20/11/07

Kapò

Kapo’
di Gillo Pontecorvo
(1959 FRA 102’)
con Emmanuelle Riva, Didi Perego, Susan Strasberg,
Laurent Terzieff, Gianni Garko, Paola Pitagora, Graziella Galvani.

Scritto dal regista con Franco Solinas dopo che avevano letto "Se questo è un uomo" di Primo Levi, Kapo’ è una parabola drammatica che, a soli 15 anni di distanza dall’orrore dell’olocausto, ha il pregio di ricostruire e riportare davanti alla troppo labile memoria degli uomini un mondo che è di sterminio, la forza di mostrare non solo la distruzione fisica ma anche la degradazione morale a cui la follia umana può portare.
La storia è quella di una giovanissima prigioniera ebrea in un lager nazista, fragile creatura immessa di colpo in un’atmosfera apocalittica, che si schiera per sopravvivere dalla parte dei nemici e accetta di diventare kapo’, cioè guardiana-aguzzina delle altre recluse. Tale è l’abiezione a cui può arrivare una creatura umana per colpa del terrore, della paura, della fame e della miseria. Un punto di non ritorno: la sopravvivenza solo a patto della trasformazione.
Nel 1959 una tale protagonista era inconsueta e già di per sé spiazzante, quello dei collaborazionisti un tema a quei tempi rimosso. Inoltre il film di Pontecorvo ha un altro pregio quando sottolinea come esemplare non la forza morale e la resistenza della protagonista (operazione tipica dei film hollywoodiani pieni di eroi integerrimi), ma la sua debolezza e la sua fallacia, tutt’uno con la sua innocenza e il suo candore.
Ovviamente è un film e costa molti soldi alla produzione, per cui ha una doppia anima artistica e commerciale insieme, da questa convivenza derivano l’aspetto documentaristico duro e rigoroso da una parte e le concessioni al pubblico per rendere il film più digeribile dall’altra.
Proprio per questo motivo gli si perdona, in alcune parti, un eccesso di sentimentalismo, che senz’altro ha aiutato il film ad arrivare e a colpire l’immaginario del pubblico, tanto che il termine kapo’ è diventato di uso comune.
Il problema del linguaggio è sempre cruciale, specie se si ha un obiettivo di denuncia.
Il pervicace tentativo del regista di coniugare ideologia e spettacolo nei suoi film ha sempre irritato non poco la critica, non generosa con i suoi film (fatta eccezione per "La battaglia di Algeri", ma come si potrebbe stroncarlo?).
A questo proposito "Kapo’" ha dato origine ad una violenta stroncatura da parte di Jacques Rivette (Cahiers du Cinéma n. 120, giugno 1961), famoso esponente della Nouvelle Vague, che bollò il film come abietto scrivendo: “Guardate l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si toglie la vita, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo”.
La critica e il cinema della “nouvelle vague” sapevano essere spietati, nel mettere al centro una “moralità dello sguardo” assoluta, dove anche un movimento della macchina da presa aveva sempre un senso, una ragione. La scelta del punto di vista non è mai casuale, e Rivette e la Nouvelle Vague di Godard, Truffaut, Rohmer e compagni lo gridavano forte.
Attualmente un’etica dello sguardo così pura fa quasi sorridere, assuefatti come siamo a spietate immagini televisive che non conoscono il rispetto per la morte altrui, ma anzi vanno a cercare i particolari morbosi in nome di un’enigmatica audience e di un pubblico sempre più imbarbarito.
Concludendo il carrello in avanti è sicuramente un errore, ma il film è in ogni caso da vedere giacché si pone come memoria di questa degradazione umana diventando un monito e al contempo un’esecrazione e condanna al nazi-fascismo. Perenne.

Ultrahorror 2

Nel percorso verso il limite indicibile del rappresentabile ecco altri cinque film da morire!

1) Last House on Dead End Street
di Peter Watkins (1977 USA 78')

http://italian.imdb.com/title/tt0076295/

2) The Untold Story
di Herman Yau (1993 Hong Kong 96')

http://italian.imdb.com/title/tt0103743/

3) Subconscious Cruelty
di Karim Hussain (1999 CAN 92')

http://italian.imdb.com/title/tt0166370/

4) Divided into Zero
di Mitch Davis (1999 CAN 34')

http://italian.imdb.com/title/tt0212919/

5) Roadkill: The Last Days of John Martin
di Jim Van Bebber (1994 USA 15')

http://italian.imdb.com/title/tt0126642/

19/11/07

Marika degli Inferni

Mariken van Nieumeghen
Marika degli Inferni
di Jos Stelling (1974 OLA 84')
con Ronnie Montagne, Sander Bais, Alida Sonnega,
Diet Van de Hulst, Leo Koenen

Ecco un capolavoro perduto (almeno in Italia), opera prima di un regista sempre illuminato e illuminante, l'olandese Jos Stelling (ricorderete la sua gemma "Lo scambista"). Il film attualmente è reperibile solo sul mercato russo senza alcun sottotitolo (se non quelli russi alquanto indigesti per me).
Questa pellicola vinse a Cannes nel 1975 il premio come "Miglior Opera Prima" e colpì a fondo il fervente immaginario dell'epoca, tanto che non si esitò a considerarlo un film maledetto e paragonarlo a "La Montagna Sacra" di Jodorowsky.
Il film è tratto da un mistero medievale, scritto in versi e prosa nel '500 da un Anonimo e attualmente ancora rappresentato, ogni anno, a Nimega ove esiste anche una statua dedicata a Marika.

La trama narra l'odissea di una giovane contadina Marika, severamente educata dallo zio sacerdote, che girovaga nelle Fiandre del XV secolo devastate dalla peste e dalle carestie. Giunta faticosamente a Nimega, scopre la città dominata dalla confusione e dalla fame e trova la zia Agnese morta suicida per impiccagione.
La speranza di sopravvivere è flebile, ma la beffarda sorte le invia come protettore un attore con maschera da caprone e guercio da un occhio, di nome Muenen (nei misteri medievali solitamente è l'epiteto dato al Maligno). Accettando la protezione Marika fa un patto col diavolo e vende eternamente la sua anima. Diventa così attrice e girovaga con Muenen tra mille angoscianti avventure fino ad Anversa. Ma anche qui la peste è la padrona assoluta della città e Marika viene violentata da alcuni vagabondi che, per paura della vendetta del mefistofelico Muenen, arrivano a uccidere uno di loro. Marika in una progressiva discesa negli inferi si ritroverà accusata dagli abitanti di stregoneria, ma la beffarda sorte le consentirà di mettersi in fuga confondendosi con gli appestati. Al suo posto verrà arsa sul rogo Berta, la locandiera della città. A questo punto Marika vagherà selvaggia tra le campagne fino ad incontrare una bizzarra compagnia di "attori girovaghi"...
Figurativamente il film è sconvolgente e ricrea su pellicola in maniera esemplare le immagini e le angosce delle tele demoniache di Bosch e Bruegel, veramente un film apocalittico.
Proprio per tale motivo consiglio comunque l'acquisto del dvd in russo (sic!)...lo suggeriamo in massa (si fa per dire...) alla Raro Video?

L'Essere dalle ali di velo

Ho visto a volte, in fondo a un teatro dozzinale
tutto infiammato dall'orchestra sonora,
una fata accendere in un cielo infernale
una miracolosa aurora;
ho visto a volte in fondo a un teatro dozzinale
un Essere fatto solo di luce, oro e velo
atterrare il gigantesco Satana;
ma il mio cuore, da cui l'estasi è assente,
é un teatro dove sempre si attende
e sempre invano, l'Essere dalle ali di velo!
(Charles Baudelaire)

Aceto arcobaleno

Manca una donna stasera,
una che poggi la mano sul
braccio raggiungendoci alle
spalle mentre pensiamo di
essere soli.
(Erri De Luca)

18/11/07

Split

Split
di Chris Shaw (1989 USA 85')
con Timothy Dwight, Joan Bechtel, John J. Flynn,
Chris Shaw, John Martel

Uno dei primi film di science-fiction ad utilizzare la computer graphic, precursore dimenticato del movimento cyberpunk cinematografico. Molte sono le scene psichedeliche ottenute con buoni risultati, grazie ad uno dei primi impieghi di tecniche di grafica vettoriale al computer.
Il protagonista è uno "Starker" (!!!)in un mondo dominato da un implacabile governo simil-Grande Fratello immaginato da Orwell nel suo "1984". Il controllo su ogni cittadino è totale, venendo annullata di conseguenza ogni individualità, le direttive globali sono quelle dell'accumulazione e della procreazione. Il nostro eroe è l'unico a non esistere, non essendo catalogato e vivisezionato negli implacabili computer governativi. Il suo aspetto è quanto mai malsano e il suo obiettivo è quello di diffondere attraverso i rifornimenti d'acqua, tra la popolazione robotizzata, una droga che permetterà di riaprire gli occhi agli automi viventi. Il risveglio degli uomini robot permetterà al mondo di squarciare il velo dell'illusoria realtà per consentire alla libertà data dall'individualismo di riemergere. La ricerca dell'uomo da parte dello spietato governo sarà spasmodica proprio per la paura di essere di fronte ad una venuta di un nuovo Cristo.
Ricco di immagini e suoni affascinanti e per l'epoca sperimentali, il film perde un po' di smalto per quanto riguarda la bolsa recitazione e il rozzo montaggio non sempre avvincente. Da segnalare i folgoranti titoli di testa che da soli valgono la visione.

Libri Rivelazione

Ci sono libri che si posseggono da vent'anni senza leggerli,
che si tengono sempre vicini, che uno porta con sé di
città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche
se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento
di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per
intero anche una sola frase. Poi, dopo vent'anni, viene un momento
in cui d'improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può
fare a meno di leggere uno di questi libri d'un fiato, da capo a fondo:
é come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato
con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi, doveva
viaggiare, doveva occupare posto, doveva essere un peso,
e adesso ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela,
adesso illumina i vent'anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi.
Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse
rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere
che dentro ci siano state sempre le medesime cose.
(Elias Canetti)

17/11/07

La Sciamana

Szamanka
di Andrzej Zulawski (1996 POL/FRA/SVIZ 113')
con Iwona Petri, Boguslaw Linda, Pawel Delag,
Agnieszka Wagner, Alicja Jachiewicz

In Italia Zulawski non ha mai avuto fortuna critica, l'ennesima occasione persa, perché ci troviamo di fronte senza ombra di dubbio ad un cineasta visionario e innovatore, profondo indagatore dell'anima umana, uno dei pochi filosofi che hanno praticato l'arte cinematografica.
L'affacciarsi sull'abisso che è la natura umana è però portato nelle sue pellicole alle estreme conseguenze, tutto ciò crea disagio e malessere negli spettatori, letteralmente assaliti alla giugulare dalle brucianti pellicole. Il regista non ha paura di osare (a volte ad un passo dal ridicolo involontario) e colpisce invariabilmente nel segno (ricordo ancora l'allucinante emicrania che mi colse alla fine della visione della versione integrale del suo "Possession", opera sorprendente e depistante, esperienza di visione unica e irripetibile).
I suoi film sono affreschi allucinati, viscerali ed estremamente intensi in cui nulla è concesso allo spettatore e alla piacevolezza di visione, il corpus della sua opera viene ad essere un'escrescenza scomoda e maledetta nella storia del cinema, la sua scelleratezza e isteria creativa lo avvicinano a certe azioni autodistruttive degli artisti di video-arte più estremi. I suoi film alternano momenti di delicatezza assoluta ad altri di folgorante delirio.
Il suo è un cinema faticoso per lo spettatore, apparentemente assurdo, spesso doloroso e talora insostenibile, ma spesso capace di concedere una strana catarsi resuscitante.
La padronanza nell'uso della telecamera a mano (oltre che della steadycam) e del linguaggio cinematografico sono impressionanti (straordinarie le carrellate nervose compiute attorno alle sue isteriche creature). La sua personalissima ricerca sulla recitazione ha prodotto risultati sbalorditivi (chi non ricorda Isabelle Adjani, realmente e visibilmente posseduta in "Possession"...l'attrice rischiò di impazzire sul set...), con gli attori portati a entrare in simbiosi dolorosa con il cuore dei rispettivi personaggi.
Nel 1996 Zulawski, dopo lungo esilio, ritorna nella Polonia repressa dopo la caduta del regime comunista per dirigere un soggetto scritto da una giovane polacca, Manuela Gretkowska, giudicato unanimemente dalla critica ufficiale come oltraggioso verso i valori cristiani e pornografico.
Alla stazione di Varsavia il protagonista Michal, giovane professore di Antropologia, sta salutando il fratello prete che è in partenza. La conversazione fra i due viene interrotta da una studentessa misteriosa ed estremamente disinvolta, senza nome per tutto il film, che si avvicina enigmatica ai due, per poi scoprirsi interessata all'appartamento che il sacerdote lascia libero e che i due hanno intenzione di affittare. Durante la visita all'appartamento, Michal e la ragazza quasi senza parlarsi, come posseduti da forze occulte, fanno l'amore in modo violento. Lo stesso giorno Michal e i suoi studenti scoprono la mummia di un uomo che dovrebbe risalire a tremila anni fa. Michal identifica il corpo come quello appartenente ad uno sciamano di una tribù e cerca di scoprirne le cause della morte.
La ricerca, che diventa ossessiva, sulla vita del presunto sciamano e l'intrigante, e allo stesso modo ossessiva, relazione con la ragazza, lentamente sconvolgeranno la mente dell'uomo.
Lo sciamano per il protagonista diverrà inanzitutto una creatura dell'inconscio, un'entità soprannaturale a cui affidare il proprio castigo.
Gli abitanti di Varsavia e i luoghi stessi (una torbiera, una stamberga di periferia, uno squallido ospedale pediatrico), immortalati attorno ai due protagonisti, sono di uno squallore e di una mostruosità indicibile (evidente urlo di una Polonia lacerata dalla Storia).
Il cammino dei corpi degli attori ripresi nel film è instancabile, tortuoso e zigzagante, incurante dell'urtare contro i muri, spostandosi senza sosta alla impossibile ricerca di un'agognata quiete.
L'erotismo tra i due protagonisti non è che l'unione sofferente di due essere umani lividi e spenti, la messa in scena degli amplessi è costruita dal regista rispettando ben precisi rituali alchemici, da qui la particolarità che i corpi si compenetrano a formare una croce.
Nel malinteso finale il professore toccato dalla notizia del suicidio del fratello prete (e dalla sua turbolente esistenza) deciderà di seguirne il cammino spirituale alla ricerca di una vagheggiata remissione dei peccati. Ma tutto questo porterà la donna in balia a forze irrazionali e arcane (forse reincarnazione dello sciamano), dopo aver posseduto il corpo del malcapitato, a possederne, letteralmente, anche il cervello.
Da segnalare la potente e ipnotica colonna sonora percussiva di Andrzej Korzinjki.

"Il conflitto e la violenza sono i temi ricorrenti nella sua opera. Questo stato conflittuale è un elemento motore del suo processo creativo e le è indispensabile?"
"I conflitti e le violenze dei miei film sono dei riflessi piuttosto palesi dei conflitti e delle violenze che accadono nel mondo. Sono sensibile alla violenza e alla cattiveria delle cose. Il privilegio di poterle mostrare sullo schermo è un mezzo per esorcizzarle. Non si tratta di urlare sempre e ovunque. E' molto più complicato dei sospiri nei film di Rohmer...E' la realtà che è violenta. Certi studi accusano il cinema di provocare la violenza nei giovani. Io risponderei diversamente. Qualsiasi cosa può generare la violenza fra la gente, non per forza il cinema. E' meglio secondo me vedere la violenza sullo schermo che vederla uscendo dalla sala..."
"Anche il rapporto con il corpo occupa un posto molto importante nella sua opera..."
"Sa, io credo che noi siamo costruiti su questi due poli, lo spirito e il corpo, che l’uno senza l’altro non avrebbero alcun senso e nemmeno esisterebbero. Fin dall’alba dei tempi si è tentato di dividere l’uomo in due parti, ci dicevano che lo spirito è puro e che il corpo è macchiato. Io penso che l’uno sia il fondamento dell’altro e viceversa. Prendiamo ad esempio le ricerche sull’infinitamente piccolo, nel campo della materia, che sono arrivate a un punto davvero stupefacente. Il più piccolo elemento che è stato scoperto finora non ha nessuna caratteristica di ciò che chiamiamo materia. Non ha peso, non ha movimento, non esiste fintanto che non lo si guarda. E’ in un certo senso puro spirito. E questo ci mostra quanto ancora sia incomprensibile il campo dei legami tra il corpo e l’anima."
(Andrzej Zulawski)

"Questa dissacrazione dei tabù, questa trasgressione causa lo shock che lacera la maschera, permettendoci di offrire il nostro essere nudo a qualcosa di indefinibile, ma che contiene Eros e Charitas."
(J. Grotowski)