Golem
Jiri Barta
17/03/09
15/03/09
Day of the fight
Day of the Fight
di Stanley Kubrick (1949 USA 16')
Documentario che tratteggia splendidamente il giorno che precede il combattimento di un pugile, Walter Cartier, giovane promessa ed aspirante al titolo mondiale dei pesi medi. Ottimamente reso il clima, misto di attesa nervosismo e speranza, che precede il match. Il film rappresenta per Kubrick un prolungamento diretto del suo precedente lavoro di fotografo, ma riesce lo stesso a metterlo in evidenza e lanciarlo verso quella fulgida carriera che tutti conosciamo. Singolare la presenza del gemello del pugile (come non pensare, trattandosi di Kubrick, alle due sorelline di Shining...). Da notare che in Killer’s kiss, primo film di Kubrick, il protagonista è proprio un pugile ex-promessa nel giorno dell’incontro decisivo. Quindi, ipotizzando che i due protagonisti coincidano, questo cortometraggio può essere visto come una preparazione/anticipazione del suddetto pregevole film. Raffinata, come sempre in Kubrick, la fotografia ed eccellente l’utilizzo della macchina da presa nel filmare il combattimento.
di Stanley Kubrick (1949 USA 16')
Documentario che tratteggia splendidamente il giorno che precede il combattimento di un pugile, Walter Cartier, giovane promessa ed aspirante al titolo mondiale dei pesi medi. Ottimamente reso il clima, misto di attesa nervosismo e speranza, che precede il match. Il film rappresenta per Kubrick un prolungamento diretto del suo precedente lavoro di fotografo, ma riesce lo stesso a metterlo in evidenza e lanciarlo verso quella fulgida carriera che tutti conosciamo. Singolare la presenza del gemello del pugile (come non pensare, trattandosi di Kubrick, alle due sorelline di Shining...). Da notare che in Killer’s kiss, primo film di Kubrick, il protagonista è proprio un pugile ex-promessa nel giorno dell’incontro decisivo. Quindi, ipotizzando che i due protagonisti coincidano, questo cortometraggio può essere visto come una preparazione/anticipazione del suddetto pregevole film. Raffinata, come sempre in Kubrick, la fotografia ed eccellente l’utilizzo della macchina da presa nel filmare il combattimento.
13/03/09
Tekkonkinkreet
Domenica 15 Marzo ore 21.30 al Clan Destino
Tekkonkinkreet
di Michael Arias (2006 GIAP 111’)
Prodotto dallo Studio4°C, che ha già lavorato nello splendido “Animatrix” , e tratto da un manga in tre volumi, edito anche in Italia, di Taiyo Matsumoto, “Tekkonkreet” viene pubblicato direttamente in dvd (anche se avrebbe meritato di essere ammirato su grande schermo) e si propone come uno degli anime piu’ interessanti ed originali degli ultimi anni (sebbene dieci spanne piu’ sotto di una meraviglia quale “Ghost in the shell 2″ o di un qualsiasi film di Miyazaki) e soprattutto come una delle pù fedeli trasposizioni su schermo di strisce a fumetti, mantenendone l’esatto e peculiare tratto grafico ed esaltandolo grazie ad uno uso della CGI che non sovrasta mai, ma dinamizza, i disegni ed i movimenti di camera e li impreziosce con ottimi effetti speciali atmosferici che si fondono perfettamente con alcuni dei fondali più belli che si siano visti da diverso tempo.In realtà non tutte le premesse brillanti vengono mantenute e molte vengono sprecate per scarsa attenzione alla storia, ma nel complesso il comparto visivo merita sicuramente l’applauso.
“Tekkonkreet” narra di Nero e Bianco, due ragazzi orfani che vivono letteralmente come gatti randagi e per i quali Treasure Town (periferia giapponese dominata da grandi complessi industriali, fogne e negozietti asserragliati) è tutto il loro mondo, una specie di grande parco-giochi in cui vivono in bilico tra la necessità di sopravvivenza quotidiana ed un innato (e quasi psicotico) ottimismo.
Il loro motto è “Sii felice”.
Uniti come in un tao, l’uno più infantile, quasi naif, puro, l’altro introverso e rabbioso, Bianco e Nero devono affrontare i progetti imprenditoriali sulla loro città organizzati da un gruppo della Yakuza, guidato dall’inquietante Serpente, al cui servizio sono umanoidi giganti privi di anima ed armati fino ai denti.
Durante questi scontri, spesso spettacolari grazie a salti su palazzi e mezzi pubblici che infrangono ogni legge basilare della fisica newtoniana, Bianco e Nero avranno modo di riflettere su se stessi e persino sul significato della loro esistenza e di quella di dio.
Costruito lungo 4 stagioni rappresentative di un particolare periodo della loro vita e delle loro evoluzioni psicologiche, “Tekkonkreet” diventa narrativamente e visivamente intrigante quando il meccanismo di fratellanza instaurato dai due protagonisti entra in crisi e si innesta in entrambi un processo di scissione psicologica, in particolare per Nero che andrà incontro ad una deriva sempre più pericolosa.
Adulto per i contenuti ed alcune sequenze violente (anche moralmente), le sfumature possibili della trama vengono disperse ad un certo punto in un delirio visivo nel sottofinale di assoluta bellezza e grande inventiva, che stravolge persino i canoni fino ad allora adottati, ma si riceve la sensazione che in fondo dei due ragazzini e delle loro vicende importasse veramente poco agli autori, per non parlare di personaggi secondari e sottotrame appena accennate seppure con un forte potenziale narrativo.
E’ un peccato perchè alcuni dialoghi, scarni, ma incisivi, avrebbero potuto elevare di molto l’autorialità dell’anime e l’emotività generale.
Restano in compenso il tratto deforme e volutamente stilizzato delle figure (ricordano moltissimo i disegni schizoidi di Ben Templesmith), l’ipercineticità delle scene di azione, l’esplosione cromatica dei fondali, dettagliatissimi ed eccellentemente realizzati, e scelte visive che ammiccano al cinema “vero” pur non tradendo la fonte originaria.
(Tratto dal blog Love is The Devil di Lenny Nero)
Tekkonkinkreet
di Michael Arias (2006 GIAP 111’)
Prodotto dallo Studio4°C, che ha già lavorato nello splendido “Animatrix” , e tratto da un manga in tre volumi, edito anche in Italia, di Taiyo Matsumoto, “Tekkonkreet” viene pubblicato direttamente in dvd (anche se avrebbe meritato di essere ammirato su grande schermo) e si propone come uno degli anime piu’ interessanti ed originali degli ultimi anni (sebbene dieci spanne piu’ sotto di una meraviglia quale “Ghost in the shell 2″ o di un qualsiasi film di Miyazaki) e soprattutto come una delle pù fedeli trasposizioni su schermo di strisce a fumetti, mantenendone l’esatto e peculiare tratto grafico ed esaltandolo grazie ad uno uso della CGI che non sovrasta mai, ma dinamizza, i disegni ed i movimenti di camera e li impreziosce con ottimi effetti speciali atmosferici che si fondono perfettamente con alcuni dei fondali più belli che si siano visti da diverso tempo.In realtà non tutte le premesse brillanti vengono mantenute e molte vengono sprecate per scarsa attenzione alla storia, ma nel complesso il comparto visivo merita sicuramente l’applauso.
“Tekkonkreet” narra di Nero e Bianco, due ragazzi orfani che vivono letteralmente come gatti randagi e per i quali Treasure Town (periferia giapponese dominata da grandi complessi industriali, fogne e negozietti asserragliati) è tutto il loro mondo, una specie di grande parco-giochi in cui vivono in bilico tra la necessità di sopravvivenza quotidiana ed un innato (e quasi psicotico) ottimismo.
Il loro motto è “Sii felice”.
Uniti come in un tao, l’uno più infantile, quasi naif, puro, l’altro introverso e rabbioso, Bianco e Nero devono affrontare i progetti imprenditoriali sulla loro città organizzati da un gruppo della Yakuza, guidato dall’inquietante Serpente, al cui servizio sono umanoidi giganti privi di anima ed armati fino ai denti.
Durante questi scontri, spesso spettacolari grazie a salti su palazzi e mezzi pubblici che infrangono ogni legge basilare della fisica newtoniana, Bianco e Nero avranno modo di riflettere su se stessi e persino sul significato della loro esistenza e di quella di dio.
Costruito lungo 4 stagioni rappresentative di un particolare periodo della loro vita e delle loro evoluzioni psicologiche, “Tekkonkreet” diventa narrativamente e visivamente intrigante quando il meccanismo di fratellanza instaurato dai due protagonisti entra in crisi e si innesta in entrambi un processo di scissione psicologica, in particolare per Nero che andrà incontro ad una deriva sempre più pericolosa.
Adulto per i contenuti ed alcune sequenze violente (anche moralmente), le sfumature possibili della trama vengono disperse ad un certo punto in un delirio visivo nel sottofinale di assoluta bellezza e grande inventiva, che stravolge persino i canoni fino ad allora adottati, ma si riceve la sensazione che in fondo dei due ragazzini e delle loro vicende importasse veramente poco agli autori, per non parlare di personaggi secondari e sottotrame appena accennate seppure con un forte potenziale narrativo.
E’ un peccato perchè alcuni dialoghi, scarni, ma incisivi, avrebbero potuto elevare di molto l’autorialità dell’anime e l’emotività generale.
Restano in compenso il tratto deforme e volutamente stilizzato delle figure (ricordano moltissimo i disegni schizoidi di Ben Templesmith), l’ipercineticità delle scene di azione, l’esplosione cromatica dei fondali, dettagliatissimi ed eccellentemente realizzati, e scelte visive che ammiccano al cinema “vero” pur non tradendo la fonte originaria.
(Tratto dal blog Love is The Devil di Lenny Nero)
08/03/09
07/03/09
Il male supremo
Il mondo sta per finire. La sola ragione per la quale potrebbe durare è che esiste. Come è debole questa ragione, paragonata a tutte quelle che annunziano il contrario, e specialmente a quest'altra: che ha ormai da fare il mondo sotto il cielo? Perchè supponendo che continui a esistere materialmente, sarebbe poi un'esistenza degna di questo nome e del dizionario storico? Non dico che il mondo sarà ridotto agli espedienti e al disordine ridicolo delle Repubbliche dell'America del Sud, che forse anche noi ritorneremo allo stato selvaggio e che andremo a cercarci il cibo col fucile in mano, attraverso le rovine erbose della nostra civiltà. No, queste avventure presupporebbero ancora una certa energia vitale, eco delle età primitive. Nuovo esempio e nuove vittime delle inesorabili leggi morali, periremo per colpa di ciò di cui abbiamo creduto vivere. La meccanica ci avrà talmente meccanicizzati, il progresso avrà così bene atrofizzato in noi tutta la parte spirituale, che nulla delle fantasie sanguinarie, sacrileghe o antinaturali degli utopisti potrà essere paragonato ai suoi risultati positivi. Io che do a ogni uomo che pensi di mostrarmi che cosa sussista della vita. Della religione, credo inutile parlare, e cercare i residui, giacché darsi la pena di negare Dio è in questo caso il solo scandalo. La proprietà era virtualmente scomparsa con la soppressione del diritto di primogenitura; ma verrà il tempo in cui l'umanità, come un orco vendicatore, strapperà l'ultimo brandello a coloro che credono di essere legittimi eredi delle rivoluzioni. E nemmeno questo sarà il male supremo.
(Charles Baudelaire dai Diari intimi)

Post dedicato alla memoria di mio padre (nella foto)
(Charles Baudelaire dai Diari intimi)

Post dedicato alla memoria di mio padre (nella foto)
05/03/09
Heaven
Heaven

Blog di Scaglie 51° nella classifica Intrattenimento/ Cinema Radio TV di Shinystat di ieri...come è possibile?
In Heaven everything is fine...

Blog di Scaglie 51° nella classifica Intrattenimento/ Cinema Radio TV di Shinystat di ieri...come è possibile?
In Heaven everything is fine...
04/03/09
Black Cat (Edgar G. Ulmer)
Domenica 8 Marzo ore 21.30 al Clan Destino di Faenza
Black Cat
di Edgar G. Ulmer (1934 USA 65')
Ulmer, dopo aver studiato architettura e filosofia a Vienna negli anni '20, aveva lavorato come assistente alle scenografie ed alla regia con Max Reinhart e F.W. Murnau e aveva poi seguito quest'ultimo negli Stati Uniti. Il film, che avrebbe dato grande successo ad Ulmer, è vagamente ispirato all'omonimo racconto di Edgar Allan Poe e vede protagonisti, per la prima volta assieme, i due più grandi attori di film horror degli anni '30: Boris Karloff e Bela Lugosi. Girato negli Universal Studios, per gli esterni della villa in Ungheria viene utilizzata la Ennis-Brown House di Frank Lloyd Wright che ben si inserisce nel linguaggio filmico di Ulmer fortemente ispirato dall'espressionismo europeo. Cult Assoluto.
Black Cat
di Edgar G. Ulmer (1934 USA 65')
Ulmer, dopo aver studiato architettura e filosofia a Vienna negli anni '20, aveva lavorato come assistente alle scenografie ed alla regia con Max Reinhart e F.W. Murnau e aveva poi seguito quest'ultimo negli Stati Uniti. Il film, che avrebbe dato grande successo ad Ulmer, è vagamente ispirato all'omonimo racconto di Edgar Allan Poe e vede protagonisti, per la prima volta assieme, i due più grandi attori di film horror degli anni '30: Boris Karloff e Bela Lugosi. Girato negli Universal Studios, per gli esterni della villa in Ungheria viene utilizzata la Ennis-Brown House di Frank Lloyd Wright che ben si inserisce nel linguaggio filmico di Ulmer fortemente ispirato dall'espressionismo europeo. Cult Assoluto.
01/03/09
Nati Ciechi
Nati Ciechi
"Io volevo sapere una cosa: credete voi in Dio o no?" disse Stavrogin guardandolo con durezza" " Io credo nella Russia, nella sua ortodossia...Io credo nel corpo di Cristo...Io credo che la sua nuova venuta accadrà in Russia...Io credo..." si mise a balbettare esaltato Satov.
"E in Dio? in Dio?"
"Io...io crederò in Dio"
(Da "I Demoni" di Dostojevski)
Cosa aggiungere a questo? Qui é genialmente colta quella condizione di sgomento spirituale, quella carenza e quella deficienza dell'anima che sta diventando il carattere più costante dell'uomo moderno, il quale può essere definito un impotente spirituale. Il bello é celato agli occhi di coloro che non cercano la verità, o per i quali essa é controindicata. Questa profonda mancanza di spiritualità di colui che non percepisce, ma giudica l'arte, il suo rifiuto e la sua mancanza di disponibilità a riflettere sul significato e sullo scopo della propria esistenza nel significato più alto del termine, assai sovente vengono mascherate con l'esclamazione primitiva fino alla volgarità: "Non mi piace!", "Non mi interessa!".
Questo é un argomento a cui é impossibile controbattere, ma spesso assomiglia alla reazione di un nato cieco, al quale si sforzano di descrivere un arcobaleno.
Analogamente l'uomo contemporaneo, incapace di meditare sulla verità, rimane semplicemente sordo alla sofferenza, attraverso la quale é passato l'artista per condividere con gli altri la verità da lui attinta.
(Andrej Tarkovskij)
"Io volevo sapere una cosa: credete voi in Dio o no?" disse Stavrogin guardandolo con durezza" " Io credo nella Russia, nella sua ortodossia...Io credo nel corpo di Cristo...Io credo che la sua nuova venuta accadrà in Russia...Io credo..." si mise a balbettare esaltato Satov.
"E in Dio? in Dio?"
"Io...io crederò in Dio"
(Da "I Demoni" di Dostojevski)
Cosa aggiungere a questo? Qui é genialmente colta quella condizione di sgomento spirituale, quella carenza e quella deficienza dell'anima che sta diventando il carattere più costante dell'uomo moderno, il quale può essere definito un impotente spirituale. Il bello é celato agli occhi di coloro che non cercano la verità, o per i quali essa é controindicata. Questa profonda mancanza di spiritualità di colui che non percepisce, ma giudica l'arte, il suo rifiuto e la sua mancanza di disponibilità a riflettere sul significato e sullo scopo della propria esistenza nel significato più alto del termine, assai sovente vengono mascherate con l'esclamazione primitiva fino alla volgarità: "Non mi piace!", "Non mi interessa!".
Questo é un argomento a cui é impossibile controbattere, ma spesso assomiglia alla reazione di un nato cieco, al quale si sforzano di descrivere un arcobaleno.
Analogamente l'uomo contemporaneo, incapace di meditare sulla verità, rimane semplicemente sordo alla sofferenza, attraverso la quale é passato l'artista per condividere con gli altri la verità da lui attinta.
(Andrej Tarkovskij)
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