12/08/09

Trash Film Posters

Trash Film Posters

Slugs di Juan Piquer Simon (1988)



Curucu, Beast of the Amazon di Curt Siodmak (1956)



Blood Freak di Brad F. Grinter (1972)



Queen of Blood di Curtis Harrington (1966)



Werewolf in a Girls' Dormitory di Paolo Heusch (1961)



E tu vivrai nel terrore - L'aldilà di Lucio Fulci (1981)

10/08/09

Locandine cinematografiche

Locandine Cinematografiche
Prosegue il nostro excursus alla scoperta di alcuni altri interessanti poster cinematografici

La tomba di Ligeia di Roger Corman (1964)



Il testamento del dottor Mabuse di Fritz Lang (1933)



Il Golem di Paul Wegener (1920)



La stirpe dei dannati di Anton Leader (1964)



Life Size di Luis Garcia Berlanga (1974)
A proposito a quando una sua edizione in dvd in italiano o in inglese...

08/08/09

Solo Duets (Joseph Feltus)

Solo Duets
di Joseph Feltus (2006 UK 9')

05/08/09

Gli anni in tasca (Francois Truffaut)

Gli anni in tasca
di Francois Truffaut (1976 FRA 104')

Prendendo spunto da una novella di Daudet, La petit chose, da cui già aveva tratto l'episodio de I quattrocento colpi in cui Antoine Doinel inventa la morte della madre per giustificare il ritardo a scuola e memore della lezione del Renoir di This land is mine, Truffaut realizza un affresco tenero e coinvolgente sull'infanzia e la pre-adolescenza. Le parole dello stesso Truffaut rendono a meraviglia il senso del film: "Sapevo che questo film non avrebbe avuto le stesse caratteristiche di I quattrocento colpi. In I quattrocento colpi era come se io fossi il fratello di Antoine Doinel, in Il ragazzo selvaggio come se fossi il padre di Victor; qui, un po’ in anticipo sui tempi, è quasi lo sguardo di un nonno che ho cercato di avere, uno sguardo che non giudica, che si volge ai ragazzi come a qualcosa di conosciuto. Si trattava di far ridere, non a scapito dei bambini ma con loro; nemmeno alle spalle degli adulti ma con loro. Da qui la ricerca di un delicato equilibrio di gravità e leggerezza. L’insieme deve illustrare l’idea di come l’infanzia è spesso in pericolo, ma possiede la grazia e ha anche la pelle dura. Il bambino inventa la vita, ci sbatte contro, ma sviluppa allo stesso tempo tutte le sue facoltà di resistenza. Infine, ed è evidentemente la ragione d’essere di questo film, non mi stanco mai di girare con dei bambini. L’improvvisazione è molto importante, perché per ogni scena quasi non davo indicazioni per il dialogo: davo delle idee generali, e loro facevano il resto con le parole. Non c’è stata improvvisazione dei fatti, perché le storie erano già lì, pronte e vere. Ma, per esempio, quando l’insegnante arriva in classe dicendo: "Mi è nato un bambino", i ragazzi hanno posto le domande che volevano, liberamente. Abbiamo fatto del cinema alla Jean Rouch: la cinepresa prima sui ragazzi, perché pongano le domande che vogliono fare, e la segretaria di edizione prende appunti su quanto viene detto, poi la cinepresa passa sull’insegnante, i ragazzi fanno altre domande, in genere le stesse, e l’insegnante risponde. La sola critica che mi viene mossa abbastanza spesso da quando il film è uscito è che in Gli anni in tasca è assente la crudeltà dei bambini. Lo so che esiste la crudeltà nei bambini, ma io non ne ho mai sofferto, perché ero figlio unico; credo che chi ha avuto fratelli e sorelle ha dovuto affrontare rapporti più aggressivi. E poi ho visto troppo spesso al cinema o in letteratura la crudeltà dei bambini utilizzata in modo artificioso, per dimostrare l’assurdità della guerra oppure la crudeltà della guerra, e così via..."
Come sottolineano Barbera e Mosca nel castoro sul regista "l'idea di fondo è quella di mostrare tutti gli stadi dell'infanzia, dal biberon al primo bacio. Una riflessione discreta e ariosa che costituisce una dichiarazione d'amore per un mondo sballottato tra il bisogno di protezione e la necessità più intima di indipendenza dei percorsi e di autonomia dei comportamenti. Il dato comune a tutti i bambini del film è infatti il desiderio di autonomia, cui si deve aggiungere una disponibilità alla tenerezza di cui essi non sono consapevoli....attraverso i suoi giovani attori egli non vuole dimostrare nulla, né fornire ipotesi psicanalitiche Nè tantomeno tesi a proposito delle influenze sociali sull'universo infantile. Lo spunto è ben diverso: lavorare con i bambini adattandosi ai loro tempi, dilatati e interminabili, poi improvvisamente concentrati e intensi. Filmare giovani volti in trasformazione...assecondare il loro interesse, la voglia di partecipare, misurandosi costantemente con la ricerca del difficile equilibrio tra serietà e leggerezza".
Un gioiello del cinema contemporaneo come Essere e Avere di Nicholas Philibert è senz'altro debitore delle atmosfere di questo film. Va infine citato il monologo finale del maestro, illuminante per l'epoca e ancora ricco di interessanti spunti di riflessione: "io ho avuto un'infanzia difficile e mi ricordo che ero molto impaziente di crescere perché vedevo che gli adulti hanno tutti i diritti, possono decidere della propria vita. Un adulto infelice può ricominciare la vita altrove, può ripartire da zero. Un bambino infelice nemmeno lo pensa, sa di essere infelice, ma non può dare un nome a questa infelicità e soprattutto dentro di lui non può neanche mettere in discussione i genitori o gli adulti che lo fanno soffrire. Un bambino infelice, un bambino martire, si sente sempre colpevole ed è questo che è orribile. Fra tutte le ingiustizie che ci sono al mondo quelle che colpiscono i bambini sono le più ingiuste, le più ignobili, le più odiose. Il mondo non è giusto e forse non lo sarà mai, ma è necessario lottare perché vi sia giustizia, bisogna, bisogna farlo...le cose cambiano, ma lentamente...le cose migliorano, ma lentamente...quelli che ci governano cominciano sempre i loro discorsi dicendo "il governo non cederà di fronte alle minacce"...invece è il contrario, cede solo alle minacce e i cambiamenti si ottengono solo eclamandoli energicamente. Da qualche anno gli adulti hanno capito e ottengono in piazza, quello che si rifiuta negli uffici...vi dico tutto questo solo per dimostrarvi che gli adulti, quando lo vogliono veramente, possono migliorare la loro vita, migliorare il loro destino, ma in tutte queste lotte i bambini sono dimenticati, non c'é nessun partito politico che si occupi veramente dei bambini...esiste una spiegazione: i bambini non sono elettori...volevo anche dirvi che proprio perché ho un brutto ricordo della mia infanzia e proprio perché non mi piace di come ci si occupa dei bambini, che io ho scelto di fare il lavoro che faccio, cioé l'insegnante...la vita non é facile, é dura ed è importante che impariate a diventare forti per poterla affrontare. Oh badate io non vi spingo a diventare dei duri, ma dei forti. Per uno strano equilibrio quelli che hanno avuto un'infanzia difficile sono più preparati ad affrontare la vita adulta di quelli che sono stati molto protetti o molto amati. E' una specie di legge di compensazione...e poi vedrete il tempo passa in fretta, un giorno avrete anche voi dei bambini e io spero che li amerete e loro vi ameranno, anzi loro vi ameranno se voi li amate, altrimenti rivolgeranno il loro amore o il loro affetto, la loro tenerezza su altra gente o su qualcos'altro, perché la vita è fatta così: non si può fare a meno di amare e di essere amati".

Il gusto per la citazione

"Io improvviso, forse, ma con dei materiali che risalgono a parecchio tempo fa. Si raccolgono per anni mucchi di cose, e le si mettono tutt'a un tratto in ciò che si fa. [...] I nostri primi film sono stati film di cinefili. Ci si può servire anche di ciò che si è già visto al cinema per fare deliberatamente dei riferimenti. Questo è stato soprattutto il mio caso. Ragionavo in funzione di atteggiamenti puramente cinematografici. Facevo certi piani in rapporto ad altri che conoscevo, di Preminger, Cukor, ecc. D'altronde il personaggio di Jean Seberg prende le mosse da quello di "Bonjour tristesse". Avrei potuto prendere l'ultimo piano del film e legarlo con la scritta "Tre anni dopo"... È da avvicinare al mio gusto della citazione che ho sempre conservato. Perché rimproverarselo? Le persone, nella vita, citano ciò che piace loro. Noi abbiamo dunque il diritto di citare quel che ci piace. Mostro dunque delle persone che fanno delle citazioni: solamente che ciò che citano, faccio in modo che piaccia anche a me. Nelle note in cui metto tutto ciò che piò servire al mio film, metto anche una frase di Dostoiesvski, se mi piace. Perché farsi scrupolo? Se voi avete voglia di dire una cosa, non c'è che una soluzione: dirla".
(da Entretien avec Jean-Luc Godard, Cahiers du cinéma, 1962)

04/08/09

La valvola riducente del cervello

Riflettendo sulla mia esperienza, mi trovai d'accordo con l'eminente filosofo di Cambridge dottor C.D. Broad, che "faremmo bene a considerare, molto più seriamente di quanto ora siamo indotti a fare, il tipo di teoria che Bergson espose relativamente alla memoria e alla percezione dei sensi. L'ipotesi é che la funzione del cervello e del sistema nervoso e degli organi dei sensi sia principalmente eliminativa e non produttiva. Chiunque è capace in ogni momento di ricordare tutto ciò che gli è accaduto e di percepire tutto ciò che accade dovunque nell'universo. La funzione del cervello e del sistema nervoso è di proteggerci contro il pericolo di essere sopraffatti e confusi da questa massa di conoscenza in gran parte inutile e irrilevante, cacciando via la maggior parte di ciò che altrimenti percepiremmo o ricorderemmo in ogni momento, e lasciando solo quella piccolissima e particolare selezione che ha probabilità di essere utile in pratica". Secondo questa teoria, ciascuno di noi è potenzialmente l'Intelletto in Genere. Ma in quanto animali, è nostro compito sopravvivere a ogni costo. Per rendere possibile la sopravvivenza biologica, l'Intelletto in Genere deve essere filtrato attraverso la valvola riducente del cervello e del sistema nervoso. Ciò che viene fuori dall'altro capo è il misero rigagnolo della specie di coscienza che ci aiuterà a vivere sulla superficie di questo particolare pianeta...
(Aldous Huxley - Le porte della percezione)

03/08/09

Believe - The Chemical Brothers

Believe
The Chemical Brothers

"Noi avevamo predetto che la musica elettronica sarebbe stata la fase successiva della musica popolare mentre la gente ci prendeva per pazzi, considerava questya affermazione molto elitaria, intellettuale e noi dovevamo dire di no, che era la musica di tutti i giorni - le automobili, i rumori - microfoni che riprendevano la musica di tutti...
...Abbiamo sempre suonato in situazioni differenti, paesi diversi, culture lontane. Quando suoniamo in America, per esempio, c'è sempre una buona fetta del pubblico che balla: neri, ispanici, ispano-americani. La musica elettronica è davvero un linguaggio mondiale, è la musica del villaggio globale."
(Ralf Hutter - Kraftwerk)

01/08/09

L'uomo moderno (Carl Gustav Jung)

"L'uomo moderno non si rende conto di quanto il suo "razionalismo" (che ha distrutto le sue capacità di rispondere ai simboli e alle idee soprannaturali) lo abbia posto alla mercé del mondo sotterraneo della psiche. Egli si è liberato (o crede di essersi liberato) dalla "superstizione", ma in questo processo egli è venuto perdendo i suoi valori spirituali in misura profondamente pericolosa. La sua tradizione morale e spirituale si è disintegrata, e ora egli paga lo scotto di questo suo naufragio nel disorientamento e nella dissociazione generali.
Gli antropologi hanno spesso descritto ciò che accade a una società primitiva allorché i suoi valori spirituali si trovano esposti all'influenza della civiltà moderna. Gli uomini perdono il significato della propria vita, la loro organizzazione sociale si disintegra ed essi stessi decadono moralmente. Noi ci troviamo attualmente nella medesima condizione senza però esserci mai resi conto di ciò che abbiamo perduto, poiché i nostri capi spirituali, sfortunatamente, erano più interessati a proteggere le loro istituzioni che a comprendere il mistero offerto dai simboli. Secondo me la fede non esclude la ragione (che è l'arma più potente dell'uomo), ma disgraziatamente molti credenti sembrano così impauriti dalla scienza 8e, incidentalmente, dalla psicologia) da essere completamente ciechi di fronte alle forze psichiche soprannaturali che dominano incessantemente il destino degli uomini. Abbiamo spogliato ogni cosa del suo mistero e del suo carttere soprannaturale; non c'è più nulla di sacro.
Nell'età primitiva, quando i concetti istintivi zampillavano nella mente dell'uomo, non era difficile per lui integrarli consciamente in una coerente struttura psichica. Ma l'uomo "civilizzato" non è più capace di ciò: la sua coscienza "avanzata" lo ha privato dei mezzi attraverso i quali è possibile assimilare all'inconscio i contributi ausiliari degli istinti. Questi organi di assimilazione e d'integrazione erano i simboli soprannaturali, da tutti considerati sacri.
Oggi, per esempio, si fa un gran parlare di "materia": descriviamo le sue proprietà fisiche, conduciamo esperimenti di laboratorio per dimostrarne alcuni aspetti. Tuttavia la parola "materia" rimane un concetto arido, disumano e puramente intellettuale, privo per noi di qualunque significato psichico. Quanto diversa era l'antica immagine della materia - la Grande Madre -, capace di abbracciare e di esprimere il profondo significato emotivo della Madre Terra! Nello stesso modo, ciò che prima era lo spirito, ora viene identificato con l'intelletto, cessando così di essere il Padre di tutte le cose. Esso è degenerato al rango dei limitati pensieri soggettivi dell'uomo e l'immensa energia emotiva espressa nell'immagine del "Padre Nostro" è svanita nella sabbia di un deserto intellettuale..."
(Carl Gustav Jung - L'uomo e i suoi simboli)

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."
(Italo Calvino - Le Città Invisibili)