31/08/08

Banditi a Orgosolo

Banditi a Orgosolo
di Vittorio De Seta
(1961 ITA 98')

Scorsese parlando delle vette del cinema italiano ha fatto il nome di De Seta, il giornalista pensando di aver capito male ha precisato De Sica e Scorsese ha ribadito De Seta. Siamo d'accordo anche noi e questo film lo dimostra. "Banditi a Orgosolo" fu girato tutto in esterni, al contatto vivo con la realtà sarda, lontano da ogni filtro mediatore e senza schemi preordinati. De Seta fu contemporaneamente regista, operatore, montatore e arrangiatore del commento musicale. Non vi fu una sceneggiatura prestabilita, agli attori, tutti sardi, venivano spiegate in estemporanea le battute che avrebbero dovuto dire di lì a poco, "poiché lo sforzo mnemonico provocava imbarazzi e incertezza", esortandoli poi a trovare le parole adatte nel loro dialetto. Il tema centrale del film è l'impossibilità di un' "ordine" statale in quelle zone dove la struttura socio-culturale ed economica era, come disse lo stesso regista nel prologo del film, "diversa", impossibilità cui corrispondeva il tentativo del singolo individuo di risolvere, sia pure con la forza, quei problemi di giustizia a cui lo Stato non poteva dare una soluzione.

28/08/08

Night on Bald Mountain

Night on Bald Mountain
estratto da Walt Disney's Fantasia
di Wilfred Jackson (1940 USA 120')
Musica di Modest Mussorgsky rielaborata da Leopold Stokowsky.
Arrangiamento orchestrale di Maurice Ravel.

24/08/08

Itaca

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Kostantinos Kavafis)

22/08/08

Carlo Mollino

Carlo Mollino

Sentito omaggio a Carlo Mollino, artista torinese poliedrico e spiazzante (1905-1973), famoso per la sua attività di architetto, impostata sulle orme delle opere di Alvar Aalto ed Eric Mendelsohn, che lo ha portato a creare il nuovo Teatro Regio di Torino, che Mollino stesso definì come ispirato ad "una forma intermedia tra l'uovo e l'ostrica semiaperta". Mollino ha fatto della trasgressione il filo conduttore della sua arte e dei suoi interessi. La sua attività ha spaziato in numerosi campi tra cui disegno, architettura, progettazione d'interni, fotografia erotica, occultismo e creazione di auto da corsa. E' stato spericolato sciatore (creando anche particolari tecniche sciistiche), eclettico scrittore, pilota d'aereo acrobatico e di auto da corsa e soprattutto memorabile fotografo erotico. Numerosi i suoi libri che spaziano dalla narrativa all'architettura, dalla tecnica sciistica alla critica fotografica (uno per tutti "Messaggio dalla Camera Oscura"). Figura complessa e affascinante, Mollino fu un genio ai limiti della follia, estremamente avaro, ossessionato dalle tasse, maniaco del sesso e, si dice, sperimentatore di sostanze. Ha sempre rifiutato di lavorare per la grande industria, preferendo dedicarsi alla creazioni di mobili pezzi unici e alle sue ardite sperimentazioni fotografiche con accondiscendenti fanciulle. Sperimentazioni create furbescamente nel suo splendido appartamento con una Leica e successivamente modificate con l'uso di un pennellino, in modo da raggiungere l'ideale di bellezza femminile, che l'artista aveva in mente. Fotografie ammalianti e magicamente surreali, le polaroid di Mollino sono affascinanti ritratti femminili realizzati tra gli anni Sessanta e il 1973 , anno dell'improvvisa morte. Altra sua grande passione fu quella per l'automobilismo e la velocità, sia come pilota semi-professionista, che come progettista e disegnatore di bolidi innovativi, come il Bisiluro che partecipò nel 1955 alla 24 Ore di Le Mans, sempre inseguendo il mito del superamento del "record".
A quando un documentario su di lui?

21/08/08

Ray Harryhausen

Ray Harryhausen

La mia passione per il cinema ha un'origine: era il 1981 e mi portarono a vedere il film "Scontro di Titani", rimasi senza parole e non per Ursula Andress o Laurence Olivier, ma per la Medusa e il Kraken...nei successivi tre/quattro anni rividi il film altre 11 volte rincorrendolo al cinema e in TV, impresa non da poco visto che eravamo in epoca pre-VHS...nel 1983 vidi in sala "Blade Runner" e il sottilmente erotico "I paladini" e da allora sono permeato incurabilmente dalla magnifica ossessione, ma questa è un'altra storia...Scontro di Titani mi colpì veramente profondamente e solo successivamente scoprì l'autore delle affascinanti e sconvolgenti creature animate in stop-motion del film: Ray Harryhausen. Per stop-motion, per chi non lo sapesse, si intende una tecnica di animazione tridimensionale creata mediante la manipolazione di pupazzi e modellini inanimati, dei quali si riprende progressivamente ogni singola posizione, creando in questo modo l'illusione del movimento. Nato nel 1920 e tuttora vivente (che si aspetta a fare una retrospettiva completa?), Harryhausen è uno dei geni assoluti che ha avuto il cinema fantastico e le sue creature, volenti o nolenti, hanno inciso indelebilmente il nostro immaginario. Insieme al suo maestro e ispiratore Willis O'Brien, autore degli effetti speciali del "King Kong" del 1933, Harryhausen è stato uno dei più grandi animatori che hanno utilizzato la tecnica stop-motion, da lui battezzata "kinetic sculpture" e animata in "dynamation". All'inizio della sua carriera Ray si getta anima e corpo in un mastodontico progetto, dal titolo "Evolution", incentrato sul mondo preistorico e l'origine delle specie. Grazie alle sue realizzazioni per quest'opera incompiuta, viene assoldato da George Pal per contribuire alla realizzazione del serial "Puppettoons". In seguito si arruola in guerra nella "Army Motion Picture Unit", sotto la direzione di Frank Capra, dove può affinare la tecnica cinematografica. Nel 1949 arriva la grande occasione di collaborare con il suo maestro O'Brien (si erano conosciuti grazie a sua nipote che era compagna di classe di Ray) alla realizzazione de "Il re dell'Africa" di E.B. Schoedsack, di cui cura personalmente l'85% degli effetti speciali, tra i quali merita di essere ricordata una notevole sequenza di lotta tra il gigantesco gorilla e i cowboys. Per il film O'Brien vince l'Oscar. Ray collabora poi con O'Brien per il film "Valley of Mist", che non verrà però portato a termine per problemi produttivi. Negli anni Cinquanta inizia una straordinaria collaborazione con il produttore Charles H.Schneer (tredici film insieme), che lo porta a realizzare in stop-motion creature fantastiche pressoché perfette (le vediamo nel filmato in fondo al post), con la straordinaria capacità di fare interagire realisticamente i suoi mostri con i personaggi in carne e ossa, riuscendo così a dare vita alle nostre fantasie archetipiche.

I film in questione sono "Il risveglio del dinosauro" di Eugène Lourié (1953) basato su un racconto dell'amico Ray Bradbury, "Il mostro dei mari" di Robert Gordon (1955), "La terra contro i dischi volanti" di Fred F. Sears (1956), "A 30 milioni di Km dalla terra" di Nathan Juran (1957) con la lotta tra il mostro e un elefante, "Il settimo viaggio di Sinbad" sempre di Juran (1958), "I viaggi di Gulliver" di Jack Sher (1960), "L'isola misteriosa" di Cy Endfield (1961) e successivamente "Gli Argonauti" di Don Chaffey (1963) con la psicotronica battaglia tra gli attori e un gruppo di scheletri (oltre quattro mesi di lavoro per realizzarla). Non dimentichiamoci poi che "Il Risveglio del Dinosauro" è il film che ha portato Ishiro Honda e Tomouki Tanaka a realizzare niente meno che "Godzilla" (1954), grazie al finanziamento degli studi TOHO in Giappone. Successivamente Harryhausen si dedica a "Base Luna chiama Terra" di Nathan Juran (1964), film ispirato ad un romanzo di H.G. Wells. Poi collabora con la mitica Hammer, realizzando i dinosauri per "Un milione di anni fa" di Don Chaffey (1966) e va detto che gli spettatori rimangono più impressionati dalle creature di Ray, che dal corpo mozzafiato di Raquel Welch. I dinosauri sono la sua ossessione e per questo firma anche quelli di "La vendetta dei Gwangi" di Jim O'Connolly (1969), che era in realtà un suo progetto personale in cantiere da svariati anni.
Negli anni Settanta torna a creare personaggi per film mitologici come "Il viaggio fantastico di Sinbad" (1974) (con la dea Kali a 6 braccia e tante altre incredibili creature) e "Sinbad e l'occhio della tigre" (1977). I tempi e il pubblico stanno cambiando e viene il momento di congedarsi, ma bisogna farlo lasciando una traccia e il suo ultimo film "Scontro di Titani", grazie alle sue fantastiche invenzioni, ci riesce sicuramente. Nel 1992, finalmente, gli viene assegnato un Oscar alla carriera. Nel 2006 viene pubblicato l'imperdibile libro "The Art of Ray Harryhausen".

"Fai apparire quello che senza di te forse non sarebbe mai stato visto" (Robert Bresson)

20/08/08

Eegah!

Eegah!
di Arch Hall Sr. (1962 USA 90')

19/08/08

Nella Mia Pelle

Nella mia pelle - Dans Ma Peau
di Marina De Van
(2002 FRA 93')
con Marina De Van, Laurent Lucas, Léa Drucker

Disturbante viaggio al termine della notte, capace di indagare gli anfratti più reconditi della nostra identità, Nella Mia Pelle viene così a configurarsi come uno dei film più interessanti degli ultimi anni. Un film che mostra come l'essere umano sia sempre alla ricerca di sé, spesso attraversando una matassa aggrovigliata di cui gli sfuggono i bandoli, ma alla quale non dispera mai di riuscire a dare un senso compiuto. Purtroppo però non gli è mai dato conoscere per intero la propria verità, ma ne può cogliere soltanto singoli frammenti, disseminati nella miriade di situazioni in cui gli capita di trovarsi.
Il film è incentrato su Esther, una trentenne dalla vita normale e rettilinea, che riceve una promozione sul lavoro e ha una relazione amorosa stabile con un ragazzo che sembra volerla sposare. Ma ad un certo punto accade l'inatteso, la giovane esce nel giardino di una villa, durante una festa tra amici, e attraversando un cantiere si procura, senza accorgersene, una brutta ferita lacero-contusa ad una gamba. Rientrata nella buia festa continua a ballare sfrenatamente per tutta la sera, apparentemente non provando alcun dolore. Successivamente si accorge della ferita e il contatto col proprio corpo ferito e sanguinante fa probabilmente riaffiorare un trauma, che nel film non è mai esplicitato, ma che brucia incandescente nella sua anima. Da questo momento Esther sviluppa un'irresistibile attrazione per le proprie ferite: le riapre, se ne infligge di nuove e trova in tutto questo un motivo di sollievo, che le consente evidentemente di liberarsi di tensioni insopportabili che minacciano di disintegrare la sua identità. Nel film Marina De Van si mette in gioco totalmente, interpretando la protagonista, scrivendone la sceneggiatura e curandone la regia. Il suo film è glaciale, senza spiegazioni né giudizi morali, ben lontano dal pregiudizio che solitamente stigmatizza l'atto di ledersi il corpo, ascrivendolo (senza neppure analizzarlo) al versante della follia o del masochismo. Sono rimasto di stucco quando ho aperto i miei testi di psichiatria e non ho trovato neanche una riga sul fenomeno delle ferite autoinflitte. Nella nostra psichiatria le lesioni corporali autoinflitte continuano a essere considerate semplici anomalie, assai poco studiate nelle loro caratteristiche specifiche. Forse perché nelle società europee il rispetto dell'integrità del corpo continua ad essere un principio intoccabile e la deliberata lesione del proprio corpo mette spaventosamente a disagio (è la sensazione che ho provato anch'io a fine del film). Nella pratica quotidiana invece capita spesso di imbattersi in ragazze che si spengono mozziconi sulle braccia o si tagliuzzano la pelle. I casi che vengono a contatto con il medico sono però casi in cui si è già scivolati nella psicosi. Sfuggono invece tutti quei casi di donne (solitamente) perfettamente inserite nella vita sociale, che vi fanno ricorso come a una forma di regolazione delle proprie tensioni, quasi fosse una particolare forma di lotta contro il male di vivere. E nessuno sospetta, nessuno sa che si comportano così, anche perché chi lo fa solitamente se ne vergogna. Il fenomeno è in costante aumento e sembra che negli Stati Uniti, dove al tema sono state dedicate numerose ricerche, vi siano circa tre milioni di persone, soprattutto donne, che ricorrono a lesioni corporali autoinflitte. Ma perché lo fanno? Bisogna riuscire a capire perché, in situazione di grande sofferenza, si ricorre al corpo come a una sorta di ultima risorsa probabilmente per non scomparire. A questo proposito gli scritti dell'antropologo e sociologo David Le Breton sono illuminanti. Secondo i suoi studi la condizione umana è corporea, ma il rapporto con l'incarnazione non è mai risolto del tutto. Ferirsi non è mai frutto di un agire irriflesso, anche se ha in sé qualcosa dell'impulso; serve a scaricare una tensione, un'angoscia che non lascia più alcuna scelta, nessun'altra risorsa e di cui l'individuo deve potersi liberare in qualche modo. L'incisione è una risposta inconscia ma potente al senso di caos che minaccia di trascinar via ogni cosa. Per continuare a esistere e lottare contro lo smarrimento, queste persone ricorrono a un mezzo che probabilmente agli occhi degli altri non è il migliore, ma per loro è il solo mezzo che funziona. Le lesioni del corpo sono una forma di sacrificio: l'individuo accetta di separarsi da una parte di sé per salvare così la totalità della propria esistenza. La posta in gioco, insomma, sembra essere il non voler morire: sono ferite che creano l'identità, tentativi di accedere al sé più profondo, disfandosi del peggio. La traccia corporale porta la sofferenza in superficie, dove quest'ultima è visibile e controllabile, sradicandola da un'interiorità che sembra simile a un baratro. Le lesioni corporali sono come delle grida, urlate nella carne, a cui l'essere umano ricorre quando manca il linguaggio.
Parlando del film della De Van, Le Breton dice "Nella Mia Pelle si confronta con l'inquietante estraneità di essere uniti a una carne: innumerevoli scene del film mostrano questo processo di allontanamento e al tempo stesso ritorno a sé che si realizza grazie alla ferita - ossia mediante il rovesciamento della pelle, il richiamo all'interiorità materializzata dal sangue o dal dolore. Il suo compagno non è in grado di comprendere la sua tranquilla deriva. Il mondo le sfugge, scivola via fuori da lei. Vivere non le basta più, Esther ha perso il senso del reale e cerca di sentirsi esistere, ma lo fa pagandone il prezzo. Ed ecco che la scopriamo personaggio borderline, sul filo del rasoio in una realtà che lentamente le sfugge e non le lascia altre risorse se non quel corpo cui si aggrappa disperatamente: intagliandolo, facendolo sanguinare, persino divorandolo. Quando perde i limiti del suo mondo li cerca sul proprio corpo, ledendosi la pelle e facendone colare il sangue. Esther abbandona il legame sociale, le riesce difficile instaurare una sia pur minima relazione con gli altri; rifugiatasi in una camera d'hotel dove celebra riti di sangue col proprio corpo, finisce col tagliarsi il viso, simbolico congedo del mondo che ormai esprime chiaramente la gravità del suo stato. Nelle ultime scene del film la vediamo immobile, catatonica, su un letto."
L'incisione è per Esther, come per alcune ragazze dei nostri giorni, una cerimonia segreta, compiuta come una liturgia intima. Sono riti personali e privati che offrono risposte radicali alle domande sul valore dell'esistenza. La protagonista però, invece di trarne momentaneo sollievo, viene a dipendere dai tagli che si procura, proprio come alcuni dipendono dall'alcool o dalla droga: ad ogni evento doloroso vi fanno ritorno, alla disperata ricerca di una tregua. In una scena indimenticabile la giovane cerca di conservare un preciso rettangolo della propria pelle, informandosi da un farmacista su come poterla imbalsamare, per non perdere la piacevole sensazione tattile che le dà il contatto con la propria pelle. Psicanaliticamente gli sforzi della protagonista sono volti con ogni mezzo a cercare di scongiurare la sensazione di perdita narcisistica nel tentativo di ristabilire l'involucro narcisistico originario. Purtroppo ciò non le eviterà la discesa negli inferi dati dall'alienazione totale, non solo dal mondo che la circonda, ma addirittura dalla sua stessa corporeità. Certo è che una dimensione sociale e lavorativa che annienta la libertà personale e schiaccia l'individuo nei meccanismi di un ingranaggio (che vuole solamente efficienza, produzione e consumo) di certo non aiuta queste persone in difficoltà.
Lo scrittore Marco Belpoliti afferma che "l'automutilazione è diventata dopo il crollo delle ideologie del XX secolo la forma attraverso cui gli individui ridisegnano i confini del proprio corpo, rispetto agli altri, rispetto anche al corpo immaginario della madre, con cui continuano, nonostante tutto, a mantenere un rapporto simbiotico. Tatuaggio e piercing servono, a chi li pratica, ad assicurare che dentro il corpo, sotto la pelle, non c'è il vuoto, ma appunto qualcosa". Speriamo di salvarci la pelle...

“La vita umana è composta da due parti eterogenee, destinate a non congiungersi mai. L'una è provvista di senso, e questo senso sono le finalità utilitarie – di conseguenza subordinate: si tratta della parte che si manifesta alla coscienza. L'altra parte però è sovrana, e a volte si costituisce favorendo il disordine della prima: è la parte oscura – o piuttosto quando è chiara diviene accecante, in questo modo si nasconde con ogni mezzo alla coscienza.”
(Georges Bataille)

18/08/08

La Pelle

La Pelle

Buona parte dell'arte contemporanea è incentrata sulla pelle...la pelle è un'interfaccia tra esterno e interno, un prezioso punto di confine e di passaggio tra noi e il mondo. A livello embrionale nell'uomo la corteccia cerebrale si forma congiuntamente alla pelle e all'apparato genitale, proprio per questi motivi la formazione del soggetto psichico è inscindibile da quella del soggetto corporeo. E forse è per questo che la dermatologia molto spesso brancola nel buio, vedi orticarie, eczemi e svariate altre affezioni cutanee (etichettate come idiopatiche che è un modo forbito per dire che non ci si è capito nulla). Ma la pelle funziona anche da barriera, difendendo l'individuo dalle intrusioni esterne...ed infatti le zanzare stanno diventando uno dei nostri più temuti nemici. Ma, come sostiene Betti Marenko, la pelle è anche il luogo dove appaiono con più evidenza le esperienze compiute dagli individui, raccoglie e mostra le tracce visibili: rughe, marchi, cicatrici, calli, tatuaggi, perforazioni, iscrizioni, vuoti, volumi, curve, increspature...sono segni "che incarnano i residui del passaggio del mondo attraverso il corpo". Simile a un archivio, la pelle conserva le tracce della storia individuale. La sua consistenza, il colore, le cicatrici e le sue particolarità (nevi, voglie etc) disegnano un paesaggio unico. Ma ciò che complica notevolmente gli interventi terapeutici della nostra medicina è che la pelle incarna l'interiorità degli individui. Sulla superficie che ci fascia e ci delimita si manifestano infatti i segni dei sintomi psichici, dall'isteria alla santità, dei sentimenti e delle emozioni, delle malattie. E' uno specchio che ci mette irrimediabilmente a nudo, rendendo superficiale ciò che normalmente riteniamo profondo: pensieri, emozioni, sentimenti.