29/01/11

The Laughing Heart (Charles Bukowski & Tom Waits)

The Laughing Heart by Charles Bukowski

your life is your life
don’t let it be clubbed into dank submission.
be on the watch.
there are ways out.
there is a light somewhere.
it may not be much light but
it beats the darkness.
be on the watch.
the gods will offer you chances.
know them.
take them.
you can’t beat death but
you can beat death in life, sometimes.
and the more often you learn to do it,
the more light there will be.
your life is your life.
know it while you have it.
you are marvelous
the gods wait to delight
in you.
-- by Charles Bukowski

Zonekiller/Syd Barrett

"Non penso che quando parlo sia facile comprendermi. Ho qualcosa che non va in testa. E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia."
(Syd Barrett)

Julia Dream
Pink Floyd

26/01/11

Sea Song (Robert Wyatt)

Sea Song
Robert Wyatt

22/01/11

Programmazione Cinema Febbraio 2011 Scaglie

Febbraio Cinema 2011 Scaglie


Domenica 6 Febbraio ore 21.30
Pusher
di Nicolas Winding Refn (1996  DAN 105')
Con questo film “inizia la piacevole scoperta e formazione di un artista che risolleva le sorti del cinema europeo con gran classe. 
Il suo esordio rappresenta una rielaborazione di quel famoso corto e diventa un cult discusso, un caso di studio presso le giovani generazioni di critici e spettatori: Pusher è un film dall'imprinting americano ma con il background e le atmosfere di Copenaghen, che mette in scena un infernale mondo popolato da prostitute e delinquenti, una dimensione da fumetto feroce, da pulp sotterraneo. Refn configura subito quei marchi di fabbrica che distingueranno la sua opera prima dagli altri film europei del '96 e che ritroveremo, declinati in altri sottotesti tematici e sotto il segno di varie contaminazioni di genere, nei film successivi: il ritmo veloce come un pugno o una coltellata sferzati con veemenza, una messa in scena coraggiosa della violenza, ma senza controcanti nichilistici, un ritratto psicologico dei personaggi sempre preciso e accurato.

Il successo strepitoso di Pusher spinge Refn a continuare dritto per la sua strada, scrollato dai formalismi che viziano un cinema benpensante” e a regalarci perle quali I seguiti, Bronson e Valhalla Rising, già proiettati a Scaglie. (A.Cinicolo)

Domenica 13 Febbraio ore 21.30
Heartless
di  Philip Ridley (2009 UK 114’)
Gradito ritorno al cinema di Philip Ridley, artista a 360 gradi, degno della nostra ammirata venerazione: pittore (a 14 anni tenne la sua prima personale), scrittore (celebri i suoi romanzi per ragazzi quali "In the eyes of Mr Fury", "Flamingoes in Orbit", "Kasper in the Glitter", "Meteorite Spoon", "Scribbleboy"), drammaturgo ("Leaves of Glass" tra gli altri), sceneggiatore (sua la sceneggiatura de "The Krays" di Medak), fotografo e cineasta (il capolavoro “Riflessi sulla pelle”, "The Passion of Darkly Noon", oltre ad un paio di cortometraggi oltre a questo film). Unico artista britannico ad aver ricevuto dall'Evening Standard, il premio rivelazione sia per il Cinema che per la Drammaturgia. Heartless, horror gotico e coinvolgente, narra di Jamie Morgan (Jim Sturgess) che vive a est di Londra, in un ambiente urbano dominato da crudeli bande di criminali (sembrano demoni), la cui violenza casuale ha indotto il ragazzo a pensare che il mondo sia cupo e senza significato. Ma in seguito Jamie si renderà conto che  gli episodi di criminalità non  avvengono a caso ma seguono delle precise regole, imparando  sulla propria pelle che ogni cosa ha le sue ragioni. Il tutto è poi complicato dal fatto che Jamie ha un enorme voglia che gli occupa parte del volto e del corpo ed è disposto a tutto pur di togliersela…anche a fare un patto col diavolo…ed è proprio la capacità di sconfiggere il Male con il suo Sovrano l’argomento di questo proiettile in celluloide.

Domenica 20 Febbraio ore 21.30
Bandiera Gialla
di Elia Kazan(1950 USA 96')
Da una nave giunta da Orano a New Orleans sbarca un armeno, sospetto portatore di peste, e viene subito ucciso. Un medico coraggioso e la polizia cercano di bloccare una possibile epidemia. Serpeggia il panico. Il luogotenente medico Reed e il capitano Warren della polizia cercano in ogni modo di risalire alle persone frequentate dall'armeno Gli inconsapevoli portatori del contagio fanno di tutto per non farsi trovare dalla polizia, visto che sono anche gli assassini ricercati. Un noir di prima classe, di taglio semidocumentaristico da uno degli indiscussi Maestri della Settima Arte. Suspense, atmosfera, azione, e una suggestiva descrizione dell'ambiente portuale nello stupendo bianconero di Joe McDonald. Oscar per il soggetto a Edward e Edna Anhalt.

Domenica 27 Febbraio ore 21.30
Notte sulla città
di Jean-Pierre Melville (1972 FRA/ITA 98')
L’ultimo affondo Melville è un film d’ombra, prigioniero del crepuscolo (dell’autore, dei personaggi… del genere?), che ripassa le amate suggestioni e le risolve in chiave soffusa e sepolcrale, mettendo in scena una manica di spettri prossimi al dissolvimento. C’è tutto: il meccanismo implacabile di sospensione, che si apprezza nella ripresa in banca – un avvolgente ballo di posizioni – e nella sequenza del furto della valigia – per durata, intensità, disposizione scenica quasi gemella dell’assalto ai lingotti in Le deuxième souffle -, il sapiente ricalco dell’archetipo nel tratteggio dei personaggi, il romanticismo asciutto e ormai praticamente annichilito, la mano del fato. L’intreccio sboccia in fieri, imprigionando Coleman nell’auto di pattuglia prima dell’inizio del film, seminando dettagli di una fioca quotidianità e lanciando una rete soffocante di tormenti passati oggi attutiti. Lo stesso noir appare introiettato e immobilizzato nelle sue forme e declinazioni – la singolarità dell’uomo, solo con il destino, trova sintesi nella secchezza del titolo: un flic - e vestito per la fase del ripasso. E’ su questo tessuto che si innesta il discorso scenico dell’autore, che apre su un’amniotica ripresa marina per esporre la consueta teoria inesorabilmente sospesa: la lunga masquerade di Richard Crenna (il criminale si infila il pigiama, cfr. Jean Gabin in Gribsbì di Jacques Becker) possiede il calcolo della sintesi stilistica, che nel preludio dell’azione sovrappone totalmente il tempo del film al tempo della realtà, poggiando su gesti e oggetti – lo specchio, il pettine, le pantofole -, favorendo la nascita caratteristica della tensione fino all’istante del botto (il furto). Un flic riprende inoltre le fila della diatriba sull’Inevitabile e lo umanizza definitivamente in Catherine Denueve, polo chimico (il Destino è una formula?) che attira i due uomini inevitabilmente e, avvicinandosi al momento del contatto, prepara l’esplosione conseguente. Ha davvero le stimmate di ultimo film, questo lavoro che inciampa volutamente nella meccanica dell’intreccio e infine, in una manica di battute impagabili, copre di un velo ambiguo i volti delle pedine; lascia il dubbio nell’aria – perché Coleman ha premuto il grilletto? – e finisce di dibattersi, tornando chiuso in pattuglia, riportandosi anche fisicamente tra le sbarre di un cosmo determinato. (E.DiNicola)

Shake it up (Divine)

"Il rock'n'roll ha una sorta di aura di rivoluzione permanente, senza tempo, di sfida a tutto, inclusa la natura stessa"
(John Waters)
Divine
Shake it up

21/01/11

La fuga (Jim Morrison)

"Di questi tempi la fuga è l'unico mezzo per continuare a sognare"
(Jim Morrison)

Directed by Simone Marchi
Music by Isaac Hayes (che omaggiamo! mitico Conte...) Run Fay Run

20/01/11

Caro luogo (Umberto Saba)

Caro Luogo
Vagammo tutto il pomeriggio in cerca
d'un luogo a fare di due vite una.
Rumorosa la vita, adulta, ostile,
minacciava la nostra giovanezza.
Ma qui giunti ove ancor cantano i grilli,
quanto silenzio sotto questa luna.
(Umberto Saba)

19/01/11

L'albero rovesciato

"L'uomo è un albero rovesciato,
le cui radici anziché affondare nella terra
 tendono verso il cielo"
(Platone)

I fumetti (Timothy Leary)

I fumetti
"i fumetti - per ovvii motivi neurologici - rappresentano un medium altamente efficace per esprimere pensieri non autorizzati. Le pubblicazioni a fumetti sono visive, colorite, non verbali, fantastiche, non serie, irriverenti. Attraggono chi cerca di sfuggire alle realtà serie, rispettabili, autorizzate"
(Timothy Leary)
Illustrazioni: Stefano Tamburini & Marcus Gray
Illustrazione: Wally Wood

I due lupi

I due lupi
"Nonno, perché gli uomini combattono?”
Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma:
“Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”
“Quali lupi, nonno?”
“Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”
Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine il vecchio, che aveva dentro di sé la saggezza del tempo, riprese con il suo tono calmo.
“Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.”
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
“E l’altro?”
“L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”
Il bambino riprese a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.
“E quale lupo vince?”
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
“Quello che nutri di più.”
(Storia Apache)

17/01/11

Fotogrammi Misteriosi

Quattro fotogrammi misteriosi...
forza Movie Brats della rete...di che film si tratta?
1) il Gufo Giapponese con Ascia
2) il Gigante di Porcellana
3) l'Ammaliatore di Api
4) la Scheletrica Pin-up Astronauta

Eating Raoul (Paul Bartel)

Eating Raoul
di Paul Bartel (1982 USA 90’) 
Geniale incursione del mitico Paul Bartel nella black comedy per un film indipendente, esilarante e velenoso, che si scaglia sul capitalismo e sulle classi dirigenti americane che, appollaiate tra ricchezze e privilegi, continuano a esaltare a parole il mito del sogno americano, mentre nei fatti fanno letteralmente di tutto per impedirne subdolamente l’attuazione. Scrive Cacioppo "in fondo, è la borghesia medio-alta, figlia del boom economico, che, salita ai vertici del potere sociale e convinta di avere l'ultima parola su tutto e tutti, si arroga il diritto di giudicare gli altri, di possedere e di decidere della vita altrui. Di nascosto, si macchia di quelle stesse perversioni che apertamente condanna". Interpretato dallo stesso Paul Bartel e dall’icona warholiana Mary Woronov, eccentrica coppia di losers col sogno di inaugurare un ristorante, il film si configura come una satira sferzante sui valori borghesi, la famiglia, il matrimonio, il successo, la ricchezza e il rampantismo sociale. Emerge, tra le righe, la difficoltà di vivere al mondo d’oggi, ma il finale e l’atmosfera che si respira vengono ad essere un’incitazione rivolta agli emarginati e ai perdenti a non darsi mai per sconfitti e ad andare avanti nonostante le apparenti evidenze. Questo "lo grida  a gran voce Paul Bartel, uno dei più grandi emarginati del cinema, che non si è mai arreso ed è sempre riuscito a fare i film che voleva, fregandosene del successo e dei giudizi altrui". Piccolo cameo di John Landis. Scult!

Feticci Erotici

La bambola di Bellmer

La seggiola griffata

La rete del gladiatore
Il tonno fresco
Lo scorpione in vagina

La bava delle lumache

Il salto della corda

La cintura pitonata
“C’è molta confusione sotto il cielo del fetish. La perversione sessuale esiste ma non è tutto. Il fetish è una qualità dello sguardo e dei sensi” (Tom Porta)

16/01/11

Erotismo Freak

Claude Verlinde

Gunther Gerzso


Clovis Trouille


Richard Corben


Jean Leon Gerome


Manuel Alvarez Bravo

Bob Carlos Clarke


Hajime Sorayama
"Le feci tener su le scarpe coi tacchi alti. Sono un freak. Il corpo al naturale non lo reggo, ho bisogno di farmi ingannare. Gli psichiatri hanno un termine specifico per questo, ed io ho un termine specifico per gli psichiatri." (Charles Bukowski)

14/01/11

Il blues

"Il blues esisteva prima che io nascessi. Esisterà sempre.
Finchè ci sarà gente che soffre, ci sarà il blues"
(McKinley A. Morganfield, aka Muddy Waters)
Muddy Waters
Manish Boy (1971)
la canzone che ascolto tutte le mattine in auto recandomi al lavoro...everything is gonna be oh right this morning...

13/01/11

L'ora della morte

"Che cosa non mi piace della morte?
Forse l'ora."
(Woody Allen) Per Dani

Anime (Daisuke Ichiba)

Anime
Daisuke Ichiba

"La durezza di alcuni è preferibile alla delicatezza di altri"
 (Kahlil Gibran)

12/01/11

Deadline (Bang-yao Liu)

Deadline
di Bang-yao Liu (2009 Taiwan 2')

making of qui

11/01/11

John Cassavetes

John Cassavetes
"Non ho mai visto esplodere un elicottero. Non ho mai visto nessuno che faceva saltare la testa di un altro. Dunque perché dovrei fare un film su roba simile? Ho visto invece persone che distruggevano se stesse nei più impercettibili modi. Ho visto gente tirarsi indietro, ho visto gente nascondersi dietro le idee politiche, la droga, la rivoluzione sessuale, l'ipocrisia; e io stesso ho fatto tutto questo, dunque posso capirli. Per chiunque, incluso me stesso, è difficile dire quello che davvero vuoi dire, quando quello che vuoi dire è doloroso. E' questo che manca nel genere di film commerciale dove le categorie sindacali ti mettono davanti un orologio, già pensano al prossimo lavoro e si attengono al loro buco in quella piccionaia di esistenza dove la società organizzata li ha sistemati. Molte persone non sono consapevoli di perdere i loro più intimi pensieri. Anche io li stavo perdendo, e poi improvvisamente è stato un caso, un incidente a risvegliarmi; il semplice incidente di non sentire più alcun accordo con qualcosa, con qualcosa dentro di me.
Il cinema è un'arte, un'arte bellissima. Siamo noi a essere sopraffatti dalla follia".
(John Cassavetes)
"Era assolutamente non convenzionale, voleva davvero arrivare dritto al cuore del pubblico. Non era guastato dall'idea di dover usare delle star, o di dover essere commerciale. Disprezzava la stessa idea di "recitazione professionale" o di "film ben fotografato". Diceva: "Tutti i miei film cercano di rappresentare una cosa, l'amore, la necessità dell'amore, e poi la grande quantità di complicazioni provocate dall'amore". Cassavetes rompeva le regole che disturbavano la sua personale visione del cinema. Il suo primo lavoro di regista su Shadows era un ottimo lavoro ma lui lo cambiò, perché pensava che fosse troppo "bello". Mi raccontò che un giorno un tale, un disperato, cercò di derubarlo puntandogli una pistola contro. Cassavetes cominciò a parlargli, e dopo un po' l'uomo abbassò la pistola. Cassavetes gli comprò un gelato. diventarono amici e infine lui diede a quell'uomo una parte nel suo The Killing of a Chinese Bookie. Dai suoi attori preferiti riusciva a trarre i momenti emotivi più profondi e una recitazione davvero sconvolgente. Il suo lavoro è stato e resta straordinario. Siamo stati fortunati ad avere qualcuno come lui".
(Jim Jarmush)
"John aveva un occhio meraviglioso, un meraviglioso occhio per la vita, e guardava sempre, ed era molto nervoso, molto magro e nervoso. Ma anche un ascoltatore, un ottimo ascoltatore...Parlavamo della vita. Non parlavamo mai delle cose in modo molto tecnico. Il suo linguaggio era la macchina da presa. Parlava con la macchina da presa. Era entusiasta della vita e questa era una cosa di lui che adoravo. Dal fatto più piccolo e qualsiasi poteva tirar fuori una storia. Aveva un grande umorismo. Uno stranissimo umorismo, un magnifico stranissimo umorismo. Pensava che le cose sono divertenti. Pensava che molte cose sono divertenti, il modo in cui la gente sta ferma, il modo in cui cammina, il modo in cui parla. Pensava che tutto questo fosse molto buffo e rideva sempre, quindi era un gran divertimento stare con lui. Davvero un gran divertimento".
(Anthony Quinn)
"John Cassavetes è stato il mio mentore. Gli mostrai il mio primo film Who's that knocking at my door, che gli piacque molto. Mi incoraggiò molto. Quando andai a Los Angeles abitai a casa sua, con la sua famiglia. Dopo nove mesi me ne andai per girare Boxcar Bertha, per Roger Corman. Quando tornai il primo a cui volli far vedere il mio film fu John. Lui mi abbracciò e disse "Marty, hai passato un anno a fare una puttanata". Mi sentii malissimo. "Non è un brutto film" disse John "ma tu puoi fare di meglio. Sei un ragazzo speciale. Hai un dovere da compiere. Non hai una sceneggiatura scritta da te?" Risposi che, a dir la verità, c'era una sceneggiatura a cui stavo lavorando da quattro anni. Lui la mostrò ad un suo amico, Jonathan Taplin, che decise di produrre il film. Un anno dopo stavo girando Mean Streets, il film che John aveva voluto che facessi".
(Martin Scorsese)

10/01/11

Alien (Ridley Scott)

Alien
di Ridley Scott (1979 USA 117')
Alien è un film di fantascienza, perché racconta di un'astronave in viaggio per il cosmo sulla quale fa irruzione una micidiale creatura venuta dallo spazio. Alien è un film horror perché mostra un gruppo di uomini fatti a pezzi, uno dopo l'altro, da un essere abominevole capace di avvolgere un intero vascello spaziale con una ributtante bava uterina. Alien è un film di guerra perché riproduce la resistenza strenua di una piccola nazione assediata da un nemico di un altro pianeta. Alien è, come dice il titolo stesso, un film sull'altro, sull'estraneo e la paura dell'incomprensibile. Alien è un film sullo spazio, sulla sproporzione paradossale fra lo spazio infinito dell'esterno e quello interno dei personaggi e del film stesso, uno spazio angusto, che si riduce progressivamente come nel più atroce degli incubi di claustrofobia. Alien è un film femminista, che ha catalizzato l'attenzione dei gender studies, gli studi imperniati sul genere, perché mette in primo piano un'eroina che fa esattamente tutto ciò che di solito è riservato agli uomini, tiro col bazooka compreso, fornendo lei il modello per l'eroe macho che andrà di moda per tutti gli anni Ottanta (Rambo). Alien è il secondo film di Ridley Scott sul duello, perché mette in scena una sfida all'ultimo sangue, reiterata per oltre un'ora tra due madri, due leonesse che si fronteggiano con ogni arma a loro disposizione, non per questioni di orgoglio o di supremazia, ma con la disperazione di chi deve salvare la vita dei suoi cuccioli. Alien è un film sul corpo, sul corpo mostruoso dell'alieno, sul corpo stilizzato, caricaturale, della splendida e mascolina Sigourney Weaver, una specie di cyborg ante-litteram, sulle appendici di questi due corpi, sulla deformazione come incubo della maternità, sul riprodursi e il divorarsi dei corpi, sulla loro devastazione e sulla loro moltiplicazione. Alien è un action movie grandioso, dal ritmo vertiginoso, giocato sul piano dell'iperbole e della performance acrobatica da parte degli attori. Alien è uno di quei film in cui gli effetti speciali giocano continuamente ad ampliare i confini del visibile. Alien è un film in cui Ridley Scott mette in campo la sua padronanza assoluta del mezzo, producendosi in continui virtuosismi spettacolari. Alien è un viaggio sulle montagne russe del futuro.

09/01/11

Orgasmatron (Motorhead)

Orgasmatron
Motorhead
"La carne è incompatibile con la carità: l'orgasmo trasformerebbe un santo in lupo" 
(Emil Cioran)

Everything Louder Than Everyone Else

Gallows (Cocorosie)

Gallows
Cocorosie
Director Emma Freeman

Dog Star Man (Stan Brakhage)

Dog Star Man
di Stan Brakhage (1961/64 USA)
Uno dei capolavori dell'underground cinema americano. Brakhage, per preparare questo film, aveva fatto uso di particoalri tecniche cinematografiche consistenti nello stampare simultaneamente più pellicole sovrapposte, pellicole che erano state impressionate separatamente, in alcuni casi dipinte a mano o raschiate con tecniche particolari. Dog Star Man è da esaminare in stretta connessione con il volume di scritti sul cinema "Metaphor on Vision" (1970) dello stesso Brakhage; simbolizza l'eterna lotta dell'uomo con l'ambiente e con se stesso. Grande work in progress, mira a creare un mondo, una vita, così come si offrono alla visione. Opera mitopoietica, che, pur risentendo degli esiti più importanti e significativi del cinema e dell'arte dell'immaginismo, dal cubismo allo stream of consciousness joyciano, al surrealismo, alla lezione di Dalì e Bunuel, si esprime in un linguaggio rigorosamente personale. (B. Venturi)

Rapina a mano armata (Stanley Kubrick)

Rapina a mano armata - The Killing
di Stanley Kubrick (1955 USA 83')
Finalmente Kubrick, non dimenticando che si tratta del primo film proiettato dal nostro cineclub...Terzo lungometraggio di Kubrick, dall'omonimo romanzo di Lionel White, finanziato dalla United Artists (il costo finale sarà di 320000 dollari). La fotografia color acciaio è di Lucien Ballard, che precedentemente ha lavorato con Raoul Walsh e Budd Boetticher, diventando successivamente negli anni Sessanta collaboratore di Sam Peckinpah. Scrive Deleuze "datemi un cervello sarebbe l'altra figura del cinema moderno. Un cinema intellettuale, per differenza dal cinema fisico...Se si considera l'opera di Kubrick, si vede a che punto è il cervello a essere messo in scena. Gli atteggiamenti del corpo giungono alla massima violenza, ma dipendono dal cervello. In Kubrick infatti il mondo stesso è un cervello, vi è identità tra cervello e mondo...L'identità di mondo e cervello, l'automa, non forma un tutto, ma piuttosto un limite, una membrana che mette in contatto un fuori e un dentro". Rapina mano armata, come scrive giustamente Mereghetti è "un noir di un vigore impressionante, freddo e saturo di tensione come raramente capita di vedere sul grande schermo. Straordinaria la struttura temporale, che usa i flashback non solo per dar conto delle vicende passate (senso diacronico), ma anche per esprimere la simultaneità degli eventi (senso sincronico). Bernardi nota "il problema del tempo è sempre stato al centro della ricerca stilistica e delle riflessioni filosofiche di Kubrick. Nel film la ripetizione di alcune scene a una certa distanza, viste da punti di vista differenti, si risolve in una specie di attacco alla nozione classica del tempo narrativo e di ritorno al montaggio delle origini del cinema. Il sacco pieno di banconote che avevamo visto gettato fuori dalla finestra in una prima scena, solo molto più tardi volava in strada, fuori dalla stessa finestra. La rissa avviata nel bar dal russo Maurice, dopo qualche tempo ricominciava da capo, ma da un altro punto di vista. L'altoparlante ripeteva ossessivamente la stessa frase, annunciando la partenza della stessa corsa, come se il tempo si fosse fermato o , meglio, come se il tempo si fosse reificato. I personaggi sembrano condannati a ripetere le stesse azioni per un numero indefinito di volte". I personaggi non si dimenticano, i dialoghi sono superbi, pieni di continua, sottolineata ironia. Il film è la messa in scena di giochi che si incastrano, con una struttura narrativa che verrà poi ripresa e riutilizzata dall'onnivoro Quentin Tarantino nel suo Pulp Fiction. Ghezzi afferma "Kubrick ha fatto le cose per bene, e si capisce lo stupore ammirato della critica statunitense di fronte a quello che in Europa poté sembrare al massimo un film interessante e originale (per squarci, per presunti barocchismi figurativi, o per la storia), ma che a chi vivesse lo spettacolo del cinema americano dimostrava chiaramente di essere un confronto totale con il cinema nei limiti del genere adottato".

Burlesque

Burlesque
"Avevo sempre creduto fermamente nel potere delle donne. Avevo partecipato con impegno all'industria del sesso, anche se era costantemente bersagliata dalle critiche di chi credeva ci disumanizzasse. Mi ero sentita una libertina, ballando sul palco gli AC/DC e masturbandomi in una teca di vetro per la gioia di un ingegnere civile. Non mi stancavo mai di litigare con tutti gli amici benintenzionati che osavano insinuare che mi stessi svilendo. C'era una ragione precisa, se gli uomini pagavano somme esorbitanti per la compagnia di creature esageratamente femminili: è che le spogliarelliste sono spettacolari. Sono il top". (Diablo Cody)

08/01/11

Venite Assassini (Dino Fumaretto)

Venite Assassini
Dino Fumaretto
...sperando che Kinkydoc si svegli dal torpore...

Ho un serio problema: non sono efficiente
Penso schifato al mucchio
Penso a un unico cruccio
Un cruccio poco efficiente
Un cruccio diciamo demente

Venite assassini venite assassini
Uccidete l'efficienza del mondo

La donna è una superpotenza
Che mi vuole convertire
Con l'amore preventivo
La donna alleata coi ladri
E i ladri dettano legge

Venite assassini venite assassini
Uccidete i ladri e le donne

Niente ha valore
Ogni cosa è sporcata
Un ritorno alla barbarie avrebbe un certo valore?

Venite assassini venite assassini
Uccidete l'efficienza del mondo 

L'age d'or (Luis Bunuel)

L'age d'or
di Luis Buñuel (1930 FRA 60')
Questo film resta, a tutt'oggi, la sola impresa di esaltazione dell'amore totale quale io la considero, e le reazioni violente scatenate dalla sua proiezione a Parigi non hanno potuto che consolidare in me la coscienza del suo incomparabile valore. L'amore, in tutto ciò che può avere, per due persone, di assolutamente circoscritto ad esse, di isolante dal resto del mondo, non si è mai manifestato con tanta libertà, con così tranquilla audacia. La stupidità, l'ipocrisia, la pigrizia mentale non valgono a contrastare il fatto che un'opera di questa portata abbia visto la luce, che sullo schermo un uomo ed una donna abbiano potuto infliggere al mondo intero insorto contro di loro lo spettacolo di un amore esemplare. In un simile amore esiste appunto in potenza una vera età dell'oro, in completa rottura con l'età del fango che sta attraversando l'Europa, e una ricchezza inesauribile di possibilità future.
(André Breton, 1937)

Bella di giorno (Luis Bunuel)

Bella di giorno
di Luis Buñuel (1966 FRA 101')
Racconta il mitico Luis "lasciai perdere Il monaco (lo avrebbe girato Ado Kyrou, pochi anni dopo) e, nel 1966, accettai la proposta dei fratelli Hakim di ridurre Bella di Giorno di Joseph Kessel. Il romanzo mi sembrava piuttosto melodrammatico ma ben costruito. Offriva inoltre la possibilità di inserire sotto forma di immagini certe fantasticherie diurne di Séverine, la protagonista, interpretata da Catherine Deneuve, e di precisare il ritratto di una giovane borghese masochista. Il film permetteva anche di descrivere con una certa fedeltà qualche caso di perversione sessuale. Il mio interesse per il feticismo era già sensibile nella prima scena di El e nella scena degli stivaletti in Diario di una cameriera, ma ci tengo a precisare che la mia attrazione verso le perversioni sessuali è puramente teorica ed esteriore...Mi sono spiaciuti gli stupidi tagli richiesti, a quanto pare, dalla censura. Soprattutto la scena tra Georges Marchal e Catherine Deneuve dove lei è distesa in una bara con lui che la chiama figlia mia: si svolgeva in una cappella privata, dopo una messa celebrata sotto una splendida copia del Cristo di Grunewald, il cui corpo torturato mi ha sempre fatto una grande impressione. Tagliando la messa, la scena è sensibilmente cambiata...Di tutte le domande inutili sui miei film, una delle più frequenti , delle più ossessionanti, riguarda la scatoletta che un cliente asiatico porta nel bordello. La apre, ne mostra il contenuto (che noi non vediamo) alle ragazze. Le ragazze rifiutano con gridolini d'orrore tranne Séverine, piuttosto interessata. Non so quante volte mi hanno chiesto, donne soprattutto: "Cosa c'è nella scatoletta?". Dato che non lo so, l'unica risposta possibile è "Quello che vuole"....Catherine Deneuve era già stata scelta dai produttori. Me la presentarono e pranzai insieme a lei. Mi parve un tipo adatto a interpretare il personaggio: molto bella, riservata e strana. La accettai. Durante le riprese notai che non mi capiva. Si lamentava con qualcuno "Non capisco perchè devo fare la tal cosa". le dicevano "Devi fare quello che ti chiede Buñuel". Non voleva che le si vedesse il seno, e la pettinatrice la copriva con una fascia. Doveva apparire nuda per un attimo, mentre si metteva una calza, e, per evitare che a un certo punto le si vedesse un seno, li ricopriva entrambi in taffetà. In Tristana si comportò meglio. Attrice eccellente."
Il mitico Roger Vadim (nella vita si è accoppiato con Brigitte Bardot, Jane Fonda e Catherine Deneuve oltre a tante altre meno famose...) racconta "durante l'estate del 1967 una terribile sventura avvenne nella vita di Catherine. sua sorella Francoise che, oltre al figlio Christian, era la persona che amava di più, perì in modo atroce in un incidente automobilistico...Quello stesso anno avrebbe portato un nuovo successo alla carriera artistica di Catherine: essa interpretò l'eroina di Bella di giorno. Ogni star finisce - a torto o a ragione - coll'identificarsi con un film o un personaggio. Per Catherine questo avverrà con Bella di giorno. Il film fu un successo mondiale e rimane un classico, ma alla sua prima a Parigi i critici furono severi e ingiusti...Catherine era intelligente, era capace di un umorismo sarcastico che io trovavo particolarmente attraente, ed era appassionata sotto un'apparenza piuttosto fredda. Essendo sensuale e intellettuale insieme, rivelava una grande immaginazione in quelli che vengono definiti con discrezione momenti intimi. Non è per caso che i due film di maggiore spicco nella sua carriera siano Les parapluies de Cherbourg di Demy e Bella di giorno di Buñuel, che illustrano vividamente le fantasie erotiche di una donna borghese leggermente masochista".

Sei donne per l'assassino (Mario Bava)

Sei donne per l'assassino 
di Mario Bava (1964 ITA/FRA/GER 88')
Non siamo in un castello gotico a picco su una spiaggia, ma in un atelier di moda dove agisce uno stilista prigioniero delle sue allucinazioni. La cinepresa vaga tra tappezzerie vistose e saloni opprimenti, dove regna un popolo fatto di manichini. Bava e il suo complice Terzano si concedono l'abituale eccesso di policromia, inondando quegli ambienti come farebbe Von Sternberg: con tonalità rosse, malva e oro assolutamente irreali. E questo gusto per l'eccesso è decisivo per inventare un nuovo genere cinematografico, il giallo all'italiana. (Pascal Martinet)

07/01/11

Revestriction (Barthelemy Bompard)

Revestriction
di Barthelemy Bompard (1990 FRA 5')

Minnie and Moskovitz (John Cassavetes)

Minnie & Moskovitz
di John Cassavetes (1971 USA 119')
"Cassavetes occupa un posto a metà strada tra Hollywood e l'underground"
(Nigel Andrews su British Film Bullettin)
Un test sulle possibilità di coesistenza di una coppia incongrua, com'è quella formata dall'hippy Seymour Cassel e dalla borghese Gena Rowlands. E' il film più allegro, saltellante e strafottente di Cassavetes. La battaglia dei sessi la si gioca alla pari, fra due spostati che non sanno di esserlo, e lo scoprono nel momento in cui - dopo essersi fortunatamente incontrati - capiscono che non possono non convivere. Due uguali, prima quasi nemici. Il parallelo amore per il cinema e Humprey Bogart collega argutamente Cassavetes ai maestri della screwball comedy, e lo mette in condizione di criticare la compostezza divistica della Hollywood che affidava le sue storie d'amore ai fantocci eleganti di Lauren Bacall e di Bogart. Con una Gena Rowlands strepitosa, questo film di Cassavetes (prodotto dalla Universal) sembrerebbe diverso da altre sue opere per forma e stile. Infatti, se in tutte le sue pellicole si notano un montaggio e una costruzione del film che rompono i canoni tradizionali, in Minnie & Moskovitz si riscontra una certa classicità. Tale si esprime quando in scena c'è il personaggio di Minnie Moor, borghese convenzionale con classe e cultura, che si entusiasma per Bogart e il suo capolavoro Casablanca. Ma all'opposto c'è Moskovitz, zotico invadente, rozzo e attaccabrighe e quando appare lui si torna ad un approccio in perfetta "imperfezione" cassavetiana. Si verifica, con lo svilupparsi della trama, una fusione tra i due stili senza che uno dei due prevarichi l'altro. Tutto questo non lo giudichiamo come forma di autocensura causa produzione hollywoodiana (come aveva scritto certa critica all'epoca), ma piuttosto come una vera e propria forma di ricerca che prende origine e ha le basi nei protagonisti attori/amici. Fu uno dei film prediletti dal suo autore, che come scrive Di Giammatteo "solo attraverso una meticolosa dissezione, una sistematica derisione e un rifiuto netto di quel falso glamour hollywoodiano, il nostro può crearsi uno spazio cinematografico per quel diversissimo glamour che nasce dalla delicata, instabile, fragile accoppiata Seymour-Minnie".

Il Bidone (Federico Fellini)

Il Bidone
di Federico Fellini (1955 ITA 92')
"Ogni ricerca che un uomo svolge su se stesso, sui suoi rapporti con gli altri e sul mistero della vita, è una ricerca spirituale e, nel senso vero del termine, religiosa. Suppongo sia questa la mia filosofia. Faccio i miei film nello stesso modo in cui parlo alla gente. Questo per me è neorealismo, nel senso più puro e originale. Una ricerca in se stessi e negli altri. In ogni direzione, in tutte le direzioni in cui va la vita..." (Federico Fellini)
Opera molto sottovalutata di Fellini, ma che invece racchiude innumerevoli pregi, prima di tutto fondendo un crudele realismo con alcuni spunti surreali, resta un anello di passaggio fondamentale nella carriera del regista, a metà strada tra i primi film neorealisti e i capolavori della maturità. Scrive Bianchi "Il bidone è un cocktail nel quale si mescolano una ribalda festosità degna del Satyricon e quella vena disperata ed amara da cui sgorgò Zampanò". Il regista, scrive Di Giammatteo, "dipinge con molta efficacia l'universo cinico che si agita intorno al protagonista Augusto, coacervo di miserie, credulità, inganni e prepotenze che nascondono solo in parte l'assoluta amoralità di società e tempi alle soglie del boom economico destinato presto ad autoesplodere con il fragore onomatopeico della sua definizione". Fellini dichiara che "dove esistono due uomini si nasconde un bidonista", evidenziando lo squallore esistenziale dell'uomo moderno "che vive nell'allarme continuo, nell'isolamento sociale, nella solitudine, e spesso nella nausea di sé stesso" proprio come il bidonista. Il film è un'opera drammatica e desolata, che comincia in chiave satirica, ma finisce in modo disperato e sconfortante. Durante il film Fellini evita ogni strizzata d'occhio allo spettatore (punto debole de La strada) per abbracciare una narrazione spoglia di ogni ornamento e per questo ancor più efficace nel dipingere l'universo che ruota attorno a questi disperati. Il compianto Kezich invece scrive "il precedente stilistico è Kafka, in quanto l'itinerario del vecchio bidonista dallo sguardo stanco rispetta l'ingranaggio kafkiano del processo e della condanna, in un mondo altrettanto crudelmente oggettivato, fra uomini stanchi e indifferenti. Non c'è da meravigliarsi che Il bidone dia fastidio ai dogmatici e alle loro definizioni". Il film, infatti, all'uscita fu criticato aspramente a venezia, dove non fu apprezzata la personale rilettura dell'idea cattolica della Grazia che può riscattare tutta una vita. Georges Simenon invece rende giustizia al grande regista affermando "Fellini non è soltanto un grande regista, il più grande del nostro tempo, ne sono sicuro: è soprattutto un creatore, grande, vero, fors'anche inconsapevole, talvolta un po' sconcertante, che ha attinto dal subcosciente il materiale per tutte le sue opere. Per questo lo ammiro profondamente, un po' geloso, forse, d'una potenza che sento di non possedere. Per me Fellini è il cinema".

I Diavoli (Ken Russell)

I Diavoli - The Devils
di Ken Russell (1971 GB 113')
Il film più noto di Ken Russell su sceneggiatura elaborata dal libro di A. Huxley "I diavoli di Loudun" e sul dramma di Whithing "I diavoli". Un'opera controversa, dallo stile barocco e non riconciliato, truculento, aggressivo e provocatorio, che ai tempi d'uscita suscitò non poche polemiche e la cui visione rimane un discreto pugno nello stomaco tuttora. Il film inizialmente presentato a Venezia, fu poi sequestrato e dissequestrato. In Italia il Centro Cattolico per lo Spettacolo attaccò subito la pellicola e l'organizzatore della mostra veneziana, l'eterno G. L. Rondi. Gli fece eco "L'Osservatore Romano" accusando l'opera di Russell di essere un "lungo e convulso spettacolo di sadismo, di sesso e di violenza". S. Sorgi, uno dei responsabili del Centro, volle sottolinearne il carattere commerciale: "I Diavoli di Ken Russell è il film di un cattolico che attacca la Chiesa dall'interno con livore. L'attacca da pornografo e da blasfemo con spudorata intenzione commerciale. E' qui che il cinema come industria rivela il suo cattivo gusto e la mancanza di freni morali. E anche il suo momento di crisi. Il suo affanno nella ricerca di un filone che procuri buoni incassi. esaurito il filone western, esaurito quello pornografico, in fase di stanca quello politico, oggi punta su una nuova formula: l'osceno più il sacrilego...la pornografia introdotta in Chiesa, nel convento". Russell su "L'Europeo" dell'ottobre 1971 rispose: "Premetto che sono cattolico, che mi sono convertito 15 anni fa e che mi sono convertito per una libera scelta...Confesso che nel mio film c'è una parte erotica e qualche parte sconveniente. Scene che non sono preminenti, che sono complementari al tessuto della storia, che hanno una rispondenza storica assolutamente accertata dai documenti. Ebbene, che si fa? Si sottolineano queste parti secondarie e marginali, che non sono inventate, che sono realmente accadute, che sono documentate; dicevo, si sottolineano queste parti marginali per condannare tutto il film e per accusare il suo autore di essersi messo al passo con i tempi. Anzi d'avere addirittura anticipato una nuova formula perversa: erotismo + sadismo + religione...Non è stato Ken Russell a inventare la formula religione-sadismo-erotismo. Ma altri, molto ma molto tempo fa. Quegli stessi che per condannare ingiustamente un uomo, Grandier, esibirono una falsa confessione firmata da lui e da sette diavoli. Se non lo sanno i critici, cattolici e non, questa confessione è ancora negli atti del processo". La censura ha comunque danneggiato il film, in quanto il centro reale del film, la scena della violenza su Cristo, è stata eliminata. Tale sequenza, in cui le suore nude in preda al fervore religioso facevano a pezzi un'immagine di Cristo, veniva alla fine di alcune scene di esorcismo. Questo film scoperchia il reale problema, un tabù ancora molto attuale e una realtà purtroppo a volte evidente: la grave penetrazione del male e del maligno all'interno della Chiesa stessa...

Behind the Green Door (Mitchell Bros)

Behind the Green Door
di Artie Mitchell & Jim Mitchell (1972 USA 72') con Marilyn Chambers
"La conoscenza dell'erotismo o della religione richiede un'esperienza personale, identica e contraddittoria, del divieto e della trasgressione" (Georges Bataille)
Dopo Behind the Green Door, Marilyn Chambers venne ribattezzata "impura al 94,44 per cento". L'attrice, che sarebbe diventata una delle regine del porno, all american girl dal viso pulito, poco tempo prima era stata infatti testimonial per il sapone Ivory Snow, appunto "puro al 94,44%". I fratelli Mitchell, ex figli dei fiori, sul finire degli anni Sessanta acquistarono un fatiscente edificio nel cuore di San Francisco per farne un tempio della pornografia: dapprima improvvisati loop da vendere all'ingrosso e poi il trionfo miliardario di questo onirico e psichedelico hard-core, dove lo sperma è multicromatico e la congiunzione carnale un inno alla libertà. Il business del porno-cinema è cominciato con loro (A. Giorgi). Per questo uno dei film più importanti della storia del cinema. Marilyn in seguito verrà chiamata da David Cronenberg a recitare nel gioiellino "Rabid sete di sangue" in un ruolo paradigmatico. "Il film pornografico attinge nella sua essenza ad una mistica promessa che si trova nella religione: l'impostare la vita secondo la ricerca del piacere, così come è tutta risolta nel film porno, diventa la ricerca mitizzata di qualcosa che funga da elemento liberatorio, egoisticamente concepito, che presenta un'identità con l'ideologia religiosa basata sulla promessa di un paradiso dopo la vita terrena, lo stesso paradiso promesso dalla pornografia in cui domina solo il piacere". (G. Grossini)

06/01/11

Mr Freedom (William Klein)

Mr Freedom
di William Klein (1968 FRA 95')
Mr Freedom o Signore della Libertà, il superman protagonista del film è un ragazzone americano, vestito da rugbysta, in bei colori patriottici, con spalle e pettorali robustamente imbottiti: un crociato USA doc inviato nella Francia comunista. Nella crociata Mr Freedom si trascina un universo multicolor ricco di slogans, diapositive che esaltano il glorioso regime capitalistico. Fumetto pop, con questo film Klein firma un'opera politica, una satira contro l'imperialismo americano. A quando un'edizione in dvd in Italia?

Cane Randagio (Akira Kurosawa)

Cane Randagio
di Akira Kurosawa (1949 GIAP 122')
"Penso che un film debba avere quella qualità misteriosa che è la bellezza cinematografica, un misto di perfezione e di emozione profonda, che spinge la gente ad andare al cinema e la tiene inchiodata alla sedia" (Akira Kurosawa)
"Darei 100 Rashomon per vedere un solo Cane Randagio! Questo film e Vivere hanno dato a Kurosawa un posto di primissimo piano nel cinema mondiale" scriveva Sadoul nel 1961 quando il film uscì in Francia. La vicenda trae spunto da un fatto di cronaca che può ricordare esteriormente Ladri di biciclette, realizzato l'anno precedente, ma distribuito in Giappone due anni dopo ("situazioni storico-sociali simili producono opere simili" spiega Kurosawa). In ambedue il furto e la drammatica ricerca di un oggetto/strumento indispensabile di lavoro acquistano significati totalmente diversi. Infatti scrive Tassone "Cane Randagio non è solo la storia di un'indagine poliziesca e di una ricerca morale (con la pistola il poliziotto ha perso come dire la propria identità). E' anche la storia di un'amicizia, di un'iniziazione. E' anche il ritratto di un'epoca di transizione e di una città in piena mutazione: proliferazione del mercato nero, l'americanizzazione galoppante della società giapponese (il match di baseball, il music hall). Dei bassifondi di Tokyo, Kurosawa ci fa sentire persino l'odore. Forse nessun regista neorealista è riuscito a mostrare le viscere di una moderna capitale con altrettanta potenza. La formidabile vitalità ritmica che si sprigiona da questo giallo metafisico senza precedenti, la sua virtuosità tecnica, il valore documentario di numerose sequenze gli conferiscono un posto di primo piano nella storia del cinema nero". In Italia sarà programmato una sola volta, nel 1985, da Rai uno e lascerà un'impressione memorabile. Di quel passaggio custodisco gelosamente una registrazione, che mi ero procurato nei primi anni Novanta attraverso scambi con cinefili carbonari come me.

L'urlo (Tinto Brass)

L'urlo
di Tinto Brass
(1970 ITA 95')
Capolavoro di Brass...per solito si intende a considerare la carriera di Brass spezzata in due tronconi. Una prima parte segnata dall'adesione al clima di rinnovamento del cinema europeo, e quindi al cinema d'autore delle cosiddette "nuove onde"; e una seconda vita artistica dedicata al softcore e ad un cinema erotico apparentemente privo di impegno. Non si deve credere, però, che il primo Brass fosse immune alla scure censoria. L'urlo fu, infatti, uno dei suoi film più travagliati. Il film racconta della fuga infinita di Anita e "Coso", giovani amanti rivoluzionari, che nella loro ansia di libertà attraversano paesi immaginari e luoghi simbolici. Tra questi: una locanda da western dove accadono turpitudini di ogni genere, una cittadina fantasma dominata da soldati hitleriani, una fogna e un manicomio criminale. La critica alla società di classe è evidente: se si aggiunge l'alto grado metaforico del film, si può facilmente immaginare l'imbarazzo un po' scandalizzato della commissione di censura. Brass decise di non accettare i tagli e subito dopo, venne data alle stampe una denuncia-appello del regista e dei collaboratori, pubblicata in ciclostile a settembre 1969: "Denunciamo con tutta l'indignazione che la circostanza richiede l'inammissibile sopruso perpetrato ai danni del nostro film L'Urlo, bocciato dalla IV commissione di censura in data 15 settembre 1969, dietro pretesto di costituire offesa alla morale e al buon costume come normalmente intesi nell'attuale momento storico. Affermiamo con tutta la forza della nostar commissione che questa motivazione non corrisponde a verità, ma è la copertura formale di un atto di pura e semplice repressione ideologica. Ammettiamo che il nostro film possa non piacere a certo pubblico; potrà capitare perfino che incontri delle difficoltà di circolazione; ma neghiamo che - alla luce delle leggi vigenti - ne possa essere proibita, per principio, la circolazione. L'urlo è un'esplosione di rabbia, di nausea, di dolore di chi sente, sempre meno respirabile, l'aria dell'attuale momento storico, carico di morte, di meschinità, di miseria materiale e spirituale. E' un grido di gioia disperato di chi tenta di uscire dalla palude dell'attuale momento storico in cui giorno dopo giorno rischiamo di affogare. E' lo spettacolo esaltante della libertà e della vita contrapposto alla umiliante realtà quotidiana della morte e del servilismo che incombono sull'attuale momento storico. Nel film non c'è nessuna offesa alla morale e al buon costume: c'è semplicemente il rifiuto di una morale e di un costume, buono o cattivo che sia, che hanno reso e rendono l'attuale momento storico un'epoca di sangue e violenza, di intolleranza e sopraffazione, di alienazione e disumanizzazione, di gretto materialismo consumistico senza ideali, senza speranze, senza vitalità creatrice. Non c'è pertanto barba di legge che possa legittimamente impedirci di urlare: ci sono solo ipocrise e sotterfugi, manovre e strumentalizzazioni interpretative che possono abusivamente tentare di metterci il bavaglio. Operazioni repressive cioè del nostro diritto di esprimerci e di quello del pubblico di giudicarci. soprusi quindi che noi perciò denunciamo".