo Piero Zuffi su sceneggiatura di Ennio Flaiano, si tratta di un film spiazzante, convulso sia nella trama che nelle immagini, ma assai seducente nel panorama del cinema di genere italiano. L'uso della macchina da presa è molto intrigante e visionario e la fotografia (Pasqualino De Santis) e le tematiche sono assolutamente interessanti...e questo si intuisce già dalla tremebonda versione del film a noi pervenuta tramite i numerosi passaggi televisivi su Rete 4 e l'ignominiosa versione del film editata in dvd...versioni mancanti di ben 20 minuti di pellicola (84' la durata della versione circolante)...l'unica versione integrale del film (che io purtroppo non ho mai visto) è stata proiettata al Festival di Venezia del 2004, nella rassegna curata da Marco Giusti e Luca Rea nella rassegna Storia segreta del cinema italiano. Mentre i film di Di Leo dopo il passaggio veneziano sono stati editati in dvd (e alcuni sono veramente modesti), quello di Zuffi non ha avuto alcuna distribuzione...e pensare che nel cast vi sono una splendida Barbara Bouchet, al suo primo film italiano, e un imperdibile Carmelo Bene, nella parte di un ambiguo e nevrotico killer al soldo della mafia. Il film parte dall'omicidio (splendida tra l'altro la sequenza di apertura con la preparazione dell'arma per l'assassinio) di un ricco industriale, Mac Brown, implicato nel traffico di stupefacenti a New York. L'indagine è affidata ad un commissario dai modi spicci, che per cercare prove non esita ad infiltrarsi negli ambienti della controcultura dell'epoca fino a scoprire che le associazioni mafiose sono pesantemente colluse con il mondo alternativo e fanno lauti guadagni grazie all'uso delle droghe psichedeliche diffuso tra i giovani dell'epoca. Il messaggio anti-droga del film è forte, i paradisi artificiali vengono spogliati di qualsiasi accenno poetico e viene rimarcato l'effetto devastante delle sostanze psicotrope sulla fragile psiche dei giovani (indimenticabili le sequenze all'interno del manicomio). Il finale a sorpresa, che non rivelo, suggella a meraviglia la preziosa opera di Zuffi. In mezzo vediamo scorribande degli Hell's Angels, deliranti feste hippies, spiazzanti lampi di violenza, sequenze ammalianti sospese tra il pop e il fumetto e un'inquietante istantanea dell'altra faccia della Grande Mela, il tutto è poi accompagnato dalla splendida musica di Piero Piccioni. Forse il messaggio è stato troppo diretto e il film per l'epoca non politicamente corretto e questo gli è costato un feroce ostracismo, che evidentemente dura tuttora (è possibile?). Difficile recensirlo avendo visto solo la versione mutilata...ma è possibile che i distributori siano così miopi da non accorgersi che questo è un film che se fosse stato fatto in USA sarebbe un cult assoluto universalmente riconosciuto (lo è diventato pure il modesto Repo Man dopotutto...). Editatelo integrale o cambiate mestiere!
24/07/08
Arcana
Arcana
di Giulio Questi (1972 ITA 111')
con Tina Aumont, Lucia Bosé, Maurizio Degli Esposti.

Film dimenticato e pressoché introvabile, di cui ho visto una versione mutilata di ben 26 minuti, che mi ha lasciato l'amaro in bocca e l'impressione di avere assistito a scaglie lampeggianti di un'opera maestosa, insinuante e profonda, con pochi eguali nel cinema italiano. E' l'ultimo film prodotto dalla coppia illuminata formata da Giulio Questi e Franco Arcalli, favoloso sceneggiatore e montatore (collaboratore anche di Antonioni, Bertolucci e la Cavani). I due film precedenti della coppia, "Oro Hondo" (Se sei vivo spara) e "La morte ha fatto l'uovo", sono due cult universalmente riconosciuti. Questo film invece è sconosciuto a quasi tutti perché, all'epoca d'uscita, ha subito una distribuzione microscopica a causa del fallimento del produttore mentre erano in stampa le copie definitive. Da allora si è visto solo saltuariamente, peraltro orrendamente censurato, su reti private regionali, finché nel 2006 alla sala Trevi di Roma ne è stata proiettata una versione integrale (acciderbola l'ho saputo a posteriori!), a cui non è seguita una doverosa edizione in DVD (come già poi per gli inediti di Cavallone...che c. aspettano? pagherei oro...).
"Arcana" narra di vedova e figlio, emigrati dalla Sicilia nei quartieri popolari di Milano in cerca di fortuna, sperando di intercettare le ricchezze di superstiziose famiglie borghesi, attraverso la lettura di tarocchi, la preparazione di rimedi contro il malocchio e l'allestimento di sedute spiritiche. La madre è esperta di rituali magici e furbescamente se ne serve per adescare facili prede, mentre il sofferente ed emaciato figlio appare realmente vivere sulla propria pelle lancinanti percezioni extrasensoriali e dimostra, a più riprese, di possedere inquietanti e incontrollabili poteri. Il problema sorge quando il figlio si invaghisce di un'avvenente cliente della madre e usa i propri poteri per conquistarla...la ragazza rimarrà incinta e le conseguenze saranno devastanti per gli equilibri del microcosmo familiare (fortemente connotato da complessi edipici) e per la psiche del giovane, che perderà totalmente il controllo dei suoi arcani poteri. Nel concitato finale (nella versione vista da me, assolutamente e insensatamente appiccicato al resto) rimane il dubbio se la sparatoria nelle strade del quartiere è il risultato del delirio del giovane, che porta alla follia generale o è un atroce scontro, tristemente abituale per l'epoca, tra polizia e contestatori.
Numerosi i momenti di grande cinema della pellicola, tra cui va ricordato il mesmerizzante ballo rituale di una famiglia meridionale guidata dalla madre stregona, al suono di un violino ipnotico. La musica del violino, veramente impressionante, è composta da nove note ripetute all'infinito, e proviene direttamente dalla cerimonia macedone degli Anastenaridi, durante la quale gli adepti camminano sul fuoco a piedi nudi senza, inspiegabilmente, alcun danno. Durante il rituale del film, invece, un asino legato viene misteriosamente issato su una chiesa e improvvisamente dalla bocca della maga cominciano a emergere decine di rane saltellanti (che coraggio Lucia Bosé!!!), simbolo in molte culture di fertilità, rigenerazione e rinascita. Gli Aztechi, per esempio, rappresentano la rana come Tlaltecuhti, la madre terra, simbolo di morte e di rinascita. In una leggenda azteca, la rana funge da origine dell’intero universo. Infatti Quetzalcoatl (il dio serpente/uccello) e Tezcatlipoca (il dio mago/giaguaro) trovano la rana nel mare primordiale; ne dividono il corpo a metà, e con esso creano il cielo e la terra. Nelle leggende cinesi, invece, il rospo è spesso rappresentato come un mago che detiene segreti preziosissimi. Molte di esse raccontano la storia di Liu Hai e del suo inseparabile compagno, il rospo dalle tre zampe Ch’an Chu, che conosce il segreto dell’immortalità. Film colto, sperimentale per quanto riguarda lo straniante linguaggio cinematografico e realmente arcano.

"Giulio Questi rievoca temi della letteratura magica e alchimistica, favole junghiane archetipiche, li fonde col corredo delle leggende popolari e della demonologia, li ambienta nel suburbio cittadino, quest'inferno che sta a mezza strada fra la campagna perduta e la città non ancora conquistata. Il lucido delirio alterna, nella seconda metà, il meraviglioso alla sconnessione..." (Sergio Frosali)
(nella foto ossario di Evora, Portogallo)
di Giulio Questi (1972 ITA 111')
con Tina Aumont, Lucia Bosé, Maurizio Degli Esposti.

Film dimenticato e pressoché introvabile, di cui ho visto una versione mutilata di ben 26 minuti, che mi ha lasciato l'amaro in bocca e l'impressione di avere assistito a scaglie lampeggianti di un'opera maestosa, insinuante e profonda, con pochi eguali nel cinema italiano. E' l'ultimo film prodotto dalla coppia illuminata formata da Giulio Questi e Franco Arcalli, favoloso sceneggiatore e montatore (collaboratore anche di Antonioni, Bertolucci e la Cavani). I due film precedenti della coppia, "Oro Hondo" (Se sei vivo spara) e "La morte ha fatto l'uovo", sono due cult universalmente riconosciuti. Questo film invece è sconosciuto a quasi tutti perché, all'epoca d'uscita, ha subito una distribuzione microscopica a causa del fallimento del produttore mentre erano in stampa le copie definitive. Da allora si è visto solo saltuariamente, peraltro orrendamente censurato, su reti private regionali, finché nel 2006 alla sala Trevi di Roma ne è stata proiettata una versione integrale (acciderbola l'ho saputo a posteriori!), a cui non è seguita una doverosa edizione in DVD (come già poi per gli inediti di Cavallone...che c. aspettano? pagherei oro...).
"Arcana" narra di vedova e figlio, emigrati dalla Sicilia nei quartieri popolari di Milano in cerca di fortuna, sperando di intercettare le ricchezze di superstiziose famiglie borghesi, attraverso la lettura di tarocchi, la preparazione di rimedi contro il malocchio e l'allestimento di sedute spiritiche. La madre è esperta di rituali magici e furbescamente se ne serve per adescare facili prede, mentre il sofferente ed emaciato figlio appare realmente vivere sulla propria pelle lancinanti percezioni extrasensoriali e dimostra, a più riprese, di possedere inquietanti e incontrollabili poteri. Il problema sorge quando il figlio si invaghisce di un'avvenente cliente della madre e usa i propri poteri per conquistarla...la ragazza rimarrà incinta e le conseguenze saranno devastanti per gli equilibri del microcosmo familiare (fortemente connotato da complessi edipici) e per la psiche del giovane, che perderà totalmente il controllo dei suoi arcani poteri. Nel concitato finale (nella versione vista da me, assolutamente e insensatamente appiccicato al resto) rimane il dubbio se la sparatoria nelle strade del quartiere è il risultato del delirio del giovane, che porta alla follia generale o è un atroce scontro, tristemente abituale per l'epoca, tra polizia e contestatori.
Numerosi i momenti di grande cinema della pellicola, tra cui va ricordato il mesmerizzante ballo rituale di una famiglia meridionale guidata dalla madre stregona, al suono di un violino ipnotico. La musica del violino, veramente impressionante, è composta da nove note ripetute all'infinito, e proviene direttamente dalla cerimonia macedone degli Anastenaridi, durante la quale gli adepti camminano sul fuoco a piedi nudi senza, inspiegabilmente, alcun danno. Durante il rituale del film, invece, un asino legato viene misteriosamente issato su una chiesa e improvvisamente dalla bocca della maga cominciano a emergere decine di rane saltellanti (che coraggio Lucia Bosé!!!), simbolo in molte culture di fertilità, rigenerazione e rinascita. Gli Aztechi, per esempio, rappresentano la rana come Tlaltecuhti, la madre terra, simbolo di morte e di rinascita. In una leggenda azteca, la rana funge da origine dell’intero universo. Infatti Quetzalcoatl (il dio serpente/uccello) e Tezcatlipoca (il dio mago/giaguaro) trovano la rana nel mare primordiale; ne dividono il corpo a metà, e con esso creano il cielo e la terra. Nelle leggende cinesi, invece, il rospo è spesso rappresentato come un mago che detiene segreti preziosissimi. Molte di esse raccontano la storia di Liu Hai e del suo inseparabile compagno, il rospo dalle tre zampe Ch’an Chu, che conosce il segreto dell’immortalità. Film colto, sperimentale per quanto riguarda lo straniante linguaggio cinematografico e realmente arcano.

"Giulio Questi rievoca temi della letteratura magica e alchimistica, favole junghiane archetipiche, li fonde col corredo delle leggende popolari e della demonologia, li ambienta nel suburbio cittadino, quest'inferno che sta a mezza strada fra la campagna perduta e la città non ancora conquistata. Il lucido delirio alterna, nella seconda metà, il meraviglioso alla sconnessione..." (Sergio Frosali)
(nella foto ossario di Evora, Portogallo)
28/06/08
Downtown 81
Downtown 81
di Edo Bertoglio (1981 USA 75')
con Jean Michel Basquiat, Deborah Harry, David McDermott, Kid Creole & the Coconuts, Eszter Balint, Victor Bockris, Clem Burke, Marshall Chess, Diego Cortez, August Darnell, Jimmy Destri, Lori Eastside, Tay Falco, Vincent Gallo, Bradley Field, John Lurie, Walter Steding, Tav Falco, Fab Five Freddy, Compton Maddux.

Docufiction girato dal fotografo Edo Bertoglio tra il 1980 e il 1981, con protagonista un ancora sconosciuto Jean-Michel Basquiat, rivoluzionario artista, successivamente celebre per la sua street art, spirituale e trasgressiva, che ha contribuito a materializzare definitivamente in immagini la caduta dei sistemi ideologici e filosofici, tipica del mondo contemporaneo.
Il film, ambientato in un unico giorno vissuto tutto d'un fiato, è incentrato sul girovagare attraverso New York di un ragazzo di colore con la sua inseparabile tromba, appena dimesso dall'ospedale (nella realtà Basquiat fu investito in auto e ricoverato malmesso a sette anni) e ora alla ricerca del denaro necessario per recuperare l'appartamento da cui è stato appena sfrattato (per morosità), avendo difficoltà nel vendere uno dei suoi quadri. Questo ragazzo, che recita proprie poesie e disquisisce sulla ”letteratura al neon”, si fa chiamare Samo ("Same Old Shit"), considera il mondo un'immensa lavagna e si diverte a graffittare i muri dei palazzi con frasi enigmatiche, ironiche, ma illuminanti, veri e propri esempi di scrittura automatica poetica. Il suo girovagare per le strade di Manhattan (la zona è quella del Lower East Side) ci permette di immergerci nell'underground newyorchese dell'epoca e di incontrare parecchi personaggi: tutti assorbiti nel tentativo di esprimere un proprio originale messaggio attraverso svariati mezzi espressivi, principalmente la pittura e la musica. Da questo punto di vista, Downtown 81 riflette l'immagine fedele del suono di New York, catturato nei primi anni Ottanta. Compaiono nell'ordine: i DNA, band capitanata dall'eclettico Arto Lindsay, filmati mentre provano in studio una versione lancinante di Blonde Redhead. Deborah Harry (Blondie) si diverte nel ruolo della fatina buona, che regala a Samo una valigia piena di denaro. James White (and the Blacks) è alle prese con una versione indemoniata di Sex Maniac, suonata live al leggendario Peppermint Lounge. I Tuxedomoon di Steven Brown sono concentrati in sala di registrazione, mentre The Felons, scalcinato gruppo punk, capitanati da Chris Stein (Blondie) sono immortalati mentre suonano in una squallida cantina. E poi, ecco apparire Kid Creole, ancora immerso nei bassifondi, ben lontano dal successo planetario che lo investirà da lì a poco. In colonna sonora poi abbiamo John Lurie, i Suicide, Lydia Lunch, Vincent Gallo, Melle Mel, Kenny Burrell, e la band di Basquiat i "Grey". Un'amalgama di punk viscerale, rumorismo, jazz, funk sincopato e musica sperimentale ci assale, facendoci rivivere un'irripetibile stagione di straordinaria ricerca e fermento. Il film viene così ad essere una eccezionale testimonianza dell'epoca, catturando splendidamente i suoi colori, i suoi vestiti e i suoi suoni.
Altro grande merito del film è quello di essere una testimonianza dello straordinario movimento graffitista newyorchese, dove il graffito sul muro viene a rappresentare un collegamento tra l'archetipo primitivo e l’immagine tecnologica, tra linguaggio pubblicitario e fumetto, tra pittura e cinema.
A partire dal 1978 Jean-Michel Basquiat con alcuni compagni d'avventura comincia a riempire i muri di Manhattan con scritte provocatorie, tutte firmate con la sigla SAMO. Nel 1979 il gruppo, per evitare problemi con le autorità, si scioglie annunciando la decisione con un graffito "SAMO IS DEAD". Basquiat, come si vede nel film, invece continua solitario e imperterrito a scrivere aforismi beffardi sul mondo che lo circonda. Un'arte quella dei murales che ha il pregio di raggiungere, in maniera diretta, le persone con un notevole potenziale di influenzare e trasformare le idee della collettività (basti pensare a quanto siamo bombardati dalla pubblicità cartellonistica). E infatti Keith Haring nel 1979 notò i graffiti e divenne istantaneamente sodale di Basquiat. Questa forma artistica diretta e rivoluzionaria permise, in pochi anni, a Basquiat di essere, partendo dalla povertà assoluta in cui lo vediamo arrabattarsi nel film, il primo e unico artista di colore a riuscire ad entrare, con grande successo, nel mondo artistico internazionale.
Downtown 81: Rarovideo cosa aspetti a distribuirlo?

“Vedevo le scritte sui muri, erano mie. Ho lasciato la mia impronta sul mondo e il mondo ha lasciato la sua su di me. Sono uno scrittore ma a volte mi sembra che qualcuno abbia scritto me...forse mi sono scritto da solo. La vita è così: scrivere, scrivere, riscrivere” (Jean Michel Basquiat nel film)
di Edo Bertoglio (1981 USA 75')
con Jean Michel Basquiat, Deborah Harry, David McDermott, Kid Creole & the Coconuts, Eszter Balint, Victor Bockris, Clem Burke, Marshall Chess, Diego Cortez, August Darnell, Jimmy Destri, Lori Eastside, Tay Falco, Vincent Gallo, Bradley Field, John Lurie, Walter Steding, Tav Falco, Fab Five Freddy, Compton Maddux.

Docufiction girato dal fotografo Edo Bertoglio tra il 1980 e il 1981, con protagonista un ancora sconosciuto Jean-Michel Basquiat, rivoluzionario artista, successivamente celebre per la sua street art, spirituale e trasgressiva, che ha contribuito a materializzare definitivamente in immagini la caduta dei sistemi ideologici e filosofici, tipica del mondo contemporaneo.
Il film, ambientato in un unico giorno vissuto tutto d'un fiato, è incentrato sul girovagare attraverso New York di un ragazzo di colore con la sua inseparabile tromba, appena dimesso dall'ospedale (nella realtà Basquiat fu investito in auto e ricoverato malmesso a sette anni) e ora alla ricerca del denaro necessario per recuperare l'appartamento da cui è stato appena sfrattato (per morosità), avendo difficoltà nel vendere uno dei suoi quadri. Questo ragazzo, che recita proprie poesie e disquisisce sulla ”letteratura al neon”, si fa chiamare Samo ("Same Old Shit"), considera il mondo un'immensa lavagna e si diverte a graffittare i muri dei palazzi con frasi enigmatiche, ironiche, ma illuminanti, veri e propri esempi di scrittura automatica poetica. Il suo girovagare per le strade di Manhattan (la zona è quella del Lower East Side) ci permette di immergerci nell'underground newyorchese dell'epoca e di incontrare parecchi personaggi: tutti assorbiti nel tentativo di esprimere un proprio originale messaggio attraverso svariati mezzi espressivi, principalmente la pittura e la musica. Da questo punto di vista, Downtown 81 riflette l'immagine fedele del suono di New York, catturato nei primi anni Ottanta. Compaiono nell'ordine: i DNA, band capitanata dall'eclettico Arto Lindsay, filmati mentre provano in studio una versione lancinante di Blonde Redhead. Deborah Harry (Blondie) si diverte nel ruolo della fatina buona, che regala a Samo una valigia piena di denaro. James White (and the Blacks) è alle prese con una versione indemoniata di Sex Maniac, suonata live al leggendario Peppermint Lounge. I Tuxedomoon di Steven Brown sono concentrati in sala di registrazione, mentre The Felons, scalcinato gruppo punk, capitanati da Chris Stein (Blondie) sono immortalati mentre suonano in una squallida cantina. E poi, ecco apparire Kid Creole, ancora immerso nei bassifondi, ben lontano dal successo planetario che lo investirà da lì a poco. In colonna sonora poi abbiamo John Lurie, i Suicide, Lydia Lunch, Vincent Gallo, Melle Mel, Kenny Burrell, e la band di Basquiat i "Grey". Un'amalgama di punk viscerale, rumorismo, jazz, funk sincopato e musica sperimentale ci assale, facendoci rivivere un'irripetibile stagione di straordinaria ricerca e fermento. Il film viene così ad essere una eccezionale testimonianza dell'epoca, catturando splendidamente i suoi colori, i suoi vestiti e i suoi suoni.
Altro grande merito del film è quello di essere una testimonianza dello straordinario movimento graffitista newyorchese, dove il graffito sul muro viene a rappresentare un collegamento tra l'archetipo primitivo e l’immagine tecnologica, tra linguaggio pubblicitario e fumetto, tra pittura e cinema.
A partire dal 1978 Jean-Michel Basquiat con alcuni compagni d'avventura comincia a riempire i muri di Manhattan con scritte provocatorie, tutte firmate con la sigla SAMO. Nel 1979 il gruppo, per evitare problemi con le autorità, si scioglie annunciando la decisione con un graffito "SAMO IS DEAD". Basquiat, come si vede nel film, invece continua solitario e imperterrito a scrivere aforismi beffardi sul mondo che lo circonda. Un'arte quella dei murales che ha il pregio di raggiungere, in maniera diretta, le persone con un notevole potenziale di influenzare e trasformare le idee della collettività (basti pensare a quanto siamo bombardati dalla pubblicità cartellonistica). E infatti Keith Haring nel 1979 notò i graffiti e divenne istantaneamente sodale di Basquiat. Questa forma artistica diretta e rivoluzionaria permise, in pochi anni, a Basquiat di essere, partendo dalla povertà assoluta in cui lo vediamo arrabattarsi nel film, il primo e unico artista di colore a riuscire ad entrare, con grande successo, nel mondo artistico internazionale.
Downtown 81: Rarovideo cosa aspetti a distribuirlo?

“Vedevo le scritte sui muri, erano mie. Ho lasciato la mia impronta sul mondo e il mondo ha lasciato la sua su di me. Sono uno scrittore ma a volte mi sembra che qualcuno abbia scritto me...forse mi sono scritto da solo. La vita è così: scrivere, scrivere, riscrivere” (Jean Michel Basquiat nel film)
15/05/08
Ritratto di una bevitrice
Ritratto di una bevitrice - Bildnis einer Trinkerin
di Ulrike Ottinger (1979 RFT 108')
con Tabea Blumenschein, Lutze, Magdalena Montezuma, Nina Hagen, Kurt Raab, Volker Spengler

"Lei", una signora dell'alta borghesia, bella, colta ed elegante, vola con un biglietto di sola andata a Berlino, dove vuole abbandonarsi interamente - fino a morirne - alla sua unica e grande passione: bere. Qui incontra un'altra bevitrice, appartenente ad un ambiente sociale opposto al suo. Insieme girano la città, da un bar all'altro, passando accanto ai monumenti e ai luoghi turistici, ma anche nei punti d'incontro autentici (degli autisti di taxi, per esempio, o degli artisti), e alla fine approdano al punto di ritrovo dei bevitori senza fissa dimora, lo zoo della stazione. All'alba, allo stremo delle forze, abbandonate su una scalinata della stazione, le due donne sono sommerse dalla folla che cammina su di loro facendo finta di non vederle. Chiusa in una cella tappezzata di specchi dal pavimento al soffitto, "Lei" vi sprofonda, mentre il vetro si spezza poco a poco, scricchiolando atrocemente.
Amaro viaggio al termine della solitudine, "Bildnis einer Trinkerin" è il film di una fotografa visionaria (ricordo il suo "Freak Orlando", vera e propria leggenda tra i cinefili oltranzisti) che non ha paura di sfiorare continuamente il kitsch, provocando in qualche spettatore/critico reazioni violentemente negative (che belli i film non carini e che dividono...). "Una Berlino notturna, accesa da una luminosità diffusa e spettrale, una Berlino che vive ormai solo di sussulti, luogo della ripetizione e dei rifiuti, regno dell'anonimato e della plastica, offre complicità e scenografie a uno sregolato e insensato viaggio nel bere" (Grignaffini). Ma, nota Montebello, "quello che avrebbe potuto essere la descrizione di un abbrutimento, è di fatto un inno alla volontà, a una volontà assolutamente negativa. E' un suicidio, che ha questo di impressionante, che è lento e che la certezza della disperazione bussa a ogni sequenza, sotto le forme più diverse: uno sguardo assente sul nulla, degli abiti deliranti per vestire il vuoto, delle parole disabitate".

(post fatto col contributo di una recensione di Robert Fischer)
di Ulrike Ottinger (1979 RFT 108')
con Tabea Blumenschein, Lutze, Magdalena Montezuma, Nina Hagen, Kurt Raab, Volker Spengler

"Lei", una signora dell'alta borghesia, bella, colta ed elegante, vola con un biglietto di sola andata a Berlino, dove vuole abbandonarsi interamente - fino a morirne - alla sua unica e grande passione: bere. Qui incontra un'altra bevitrice, appartenente ad un ambiente sociale opposto al suo. Insieme girano la città, da un bar all'altro, passando accanto ai monumenti e ai luoghi turistici, ma anche nei punti d'incontro autentici (degli autisti di taxi, per esempio, o degli artisti), e alla fine approdano al punto di ritrovo dei bevitori senza fissa dimora, lo zoo della stazione. All'alba, allo stremo delle forze, abbandonate su una scalinata della stazione, le due donne sono sommerse dalla folla che cammina su di loro facendo finta di non vederle. Chiusa in una cella tappezzata di specchi dal pavimento al soffitto, "Lei" vi sprofonda, mentre il vetro si spezza poco a poco, scricchiolando atrocemente.
Amaro viaggio al termine della solitudine, "Bildnis einer Trinkerin" è il film di una fotografa visionaria (ricordo il suo "Freak Orlando", vera e propria leggenda tra i cinefili oltranzisti) che non ha paura di sfiorare continuamente il kitsch, provocando in qualche spettatore/critico reazioni violentemente negative (che belli i film non carini e che dividono...). "Una Berlino notturna, accesa da una luminosità diffusa e spettrale, una Berlino che vive ormai solo di sussulti, luogo della ripetizione e dei rifiuti, regno dell'anonimato e della plastica, offre complicità e scenografie a uno sregolato e insensato viaggio nel bere" (Grignaffini). Ma, nota Montebello, "quello che avrebbe potuto essere la descrizione di un abbrutimento, è di fatto un inno alla volontà, a una volontà assolutamente negativa. E' un suicidio, che ha questo di impressionante, che è lento e che la certezza della disperazione bussa a ogni sequenza, sotto le forme più diverse: uno sguardo assente sul nulla, degli abiti deliranti per vestire il vuoto, delle parole disabitate".

(post fatto col contributo di una recensione di Robert Fischer)
14/05/08
Albert, perchè?
Albert, perchè? Albert - warum?
di Josef Rödl (1978 RFT 105')
con Fritz Binner, Michael Eichenseer, Elfriede Bleisteiner, Georg Schiessl

Saggio di diploma, girato dal regista per la scuola di cinema di Monaco, narra di Albert, figlio di un contadino benestante, ritratto al momento della dimissione da una clinica psichiatrica. Il padre, che durante il suo lungo ricovero ha affidato la fattoria ad un cugino di Albert di nome Hans, va ad accoglierlo alla stazione. Albert non riesce ad adattarsi al nuovo ambiente e si ritira in una vecchia casa diroccata situata accanto alla nuova fattoria. Solo quando Hans è costretto ad andare in ospedale, Albert ha la possibilità di dimostrare che sa perfettamente destreggiarsi nel lavoro dei campi. Dopo il ritorno di Hans però, Albert viene nuovamente rifiutato dagli abitanti del paese che lo considerano debole di mente , perchè balbetta ed è stato in "manicomio". Ovunque, nella locanda, in discoteca e per strada, Albert viene messo alla berlina, schernito e offeso. I suoi timidi tentativi di approccio con le donne del paese vengono brutalmente stroncati. Alcool, campagna e animali rappresentano la sua unica consolazione. Albert tenta disperatamente di difendersi compiendo gesti che esprimono il suo rifiuto ma che al tempo stesso sono purtroppo quelli che la gente si aspetta da un imbecille. Uccide animali, ruba conigli e dà fuoco ad una baracca. Man mano che il tempo passa i suoi sfoghi diventano sempre più eccentrici e talora pericolosi: fa il bagno a un animale e arriva a ferire un ragazzo. Gli abitanti del paese sono sempre più insofferenti alle sue stranezze e parlano fra di loro della possibilità di internarlo di nuovo. Venuto a conoscenza delle loro intenzioni, Albert si impicca al campanile di una chiesa.
Premiato al festival di Berlino nel 1979 e poi disperso nei mille enigmatici rivoli della distribuzione, fu all'epoca un caso ed una rivelazione, anche perchè interpretato e dedicato a Fritz Binner, autentico disadattato, che riesce con la sua sofferta performance a far recepire allo spettatore la sua figura come assolutamente autentica. Albert è un "diverso" all'interno del villaggio basso-bavarese in cui vive, una comunità chiusa, inflessibile, irrigidita nelle sue norme, che emargina chi non accetta di adeguarsi ad essa. Nell'impari lotta Albert si rivela una persona straordinariamente forte e sensibile che rifiuta, a ragion veduta, di piegarsi alle regole dei suoi concittadini. Solo la frustrata ricerca d'amore, di sicurezza o di qualcosa che gli assomigli, e non certo un presunto pentimento o un senso di colpa, lo spinge a togliersi la vita. Il fatto che si appenda alla fune della campana conferisce al suo gesto un significato di orgogliosa e dignitosa accusa. Fritz Binner, con la sua imponente corporatura e il suo viso ostinato e soave, dà ad Albert una presenza fisica che lo spettatore percepisce come assolutamente veritiera. Al realismo nell'interpretazione dei personaggi e del loro ambiente, Rödl contrappone, per una scelta ben precisa, la poesia formale. La cinepresa riprende in bianco e nero immagini di grande forza e di suggestiva bellezza, e proprio esse, accompagnate talora da un sottofondo di musica classica, conferiscono ad Albert, apparentemente senza aiuto, una sorta di arcaica dignità e consapevole orgoglio. Soprattutto in questi momenti "Albert - warum?" ricorda, nel tema e nell'ambiente, un'opera affine di Bresson, "Mouchette".
Scrive Spagnoletti: "L'opera sorprendentemente fresca si situa in una felice costellazione tra documento e fiction, tra realtà e memoria, in una zona già al di là della programmaticità del cosiddetto Heimatfilm critico fine anni Sessanta, il cui più noto prodotto fu Scene di Caccia in Bassa Baviera di Peter Fleischmann. Girato nel villaggio natale dell'autore, il film di Rödl rappresenta uno spaccato assai vivido della triste vita di provincia narrata attraverso la storia vera di Fritz Binner, considerato lo "scemo del villaggio", e perciò escluso e discriminato dalla piccola comunità. I parallelismi tra la realtà e la fiction hanno assunto caratteri agghiaccianti: Binner è morto subito dopo la fine delle riprese per abuso di alcool. E' un'ulteriore e tragica conferma della tesi che il film riesce molto bene a illustrare con tristi immagini in bianco e nero: l'incomprensione può essere altrettanto letale dell'omicidio."
Il film fu dedicato a "Fritz Binner e a tutti coloro che non hanno la possibilità di difendersi".
Opera di un'attualità stringente, che probabilmente non avremo mai la possibilità di vedere.
(post fatto col contributo di una recensione di Joe Hembus)
di Josef Rödl (1978 RFT 105')
con Fritz Binner, Michael Eichenseer, Elfriede Bleisteiner, Georg Schiessl
Saggio di diploma, girato dal regista per la scuola di cinema di Monaco, narra di Albert, figlio di un contadino benestante, ritratto al momento della dimissione da una clinica psichiatrica. Il padre, che durante il suo lungo ricovero ha affidato la fattoria ad un cugino di Albert di nome Hans, va ad accoglierlo alla stazione. Albert non riesce ad adattarsi al nuovo ambiente e si ritira in una vecchia casa diroccata situata accanto alla nuova fattoria. Solo quando Hans è costretto ad andare in ospedale, Albert ha la possibilità di dimostrare che sa perfettamente destreggiarsi nel lavoro dei campi. Dopo il ritorno di Hans però, Albert viene nuovamente rifiutato dagli abitanti del paese che lo considerano debole di mente , perchè balbetta ed è stato in "manicomio". Ovunque, nella locanda, in discoteca e per strada, Albert viene messo alla berlina, schernito e offeso. I suoi timidi tentativi di approccio con le donne del paese vengono brutalmente stroncati. Alcool, campagna e animali rappresentano la sua unica consolazione. Albert tenta disperatamente di difendersi compiendo gesti che esprimono il suo rifiuto ma che al tempo stesso sono purtroppo quelli che la gente si aspetta da un imbecille. Uccide animali, ruba conigli e dà fuoco ad una baracca. Man mano che il tempo passa i suoi sfoghi diventano sempre più eccentrici e talora pericolosi: fa il bagno a un animale e arriva a ferire un ragazzo. Gli abitanti del paese sono sempre più insofferenti alle sue stranezze e parlano fra di loro della possibilità di internarlo di nuovo. Venuto a conoscenza delle loro intenzioni, Albert si impicca al campanile di una chiesa.
Premiato al festival di Berlino nel 1979 e poi disperso nei mille enigmatici rivoli della distribuzione, fu all'epoca un caso ed una rivelazione, anche perchè interpretato e dedicato a Fritz Binner, autentico disadattato, che riesce con la sua sofferta performance a far recepire allo spettatore la sua figura come assolutamente autentica. Albert è un "diverso" all'interno del villaggio basso-bavarese in cui vive, una comunità chiusa, inflessibile, irrigidita nelle sue norme, che emargina chi non accetta di adeguarsi ad essa. Nell'impari lotta Albert si rivela una persona straordinariamente forte e sensibile che rifiuta, a ragion veduta, di piegarsi alle regole dei suoi concittadini. Solo la frustrata ricerca d'amore, di sicurezza o di qualcosa che gli assomigli, e non certo un presunto pentimento o un senso di colpa, lo spinge a togliersi la vita. Il fatto che si appenda alla fune della campana conferisce al suo gesto un significato di orgogliosa e dignitosa accusa. Fritz Binner, con la sua imponente corporatura e il suo viso ostinato e soave, dà ad Albert una presenza fisica che lo spettatore percepisce come assolutamente veritiera. Al realismo nell'interpretazione dei personaggi e del loro ambiente, Rödl contrappone, per una scelta ben precisa, la poesia formale. La cinepresa riprende in bianco e nero immagini di grande forza e di suggestiva bellezza, e proprio esse, accompagnate talora da un sottofondo di musica classica, conferiscono ad Albert, apparentemente senza aiuto, una sorta di arcaica dignità e consapevole orgoglio. Soprattutto in questi momenti "Albert - warum?" ricorda, nel tema e nell'ambiente, un'opera affine di Bresson, "Mouchette".
Scrive Spagnoletti: "L'opera sorprendentemente fresca si situa in una felice costellazione tra documento e fiction, tra realtà e memoria, in una zona già al di là della programmaticità del cosiddetto Heimatfilm critico fine anni Sessanta, il cui più noto prodotto fu Scene di Caccia in Bassa Baviera di Peter Fleischmann. Girato nel villaggio natale dell'autore, il film di Rödl rappresenta uno spaccato assai vivido della triste vita di provincia narrata attraverso la storia vera di Fritz Binner, considerato lo "scemo del villaggio", e perciò escluso e discriminato dalla piccola comunità. I parallelismi tra la realtà e la fiction hanno assunto caratteri agghiaccianti: Binner è morto subito dopo la fine delle riprese per abuso di alcool. E' un'ulteriore e tragica conferma della tesi che il film riesce molto bene a illustrare con tristi immagini in bianco e nero: l'incomprensione può essere altrettanto letale dell'omicidio."
Il film fu dedicato a "Fritz Binner e a tutti coloro che non hanno la possibilità di difendersi".
Opera di un'attualità stringente, che probabilmente non avremo mai la possibilità di vedere.
(post fatto col contributo di una recensione di Joe Hembus)
05/04/08
Blast of Silence
Blast of Silence - Cronaca di un assassinio
di Allen Baron (1961 USA 77’)
con Allen Baron, Molly McCarthy, Larry Tucker, Peter H. Clune.

L'orfano Frank "Baby Boy" Bono è un abile killer di professione: mandato, sotto Natale, dai suoi committenti a New York per uccidere il temibile capo di una banda di gangsters. Frank, per eseguire il lavoro, acquista da un viscido ricettatore, l'obeso Ralph, una pistola con silenziatore, con cui successivamente eliminerà il medesimo perchè a causa di un incontro casuale col medesimo in un night viene messa in pericolo la sua identità segreta...ma le sue sicurezze stanno venendo meno e il buco nero rappresentato da una vita fondata su solitudine e vicoli ciechi si sta inesorabilmente rivelando alla sua sopita coscienza. La crisi esistenziale conseguente è profonda e lacerante, tanto da arrivare ad incrinare la sua solitamente impeccabile professionalità. Da una voce narrante fuori campo (quella di Lionel Stander, sessantenne, forse il padre che Frankie non ha mai avuto) veniamo resi partecipi del tormentato flusso di coscienza emotivo del protagonista, le cui precedentemente inossidabili certezze traballano quando incontra la sorella di un ex-compagno di scuola, sua mai dimenticata vecchia fiamma. Corroso dai dubbi il killer tenta così di cancellare telefonicamente la sua missione, per poi rendersi conto dell'errore e ripensarci. L'ormai stanco e depresso Frankie prepara comunque l'assassinio con l'abituale meticolosità e riuscirà ugualmente a portare a termine il sofferto contratto, col pensiero di ritirarsi a nuova vita con l'aiuto dei loschi guadagni, ma un destino beffardo lo aspetta dietro l'angolo...
Folgorante noir, diretto con pochi mezzi, ma anche interpretato e sceneggiato da Allen Baron, all'epoca considerato l'enfant prodige del cinema indipendente americano, poi per un destino beffardo (analogo a quello del protagonista del film) scomparso dal circuito del cinema in sala e letteralmente sprecato nella regia di una moltitudine di inutili episodi di modeste serie televisive. "Blast of silence" è un intenso noir esistenzialista, sospeso tra il classicismo e l'avanguardia, dotato di una fotografia in bianco e nero affascinante e numerose sequenze memorabili, che riesce ad afferrare l'anima misteriosa ed oscura della giungla di New York, rappresentando i bassifondi della metropoli nei suoi recessi più sconosciuti ed inesplorati (all'epoca) dal mondo in celluloide.
Il film, visionario e ammaliante, accompagnato da una ricercata colonna sonora jazz, si è creato nel tempo un notevole seguito tra i dedali dell’universo B-movie, influenzando sottilmente le opere di autori imprescindibili, quali Martin Scorsese, Abel Ferrara e Jean Pierre Melville tra gli altri.
Allen Baron, dopo un'opera così sofisticata, aveva davanti a sé una mirabolante carriera, ma i mille rivoli imperscrutabili della sorte hanno fatto sì che ciò non sia accaduto e che anche questo suo primo film risulti di estremamente difficile reperibilità. Perché? Non è dato sapere, anche perchè come dice il suo protagonista: "la vita è misteriosa"...
Racconta Baron in un'intervista di D'Agnolo Vallan: "Il mio film, finito nel 1959, non è stato distribuito fino al 1961. In un certo senso, io e Cassavetes, che conoscevo abbastanza bene, abbiamo iniziato il cinema indipendente degli anni '60, anche se qualcuno era già attivo durante la decade precedente, come Morris Engel. Non è che ci fosse un movimento, anche se c'erano in giro molti che poi sono diventati famosi. Ci vedevamo tutti in un ristorante irlandese, sull'Ottava Avenue tra la Quarantaquattresima e la Quarantacinquesima Strada. C'erano Peter Bogdanovich, Tennessee Williams, Steve McQueen, Paul Newman, Henry Jaglom, che mi ricorda sempre come sia stato proprio io a incoraggiarlo sulla strada del cinema contro il parere della sua ricca famiglia. L'Actor's Studio era dietro l'angolo...si stava alzati a parlare fino alla mattina. Non credo che ci sia più niente di simile..."

"Blast of Silence is my favourite New York city movie" (Martin Scorsese)
"I gangsters e gli artisti sono uguali agli occhi delle masse: sono ammirati, adorati, ma c'è chi si dà un gran da fare per distruggerli"
(Stanley Kubrick)
di Allen Baron (1961 USA 77’)
con Allen Baron, Molly McCarthy, Larry Tucker, Peter H. Clune.

L'orfano Frank "Baby Boy" Bono è un abile killer di professione: mandato, sotto Natale, dai suoi committenti a New York per uccidere il temibile capo di una banda di gangsters. Frank, per eseguire il lavoro, acquista da un viscido ricettatore, l'obeso Ralph, una pistola con silenziatore, con cui successivamente eliminerà il medesimo perchè a causa di un incontro casuale col medesimo in un night viene messa in pericolo la sua identità segreta...ma le sue sicurezze stanno venendo meno e il buco nero rappresentato da una vita fondata su solitudine e vicoli ciechi si sta inesorabilmente rivelando alla sua sopita coscienza. La crisi esistenziale conseguente è profonda e lacerante, tanto da arrivare ad incrinare la sua solitamente impeccabile professionalità. Da una voce narrante fuori campo (quella di Lionel Stander, sessantenne, forse il padre che Frankie non ha mai avuto) veniamo resi partecipi del tormentato flusso di coscienza emotivo del protagonista, le cui precedentemente inossidabili certezze traballano quando incontra la sorella di un ex-compagno di scuola, sua mai dimenticata vecchia fiamma. Corroso dai dubbi il killer tenta così di cancellare telefonicamente la sua missione, per poi rendersi conto dell'errore e ripensarci. L'ormai stanco e depresso Frankie prepara comunque l'assassinio con l'abituale meticolosità e riuscirà ugualmente a portare a termine il sofferto contratto, col pensiero di ritirarsi a nuova vita con l'aiuto dei loschi guadagni, ma un destino beffardo lo aspetta dietro l'angolo...
Folgorante noir, diretto con pochi mezzi, ma anche interpretato e sceneggiato da Allen Baron, all'epoca considerato l'enfant prodige del cinema indipendente americano, poi per un destino beffardo (analogo a quello del protagonista del film) scomparso dal circuito del cinema in sala e letteralmente sprecato nella regia di una moltitudine di inutili episodi di modeste serie televisive. "Blast of silence" è un intenso noir esistenzialista, sospeso tra il classicismo e l'avanguardia, dotato di una fotografia in bianco e nero affascinante e numerose sequenze memorabili, che riesce ad afferrare l'anima misteriosa ed oscura della giungla di New York, rappresentando i bassifondi della metropoli nei suoi recessi più sconosciuti ed inesplorati (all'epoca) dal mondo in celluloide.
Il film, visionario e ammaliante, accompagnato da una ricercata colonna sonora jazz, si è creato nel tempo un notevole seguito tra i dedali dell’universo B-movie, influenzando sottilmente le opere di autori imprescindibili, quali Martin Scorsese, Abel Ferrara e Jean Pierre Melville tra gli altri.
Allen Baron, dopo un'opera così sofisticata, aveva davanti a sé una mirabolante carriera, ma i mille rivoli imperscrutabili della sorte hanno fatto sì che ciò non sia accaduto e che anche questo suo primo film risulti di estremamente difficile reperibilità. Perché? Non è dato sapere, anche perchè come dice il suo protagonista: "la vita è misteriosa"...
Racconta Baron in un'intervista di D'Agnolo Vallan: "Il mio film, finito nel 1959, non è stato distribuito fino al 1961. In un certo senso, io e Cassavetes, che conoscevo abbastanza bene, abbiamo iniziato il cinema indipendente degli anni '60, anche se qualcuno era già attivo durante la decade precedente, come Morris Engel. Non è che ci fosse un movimento, anche se c'erano in giro molti che poi sono diventati famosi. Ci vedevamo tutti in un ristorante irlandese, sull'Ottava Avenue tra la Quarantaquattresima e la Quarantacinquesima Strada. C'erano Peter Bogdanovich, Tennessee Williams, Steve McQueen, Paul Newman, Henry Jaglom, che mi ricorda sempre come sia stato proprio io a incoraggiarlo sulla strada del cinema contro il parere della sua ricca famiglia. L'Actor's Studio era dietro l'angolo...si stava alzati a parlare fino alla mattina. Non credo che ci sia più niente di simile..."

"Blast of Silence is my favourite New York city movie" (Martin Scorsese)
"I gangsters e gli artisti sono uguali agli occhi delle masse: sono ammirati, adorati, ma c'è chi si dà un gran da fare per distruggerli"
(Stanley Kubrick)
27/11/07
La dolcissima Dorothea
Dorotheas Rache
La dolcissima Dorothea
di Peter Fleischmann (1973 RFT/FRA 92')
con Regis Genger, Anna Henkel, Barbara Ossenkopp,
Elisabeth Potchanski, Gunther Thiedicke

Introvabile in Italia il terzo lungometraggio simbolista di Fleischmann, autentico scult movie, narra di Dorothea, un'adolescente di Amburgo, figlia di borghesi benestanti, il cui padre si interessa solo ai giocattoli che fabbrica (meccanismi capaci di indurre risate isteriche nei possessori), mentre la madre ha una relazione con altri due uomini.
Dorothea annuncia, nelle prime sequenze, ai genitori di aver fatto l'amore con un marziano e come prova mostra di possedere un fumante meteorite. I genitori allarmati si chiedono se la pillola del giorno dopo possa aver efficacia in caso di rapporti del terzo tipo. Si scopre che la ragazza si diverte a parodiare i film erotici con gli amici alla ricerca del vero significato dell'amore. Ma ben presto passa dal gioco alla realtà, accumulando esperienze di ogni genere in una serie incredibile di situazioni freak...La discesa di Dorothea é progressiva e la ragazza attraversa questi affastellati "inferni derisori" senza mai perdere una sorta di grazia e innocenza, tanto che la protagonista fu soprannominata "Maria Maddalena del quartiere a luci rosse". Alla fine, con i suoi amici, Dorothea abbandona la città per stabilirsi in campagna, dove forse comincerà un'altra vita in un utopico finale dove il ritorno alla natura permette di rigettare l'oscena società degli uomini che distrugge l'amore e coglierne finalmente il vero profondo significato.
Nell'intenzione degli autori (Fleischmann e Jean-Claude Carrière) il film vuole rappresentare, attraverso le modalità della satira e le forme della parodia, la distruzione dell'amore e denunciare lo sfruttamento commerciale del sesso in una oscena società capitalistica. I metodi di ripresa sono affini a quelli del cinema verità con tutta la pellicola filmata con camera a mano in ambienti naturali, con una fotografia volutamente sciatta e rozza per richiamare l'estetica del cinema porno (che all'epoca stava invadendo il mercato). Il fantasma di Bunuel aleggia sulla pellicola, ricca di momenti surreali e ammantata di un evangelismo blasfemo. L'ironia e lo humour nero accompagnano l'odissea di Dorothea e il film viene ad essere un'analisi inesorabile sulla nevrosi ossessiva del sesso nella società contemporanea. Jodorowsky, Arrabal e Topor conferirono alla pellicola il Gran Premio del Gruppo Panico ed elogiarono il risultato surrealista ottenuto da Fleischmann, riallacciandolo alle teorie di Pasolini e Breton. L'attrice Anna Henkel, che in seguito reciterà nel "Novecento" di Bertolucci, si mette in gioco totalmente e senza mai perdere la purezza, vittima in un viaggio iniziatico attraverso l'oscurità, la bizzarria, l'osceno e il perverso che regnano nella malata società contemporanea.
La dolcissima Dorothea
di Peter Fleischmann (1973 RFT/FRA 92')
con Regis Genger, Anna Henkel, Barbara Ossenkopp,
Elisabeth Potchanski, Gunther Thiedicke

Introvabile in Italia il terzo lungometraggio simbolista di Fleischmann, autentico scult movie, narra di Dorothea, un'adolescente di Amburgo, figlia di borghesi benestanti, il cui padre si interessa solo ai giocattoli che fabbrica (meccanismi capaci di indurre risate isteriche nei possessori), mentre la madre ha una relazione con altri due uomini.
Dorothea annuncia, nelle prime sequenze, ai genitori di aver fatto l'amore con un marziano e come prova mostra di possedere un fumante meteorite. I genitori allarmati si chiedono se la pillola del giorno dopo possa aver efficacia in caso di rapporti del terzo tipo. Si scopre che la ragazza si diverte a parodiare i film erotici con gli amici alla ricerca del vero significato dell'amore. Ma ben presto passa dal gioco alla realtà, accumulando esperienze di ogni genere in una serie incredibile di situazioni freak...La discesa di Dorothea é progressiva e la ragazza attraversa questi affastellati "inferni derisori" senza mai perdere una sorta di grazia e innocenza, tanto che la protagonista fu soprannominata "Maria Maddalena del quartiere a luci rosse". Alla fine, con i suoi amici, Dorothea abbandona la città per stabilirsi in campagna, dove forse comincerà un'altra vita in un utopico finale dove il ritorno alla natura permette di rigettare l'oscena società degli uomini che distrugge l'amore e coglierne finalmente il vero profondo significato.
Nell'intenzione degli autori (Fleischmann e Jean-Claude Carrière) il film vuole rappresentare, attraverso le modalità della satira e le forme della parodia, la distruzione dell'amore e denunciare lo sfruttamento commerciale del sesso in una oscena società capitalistica. I metodi di ripresa sono affini a quelli del cinema verità con tutta la pellicola filmata con camera a mano in ambienti naturali, con una fotografia volutamente sciatta e rozza per richiamare l'estetica del cinema porno (che all'epoca stava invadendo il mercato). Il fantasma di Bunuel aleggia sulla pellicola, ricca di momenti surreali e ammantata di un evangelismo blasfemo. L'ironia e lo humour nero accompagnano l'odissea di Dorothea e il film viene ad essere un'analisi inesorabile sulla nevrosi ossessiva del sesso nella società contemporanea. Jodorowsky, Arrabal e Topor conferirono alla pellicola il Gran Premio del Gruppo Panico ed elogiarono il risultato surrealista ottenuto da Fleischmann, riallacciandolo alle teorie di Pasolini e Breton. L'attrice Anna Henkel, che in seguito reciterà nel "Novecento" di Bertolucci, si mette in gioco totalmente e senza mai perdere la purezza, vittima in un viaggio iniziatico attraverso l'oscurità, la bizzarria, l'osceno e il perverso che regnano nella malata società contemporanea.
19/11/07
Marika degli Inferni
Mariken van Nieumeghen
Marika degli Inferni
di Jos Stelling (1974 OLA 84')
con Ronnie Montagne, Sander Bais, Alida Sonnega,
Diet Van de Hulst, Leo Koenen

Ecco un capolavoro perduto (almeno in Italia), opera prima di un regista sempre illuminato e illuminante, l'olandese Jos Stelling (ricorderete la sua gemma "Lo scambista"). Il film attualmente è reperibile solo sul mercato russo senza alcun sottotitolo (se non quelli russi alquanto indigesti per me).
Questa pellicola vinse a Cannes nel 1975 il premio come "Miglior Opera Prima" e colpì a fondo il fervente immaginario dell'epoca, tanto che non si esitò a considerarlo un film maledetto e paragonarlo a "La Montagna Sacra" di Jodorowsky.
Il film è tratto da un mistero medievale, scritto in versi e prosa nel '500 da un Anonimo e attualmente ancora rappresentato, ogni anno, a Nimega ove esiste anche una statua dedicata a Marika.

La trama narra l'odissea di una giovane contadina Marika, severamente educata dallo zio sacerdote, che girovaga nelle Fiandre del XV secolo devastate dalla peste e dalle carestie. Giunta faticosamente a Nimega, scopre la città dominata dalla confusione e dalla fame e trova la zia Agnese morta suicida per impiccagione.
La speranza di sopravvivere è flebile, ma la beffarda sorte le invia come protettore un attore con maschera da caprone e guercio da un occhio, di nome Muenen (nei misteri medievali solitamente è l'epiteto dato al Maligno). Accettando la protezione Marika fa un patto col diavolo e vende eternamente la sua anima. Diventa così attrice e girovaga con Muenen tra mille angoscianti avventure fino ad Anversa. Ma anche qui la peste è la padrona assoluta della città e Marika viene violentata da alcuni vagabondi che, per paura della vendetta del mefistofelico Muenen, arrivano a uccidere uno di loro. Marika in una progressiva discesa negli inferi si ritroverà accusata dagli abitanti di stregoneria, ma la beffarda sorte le consentirà di mettersi in fuga confondendosi con gli appestati. Al suo posto verrà arsa sul rogo Berta, la locandiera della città. A questo punto Marika vagherà selvaggia tra le campagne fino ad incontrare una bizzarra compagnia di "attori girovaghi"...
Figurativamente il film è sconvolgente e ricrea su pellicola in maniera esemplare le immagini e le angosce delle tele demoniache di Bosch e Bruegel, veramente un film apocalittico.
Proprio per tale motivo consiglio comunque l'acquisto del dvd in russo (sic!)...lo suggeriamo in massa (si fa per dire...) alla Raro Video?
Marika degli Inferni
di Jos Stelling (1974 OLA 84')
con Ronnie Montagne, Sander Bais, Alida Sonnega,
Diet Van de Hulst, Leo Koenen

Ecco un capolavoro perduto (almeno in Italia), opera prima di un regista sempre illuminato e illuminante, l'olandese Jos Stelling (ricorderete la sua gemma "Lo scambista"). Il film attualmente è reperibile solo sul mercato russo senza alcun sottotitolo (se non quelli russi alquanto indigesti per me).
Questa pellicola vinse a Cannes nel 1975 il premio come "Miglior Opera Prima" e colpì a fondo il fervente immaginario dell'epoca, tanto che non si esitò a considerarlo un film maledetto e paragonarlo a "La Montagna Sacra" di Jodorowsky.
Il film è tratto da un mistero medievale, scritto in versi e prosa nel '500 da un Anonimo e attualmente ancora rappresentato, ogni anno, a Nimega ove esiste anche una statua dedicata a Marika.

La trama narra l'odissea di una giovane contadina Marika, severamente educata dallo zio sacerdote, che girovaga nelle Fiandre del XV secolo devastate dalla peste e dalle carestie. Giunta faticosamente a Nimega, scopre la città dominata dalla confusione e dalla fame e trova la zia Agnese morta suicida per impiccagione.
La speranza di sopravvivere è flebile, ma la beffarda sorte le invia come protettore un attore con maschera da caprone e guercio da un occhio, di nome Muenen (nei misteri medievali solitamente è l'epiteto dato al Maligno). Accettando la protezione Marika fa un patto col diavolo e vende eternamente la sua anima. Diventa così attrice e girovaga con Muenen tra mille angoscianti avventure fino ad Anversa. Ma anche qui la peste è la padrona assoluta della città e Marika viene violentata da alcuni vagabondi che, per paura della vendetta del mefistofelico Muenen, arrivano a uccidere uno di loro. Marika in una progressiva discesa negli inferi si ritroverà accusata dagli abitanti di stregoneria, ma la beffarda sorte le consentirà di mettersi in fuga confondendosi con gli appestati. Al suo posto verrà arsa sul rogo Berta, la locandiera della città. A questo punto Marika vagherà selvaggia tra le campagne fino ad incontrare una bizzarra compagnia di "attori girovaghi"...
Figurativamente il film è sconvolgente e ricrea su pellicola in maniera esemplare le immagini e le angosce delle tele demoniache di Bosch e Bruegel, veramente un film apocalittico.
Proprio per tale motivo consiglio comunque l'acquisto del dvd in russo (sic!)...lo suggeriamo in massa (si fa per dire...) alla Raro Video?
07/11/07
Il tempo dell'inizio
Il tempo dell'inizio
Oggi col download non sembrano più esserci film introvabili...sono lontani i tempi degli scambi di rare VHS gracchianti e fuligginose...in realtà qualche film permane estremamente difficile da reperire...ecco il primo!
Il tempo dell’inizio
di Luigi Di Gianni
(1974 ITA 127’)

Film d’esordio del regista, ammantato di realismo magico, trasporta Kafka e Orwell in Lucania…
E’ la storia di un giovane di nome Lamda (parente stretto di Samsa de La metamorfosi), chiuso in un manicomio, che sogna di essere vittima di una crudele e cupa dittatura e riconosce nei volti dei suoi persecutori quelli dei medici e degli infermieri…il risveglio dalla sua delirante visione scoprirà una realtà ancora più agghiacciante.
Ricchissimo di significati e girato in un bianco e nero che si ispira a Dreyer, il film dà corpo a un delirio apocalittico e visionario che si rivela come metafora dei dolori e delle ingiustizie patiti dall'umanità.
Grande abilità del regista documentarista con interessi etnologici nello scoprire l’insolito ed il mistero celato nei paesaggi dell’italia meridionale. E’ tempo di ritrovarlo.
Oggi col download non sembrano più esserci film introvabili...sono lontani i tempi degli scambi di rare VHS gracchianti e fuligginose...in realtà qualche film permane estremamente difficile da reperire...ecco il primo!
Il tempo dell’inizio
di Luigi Di Gianni
(1974 ITA 127’)

Film d’esordio del regista, ammantato di realismo magico, trasporta Kafka e Orwell in Lucania…
E’ la storia di un giovane di nome Lamda (parente stretto di Samsa de La metamorfosi), chiuso in un manicomio, che sogna di essere vittima di una crudele e cupa dittatura e riconosce nei volti dei suoi persecutori quelli dei medici e degli infermieri…il risveglio dalla sua delirante visione scoprirà una realtà ancora più agghiacciante.
Ricchissimo di significati e girato in un bianco e nero che si ispira a Dreyer, il film dà corpo a un delirio apocalittico e visionario che si rivela come metafora dei dolori e delle ingiustizie patiti dall'umanità.
Grande abilità del regista documentarista con interessi etnologici nello scoprire l’insolito ed il mistero celato nei paesaggi dell’italia meridionale. E’ tempo di ritrovarlo.
21/10/07
Dune di Alejandro Jodorowsky
Dune di Alejandro Jodorowsky

Il Maestro Jodorowsky racconta: Una volta, l'essere divino mi si è rivelato in un sogno e mi ha detto "Il tuo prossimo film deve essere Dune". Non avevo letto il romanzo. Mi sono alzato alle sei e, come un alcolizzato che aspetta l'apertura del bar, ho atteso che la libreria aprisse per acquistare il libro. L'ho letto tutto d'un fiato senza smettere per mangiare e per dormire. Alla mezzanotte dello stesso giorno, avevo finito di leggerlo. A mezzanotte ed un minuto chiamavo da New York Michel Seydoux a Parigi...sarebbe stato il primo dei sette samurai che avrei utilizzato per il progetto. Per me Michel era un giovane (26 anni) senza esperienza di cinema, ma la sua società, la Camera One aveva acquistato i diritti de "La montagna Sacra2 e l'aveva distribuito molto bene...mi aveva detto "Mi piacerebbe produrre un film con te come regista". Non sapevo granché di lui, ma, per un'intuizione che ancor'oggi mi sorprende, vedendolo, malgrado la giovane età, avevo riconosciuto in lui il più grande produttore del momento...Perché'? Mistero...E non mi sono sbagliato. Quando gli ho dettoche desideravo acquistare i diritti di Dune e che il film doveva essere una coproduzione internazionale, perché i costi avrebbero superato i dieci milioni di dollari (somma favolosa all'epoca, visto che Hollywood non credeva ai film di fantascienza...2001 era ritenuto qualcosa di unico e insuperabile...) non ha vacillato "D'accordo ci troviamo a Los Angeles tra due giorni per acquistare i diritti" Non aveva nemmeno letto il libro...e abbiamo acquistato i diritti facilmente, dato che Hollywood trovava il libro irrealizzabile per lo schermo e non commerciale...Michel Seydoux mi ha lasciato carta bianca e un enorme appoggio finanziario: potevo così formare la mia squadra senza alcun problema economico. Mi ci voleva una traccia precisa...volevo realizzare il film sulla carta prima di girarlo...ora tutti i films con effetti speciali si fanno così, ma allora questa tecnica non era ancora utilizzata. Volevo un disegnatore di fumetti che avesse genio e rapidità, che potesse farmi da cinepresa e che creasse uno stile visivo...Mi sono incontrato per caso con il mio samurai: Jean Giraud alias Moebius (allora non aveva ancora realizzato "Le Garage Hermétique"). Gli ho detto "Se accetti questo lavoro, devi abbandonare tutto e partire domani con me per Los Angeles dove parleremo con Douglas Trumbull (2001 Odissea nello Spazio)". Moebius si è preso qualche ora per riflettere. L'indomani siamo partiti per gli Stati Uniti. Raccontare tutto prenderebbe troppo tempo...la nostra collaborazione, i nostri incontri in America con degli strani illuminati e le nostre conversazioni alle sette del mattino nel piccolo caffé che si trova sotto i nostri appartamenti e che per "caso" si chiama "Caffé l'Universo". Gir ha realizzato più di tremila disegni, tutti meravigliosi...il copione di Dune, grazie al suo talento, è un capolavoro.
Come terzo samurai avevo bisogno di un sognatore ingegnoso che potesse disegnare le astronavi in maniera diversa rispetto a quella degli altri films americani. E' per questo che scrissi a Christopher Foss, un disegnatore inglese che illustra copertine per libri di fantascienza...Come Giraud, non aveva mai pensato al cinema...con un grande entusiasmo, lasciò Londra e venne a stabilirsi a parigi...Anche questo artista, con le astronavi che riuscì a creare per Dune, ha cambiato tutto un modo di fare cinema. E' riuscito a creare macchinari semiviventi che riuscivano a mimetizzarsi con il colore delle pietre dello spazio...Ha realizzato "mezzi corazzati, assetati e agonizzanti secolo dopo secolo in un deserto di stelle, in attesa del corpo vivente che avrebbe riempito i loro serbatoi vuoti con le secrezioni sottili della sua anima...". Più tardi incontrai Giger, pittore svizzero del quale Dalì m'aveva mostrato un catalogo...La sua arte decadente, malata, suicida e geniale, era perfetta per realizzare il pianeta Harkonnen...Ha fatto un progetto del castello e del pianeta che suscitava realmente un orrore metafisico (molti degli scenari di Alien vengono da lì).

Per gli effetti speciali fui in grado di rifiutare Trumbull...non fui capace di sopportare la sua vanità, le sue arie da padrone, i suoi prezzi esorbitanti...partì alla ricerca di un giovane talento, mi dissero che a Los Angeles era come cercare un ago nel pagliaio. Alla fine, in una modesta rassegna di films di fantascienza amatoriali, ne vidi uno realizzato con pochi mezzi e che trovai meraviglioso: "Dark Star". Presi contatti con il ragazzo che aveva fatto gli effetti speciali: Dan O'Bannon. Mi trovai così di fronte ad un individuo pressoché selvaggio. Totalmente al di fuori del vivere quotidiano, O'Bannon mi sembrò possedere un vero talento. Non riusciva a credere che potessi affidare proprio a lui un progetto dell'importanza di Dune. Cominciò a prendermi veramente sul serio soltanto quando ricevette il suo biglietto aereo per Parigi. Non mi ero sbagliato: O'Bannon ha poi scritto la sceneggiatura di Alien e di molti altri film di successo.
Insieme a Jean Paul Gibon, il produttore esecutivo della Camera One che aveva molto a cuore il progetto, siamo andati in Inghilterra per cercare un musicista. Un elemento che ritenevo di primaria importanza: ogni pianeta doveva avere il suo stile di musica. Un gruppo come i Magma, per esempio, poteva riprodurre molto bene i ritmi guerrieri degli Harkonnen, che sarebbero stati in grado di cristalizzare la bellezza del pianeta di sabbia con il suo mistero e la sua forza implacabile: la strana sinfonia degli anelli dei vermi giganti.
La Virgin Records ci ricevette e ci propose i Gong, Mike Olfield ed i Tangerine Dream. Allora io dissi "E perché non i Pink Floyd?". Il gruppo aveva in quel momento un tale successo che quasi tutti consideravano la mia una proposta irrealizzabile. Grazie al mio film El Topo, i Pink Floyd conoscevano il mio nome. Accettarono di ricevercia Londra negli studi di Abbey Road. Jean Paul Gibon era favorevolmente colpito dal fatto che il gruppo ci ricevesse. Per quanto mi riguarda, già allora, avevo già perduto quasi completamente la mia coscienza individuale. Ero lo strumento di un piano divino, miracoloso, dove tutto era possibile. Dune non era al mio servizio, ero io, così come i samurai che avevo riunito, al servizio dell'opera. I Pink Floyd stavano registrando The Dark side of the moon. Arrivando, non trovai un gruppo di grandi musicisti in procinto di realizzare il loro capolavoro, ma quattro ragazzi che divoravano avidamente patatine fritte.Jean Paul e io, in piedi di fronte a loro, fummo costretti ad attendere che la loro voracità fosse soddisfatta. In nome di Dune, fui preso da un subitaneo furore e me ne andai sbattendo la porta. Sorpreso, David Gilmour ci rincorse porgendoci le sue scuse e ci fece assistere all'ultimo mixaggio del disco. Che momento estatico!...poi assistemmo al loro concerto in pubblico, dove migliaia di fans li acclamavano senza posa. A questo punto, i Pink Floyd chiesero di poter vedere "La Montagna Sacra". Riuscirono a vederlo in Canada. Soltanto allora decisero di partecipare al film proponendo un doppio album che doveva avere per titolo Dune. Vennero a Parigi per parlare delle questioni finanziarie e, dopo una lunga discussione, raggiungemmo un accordo. Trovato quello che di meglio si poteva ottenere in campo musicale, cominciai a cercare gli attori. Avevo visto Charlotte Rampling in Zardoz. desideravo che interpretasse Jessica. Rifiutò la parte. In quel periodo voleva recitare in due o tre films commerciali e la vita amorosa l'interessava più dell'arte. David Carradine venne a Parigi perché era interessato alla parte di Leto. Ma l'attore che io desideravo di più era Salvador Dalì: per la piccola parte dell'imperatore folle...che avventura!...
Dalì accettò con molto entusiasmo l'idea di recitare la parte dell'Imperatore della Galassia. Voleva filmare a Cadaquès e utilizzare per trono un w.c. composto da due delfini intrecciati. Le code avrebbero formato la base e le bocche aperte sarebbero servite, una per ricevere la pipì, l'altra la popò...Dalì stimava che fosse di cattivo gusto mescolarle. Gli dicemmo che avremmo avuto bisogno di lui per sette giorni...Dalì rispose che Dio aveva fatto l'Universo in sette giorni e che Dalì, non essendo da meno, sarebbe costato una fortuna: 100000 dollari all'ora. Una volta arrivato sulla scena avrebbe forse deciso di filmare più di un'ora al giorno facendoci pagare la stessa cifra. La fugace apparizione di Dalì sarebbe comunque costat 700000 dollari. Gli domandai una notte per riflettere e ci separammo. Durante quella notte strappai la pagina di un libro sui Tarocchi: c'era riprodotta una carta, l'Appeso. Gli scrissi una lettera dicendogli che non lo potevo pagare così tanto...gli scrissi che per 150000 dollari pretendevo tre giorni di riprese. Per la stessa cifra volevo un manichino in politilene, una sua replica, da utilizzare come suo doppio nel film. Dalì montò su tutte le furie e cominciò a urlare "Vi schiaccerò come topi! Verrò a Parigi per filmare, ma gli scenari vi costeranno più cari dei paesaggi di Cadaquès dipinti sui quadri del mio museo. Dalì costa 100000 dollari all'ora!". Amareggiato, si calmò e accettò l'idea di farsi riprodurre in plastica a patto che, alla fine del film, questa scultura fosse donata al suo museo. Ma era impossibile mercanteggiare con Dalì. Meditai a lungo e presi infine una decisione: avrei ridotto la parte di Dalì ad una pagine e mezza di copione. Accettai il suo prezzo, 100000 dollari all'ora, ma lo avrei preso soltanto per un'ora. Per filmare le altre scene avrei utilizzato il suo doppio-robot. Così andammo da lui, gli diedi la pagina e mezza di copione e Dalì accettò perché il suo onore era salvo. Sarebbe stato l'attore più pagato di tutta la storia del cinema...Siglai il contratto con Dalì sulla pagina con la riproduzione della carta dell'Appeso, sulla quale avevamo scritto qualche parola. Dalì amava la signorilità e, come tutti gli uomini di nobile spirito, avrebbe mantenuto la sua parola.
Per quanto mi riguarda, mi è piaciuto moltissimo battermoi per realizzare Dune. abbiamo vinto quasi tutte le battaglie, ma abbiamo perso la guerra. Il progetto fu sabotato ad Hollywood. Era francese e non americano. Il suo messaggio era "Ne abbiamo abbastanza di Hollywood!". La story-board è circolata in tutti i grandi studios. Dopo poco, usciva Guerre Stellari, il cui stile si ispirava stranamente a tutte le nostre idee. Per realizzare Alien, sono stati chiamati Moebius, Foss, Giger, O'Bannon etc. Il progetto ha convinto gli Americani sulla possibilità di fare films di fantascienza di grande spettacolo e senza il rigore scientifico di "2001, Odissea dello spazio".
Pensare alla realizzazione di Dune ha cambiato la nostra vita.
Tutti quelli che hanno partecipato all'ascesa ed alla caduta del progetto di Dune hanno imparato a cadere mille e una volta con ostinazione feroce, fin quando non sono stati in grado di reggersi in piedi. Mi ricordo ancora il mio vecchio padre che, morendo felice, mi diceva "Figlio mio, nella vita ho vinto perché ho imparato a perdere."

Il Maestro Jodorowsky racconta: Una volta, l'essere divino mi si è rivelato in un sogno e mi ha detto "Il tuo prossimo film deve essere Dune". Non avevo letto il romanzo. Mi sono alzato alle sei e, come un alcolizzato che aspetta l'apertura del bar, ho atteso che la libreria aprisse per acquistare il libro. L'ho letto tutto d'un fiato senza smettere per mangiare e per dormire. Alla mezzanotte dello stesso giorno, avevo finito di leggerlo. A mezzanotte ed un minuto chiamavo da New York Michel Seydoux a Parigi...sarebbe stato il primo dei sette samurai che avrei utilizzato per il progetto. Per me Michel era un giovane (26 anni) senza esperienza di cinema, ma la sua società, la Camera One aveva acquistato i diritti de "La montagna Sacra2 e l'aveva distribuito molto bene...mi aveva detto "Mi piacerebbe produrre un film con te come regista". Non sapevo granché di lui, ma, per un'intuizione che ancor'oggi mi sorprende, vedendolo, malgrado la giovane età, avevo riconosciuto in lui il più grande produttore del momento...Perché'? Mistero...E non mi sono sbagliato. Quando gli ho dettoche desideravo acquistare i diritti di Dune e che il film doveva essere una coproduzione internazionale, perché i costi avrebbero superato i dieci milioni di dollari (somma favolosa all'epoca, visto che Hollywood non credeva ai film di fantascienza...2001 era ritenuto qualcosa di unico e insuperabile...) non ha vacillato "D'accordo ci troviamo a Los Angeles tra due giorni per acquistare i diritti" Non aveva nemmeno letto il libro...e abbiamo acquistato i diritti facilmente, dato che Hollywood trovava il libro irrealizzabile per lo schermo e non commerciale...Michel Seydoux mi ha lasciato carta bianca e un enorme appoggio finanziario: potevo così formare la mia squadra senza alcun problema economico. Mi ci voleva una traccia precisa...volevo realizzare il film sulla carta prima di girarlo...ora tutti i films con effetti speciali si fanno così, ma allora questa tecnica non era ancora utilizzata. Volevo un disegnatore di fumetti che avesse genio e rapidità, che potesse farmi da cinepresa e che creasse uno stile visivo...Mi sono incontrato per caso con il mio samurai: Jean Giraud alias Moebius (allora non aveva ancora realizzato "Le Garage Hermétique"). Gli ho detto "Se accetti questo lavoro, devi abbandonare tutto e partire domani con me per Los Angeles dove parleremo con Douglas Trumbull (2001 Odissea nello Spazio)". Moebius si è preso qualche ora per riflettere. L'indomani siamo partiti per gli Stati Uniti. Raccontare tutto prenderebbe troppo tempo...la nostra collaborazione, i nostri incontri in America con degli strani illuminati e le nostre conversazioni alle sette del mattino nel piccolo caffé che si trova sotto i nostri appartamenti e che per "caso" si chiama "Caffé l'Universo". Gir ha realizzato più di tremila disegni, tutti meravigliosi...il copione di Dune, grazie al suo talento, è un capolavoro.
Come terzo samurai avevo bisogno di un sognatore ingegnoso che potesse disegnare le astronavi in maniera diversa rispetto a quella degli altri films americani. E' per questo che scrissi a Christopher Foss, un disegnatore inglese che illustra copertine per libri di fantascienza...Come Giraud, non aveva mai pensato al cinema...con un grande entusiasmo, lasciò Londra e venne a stabilirsi a parigi...Anche questo artista, con le astronavi che riuscì a creare per Dune, ha cambiato tutto un modo di fare cinema. E' riuscito a creare macchinari semiviventi che riuscivano a mimetizzarsi con il colore delle pietre dello spazio...Ha realizzato "mezzi corazzati, assetati e agonizzanti secolo dopo secolo in un deserto di stelle, in attesa del corpo vivente che avrebbe riempito i loro serbatoi vuoti con le secrezioni sottili della sua anima...". Più tardi incontrai Giger, pittore svizzero del quale Dalì m'aveva mostrato un catalogo...La sua arte decadente, malata, suicida e geniale, era perfetta per realizzare il pianeta Harkonnen...Ha fatto un progetto del castello e del pianeta che suscitava realmente un orrore metafisico (molti degli scenari di Alien vengono da lì).

Per gli effetti speciali fui in grado di rifiutare Trumbull...non fui capace di sopportare la sua vanità, le sue arie da padrone, i suoi prezzi esorbitanti...partì alla ricerca di un giovane talento, mi dissero che a Los Angeles era come cercare un ago nel pagliaio. Alla fine, in una modesta rassegna di films di fantascienza amatoriali, ne vidi uno realizzato con pochi mezzi e che trovai meraviglioso: "Dark Star". Presi contatti con il ragazzo che aveva fatto gli effetti speciali: Dan O'Bannon. Mi trovai così di fronte ad un individuo pressoché selvaggio. Totalmente al di fuori del vivere quotidiano, O'Bannon mi sembrò possedere un vero talento. Non riusciva a credere che potessi affidare proprio a lui un progetto dell'importanza di Dune. Cominciò a prendermi veramente sul serio soltanto quando ricevette il suo biglietto aereo per Parigi. Non mi ero sbagliato: O'Bannon ha poi scritto la sceneggiatura di Alien e di molti altri film di successo.
Insieme a Jean Paul Gibon, il produttore esecutivo della Camera One che aveva molto a cuore il progetto, siamo andati in Inghilterra per cercare un musicista. Un elemento che ritenevo di primaria importanza: ogni pianeta doveva avere il suo stile di musica. Un gruppo come i Magma, per esempio, poteva riprodurre molto bene i ritmi guerrieri degli Harkonnen, che sarebbero stati in grado di cristalizzare la bellezza del pianeta di sabbia con il suo mistero e la sua forza implacabile: la strana sinfonia degli anelli dei vermi giganti.
La Virgin Records ci ricevette e ci propose i Gong, Mike Olfield ed i Tangerine Dream. Allora io dissi "E perché non i Pink Floyd?". Il gruppo aveva in quel momento un tale successo che quasi tutti consideravano la mia una proposta irrealizzabile. Grazie al mio film El Topo, i Pink Floyd conoscevano il mio nome. Accettarono di ricevercia Londra negli studi di Abbey Road. Jean Paul Gibon era favorevolmente colpito dal fatto che il gruppo ci ricevesse. Per quanto mi riguarda, già allora, avevo già perduto quasi completamente la mia coscienza individuale. Ero lo strumento di un piano divino, miracoloso, dove tutto era possibile. Dune non era al mio servizio, ero io, così come i samurai che avevo riunito, al servizio dell'opera. I Pink Floyd stavano registrando The Dark side of the moon. Arrivando, non trovai un gruppo di grandi musicisti in procinto di realizzare il loro capolavoro, ma quattro ragazzi che divoravano avidamente patatine fritte.Jean Paul e io, in piedi di fronte a loro, fummo costretti ad attendere che la loro voracità fosse soddisfatta. In nome di Dune, fui preso da un subitaneo furore e me ne andai sbattendo la porta. Sorpreso, David Gilmour ci rincorse porgendoci le sue scuse e ci fece assistere all'ultimo mixaggio del disco. Che momento estatico!...poi assistemmo al loro concerto in pubblico, dove migliaia di fans li acclamavano senza posa. A questo punto, i Pink Floyd chiesero di poter vedere "La Montagna Sacra". Riuscirono a vederlo in Canada. Soltanto allora decisero di partecipare al film proponendo un doppio album che doveva avere per titolo Dune. Vennero a Parigi per parlare delle questioni finanziarie e, dopo una lunga discussione, raggiungemmo un accordo. Trovato quello che di meglio si poteva ottenere in campo musicale, cominciai a cercare gli attori. Avevo visto Charlotte Rampling in Zardoz. desideravo che interpretasse Jessica. Rifiutò la parte. In quel periodo voleva recitare in due o tre films commerciali e la vita amorosa l'interessava più dell'arte. David Carradine venne a Parigi perché era interessato alla parte di Leto. Ma l'attore che io desideravo di più era Salvador Dalì: per la piccola parte dell'imperatore folle...che avventura!...
Dalì accettò con molto entusiasmo l'idea di recitare la parte dell'Imperatore della Galassia. Voleva filmare a Cadaquès e utilizzare per trono un w.c. composto da due delfini intrecciati. Le code avrebbero formato la base e le bocche aperte sarebbero servite, una per ricevere la pipì, l'altra la popò...Dalì stimava che fosse di cattivo gusto mescolarle. Gli dicemmo che avremmo avuto bisogno di lui per sette giorni...Dalì rispose che Dio aveva fatto l'Universo in sette giorni e che Dalì, non essendo da meno, sarebbe costato una fortuna: 100000 dollari all'ora. Una volta arrivato sulla scena avrebbe forse deciso di filmare più di un'ora al giorno facendoci pagare la stessa cifra. La fugace apparizione di Dalì sarebbe comunque costat 700000 dollari. Gli domandai una notte per riflettere e ci separammo. Durante quella notte strappai la pagina di un libro sui Tarocchi: c'era riprodotta una carta, l'Appeso. Gli scrissi una lettera dicendogli che non lo potevo pagare così tanto...gli scrissi che per 150000 dollari pretendevo tre giorni di riprese. Per la stessa cifra volevo un manichino in politilene, una sua replica, da utilizzare come suo doppio nel film. Dalì montò su tutte le furie e cominciò a urlare "Vi schiaccerò come topi! Verrò a Parigi per filmare, ma gli scenari vi costeranno più cari dei paesaggi di Cadaquès dipinti sui quadri del mio museo. Dalì costa 100000 dollari all'ora!". Amareggiato, si calmò e accettò l'idea di farsi riprodurre in plastica a patto che, alla fine del film, questa scultura fosse donata al suo museo. Ma era impossibile mercanteggiare con Dalì. Meditai a lungo e presi infine una decisione: avrei ridotto la parte di Dalì ad una pagine e mezza di copione. Accettai il suo prezzo, 100000 dollari all'ora, ma lo avrei preso soltanto per un'ora. Per filmare le altre scene avrei utilizzato il suo doppio-robot. Così andammo da lui, gli diedi la pagina e mezza di copione e Dalì accettò perché il suo onore era salvo. Sarebbe stato l'attore più pagato di tutta la storia del cinema...Siglai il contratto con Dalì sulla pagina con la riproduzione della carta dell'Appeso, sulla quale avevamo scritto qualche parola. Dalì amava la signorilità e, come tutti gli uomini di nobile spirito, avrebbe mantenuto la sua parola.
Per quanto mi riguarda, mi è piaciuto moltissimo battermoi per realizzare Dune. abbiamo vinto quasi tutte le battaglie, ma abbiamo perso la guerra. Il progetto fu sabotato ad Hollywood. Era francese e non americano. Il suo messaggio era "Ne abbiamo abbastanza di Hollywood!". La story-board è circolata in tutti i grandi studios. Dopo poco, usciva Guerre Stellari, il cui stile si ispirava stranamente a tutte le nostre idee. Per realizzare Alien, sono stati chiamati Moebius, Foss, Giger, O'Bannon etc. Il progetto ha convinto gli Americani sulla possibilità di fare films di fantascienza di grande spettacolo e senza il rigore scientifico di "2001, Odissea dello spazio".
Pensare alla realizzazione di Dune ha cambiato la nostra vita.
Tutti quelli che hanno partecipato all'ascesa ed alla caduta del progetto di Dune hanno imparato a cadere mille e una volta con ostinazione feroce, fin quando non sono stati in grado di reggersi in piedi. Mi ricordo ancora il mio vecchio padre che, morendo felice, mi diceva "Figlio mio, nella vita ho vinto perché ho imparato a perdere."
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