25/02/08

Marzo al Clan Destino

Marzo Scaglie 2008

Domenica 2 ore 21.30
Meet the Feebles
di Peter Jackson (1989 NZ 94’)
Parodia oltraggiosa, dissacrante e spassosa del Muppet Show con il tipico gusto del regista per l’umorismo nero e bizzarro e per le situazioni sanguinolente ed eccentriche...verrete letteralmente immersi in un altro mondo tra conigli ninfomani che si ammalano di AIDS, trichechi manager che arrotondano con traffici illeciti sia di droga che di pornografia sadomaso, mosche/paparazzi che letteralmente setacciano gli escrementi e decine di altri animali tutti irrimediabilmente deviati...tutto sommato (in fondo e dietro le apparenze) assomiglia al nostro mondo!

Martedì 4 ore 21.30
Paprika
di Satoshi Kon (2006 GIAP 90’)
Ancora la scienza ignora i motivi profondi per cui gli esseri umani sognano, in questo film però gli scienziati riescono a creare un congegno, il DC-mini, in grado di registrare, analizzare e modificare i sogni stessi. La scoperta è un’arma a doppio taglio, in quanto può permettere ad alcuni esseri umani conseguentemente di impadronirsi di tutti i sogni del pianeta. Grazie alla raffinatissima animazione il regista si muove ininterrottamente, con incredibile maestria e poesia, tra i vari piani di realtà ed immaginazione, regalandoci così uno dei must degli ultimi anni. Da un libro dello scrittore di fantascienza Yasutaka Tsutsui.

Domenica 9 ore 21.30
Amore Tossico
di Claudio Caligari (1983 ITA 90’)
Per chi ha vissuto quegli anni (e all’epoca aveva all’incirca venti anni) il film è un lancinante spaccato della realtà di quel tempo. Il sottovalutato Caligari servendosi di un gruppo di attori non professionisti, quasi tutti tossicodipendenti o ex-tossicodipendenti, documenta la realtà della loro drammatica vita quotidiana, totalmente impegnata ed assorbita tra droga, furti, conseguenti problemi con la polizia e la costante flebile speranza di disintossicarsi e cambiare vita. Gli intenti sono sinceri e traspare un’umana sofferenza, nulla è gratuito, tanto che i risultati lo avvicinano al “Las Hurdes” di Bunuel e all’ “Accattone” di Pasolini. Un vero pugno nello stomaco. All’epoca venne distribuito e portato al festival di Venezia grazie all’interessamento del mai abbastanza compianto Marco Ferreri.

Martedì 11 ore 21.30
Punch-Drunk Love
di Paul Thomas Anderson (2002 USA 95’)
Non è altro che la messinscena di un “21st Century Schizoid Man”, questo virtuosistico e spiazzante film postmoderno, realizzato da uno dei registi più innovativi degli ultimi anni (imperdibile in sala “Il Petroliere – There will be blood”), asssolutamente incompreso da buona parte della critica cinematografica nostrana. Una commedia e contemporaneamente una storia d’amore, ma creata utilizzando immmagini e suoni insoliti, amalgamati e accostati con uno stile sincopato e dissociato, che richiama le dinamiche mentali del protagonista e che fa del film una godibile opera sperimentale. Da rivedere.

Domenica 16 ore 21.30
Corto Maltese: Corte Sconta Detta Arcana
di Pascal Morelli (2002 FRA/ITA/Lux 92’)
Un avventura in cui lasciarsi trasportare come in un miraggio: Venezia, dicembre del 1918, i giorni si lasciano andare come foglie al vento, ma per Corto Maltese è giunto il momento di rimettersi in viaggio. Lo aspettano gli intrighi di Hong Kong, la guerra in Manciuria, le nevi dell'inverno siberiano e... l'oro dello zar, sfuggito alla rivoluzione e finito nelle mani dell'ammiraglio Kolchak. A volerlo sono in tanti, primi tra tutti Corto e il pirata Rasputin, alleati della setta rivoluzionaria cinese delle Lanterne Rosse, capitanata dalla misteriosa Shangai-Li. Poi, la duchessa lealista Marina Seminova e alcuni crudeli signori della guerra, come i generali Semenoff e Chang, e il barone von Ungern. Inevitabile la battaglia di tutti contro tutti, ma a cavallo di treni blindati armati di cannoni.

Martedì 18 ore 21.30
The Notorious Bettie Page
di Mary Harron (2005 USA 100’)
Film biografico sulla storia della “regina delle pin-up” Bettie Page, con Gretchen Mol nei suoi maliziosi panni, ambientato tra la metà degli anni Trenta e la metà degli anni Cinquanta. Bettie Page è diventata con il passare degli anni un’icona pop universalmente riconosciuta e contemporaneamente il prototipo della cultura fetish. Nonostante ciò, questo film in Italia è praticamente invisibile. Probabilmente la pellicola contribuirà ad esaudire il desiderio di Bettie di farsi “ricordare come una donna che ha cambiato le opinioni della gente riguardo alla nudità”.

Martedì 25 ore 21.30
Eating Raoul
di Paul Bartel (1982 USA 90’)
Geniale incursione del mitico Paul Bartel nella black comedy per un film esilarante e velenoso che si scaglia sul capitalismo e sulle classi dirigenti americane che, appollaiate tra ricchezze e privilegi, continuano a esaltare a parole il mito del sogno americano, mentre nei fatti fanno letteralmente di tutto per impedirne subdolamente l’attuazione. Interpretato dallo stesso Paul Bartel e dall’icona warholiana Mary Woronov, eccentrica coppia di losers col sogno di inaugurare un ristorante, il film si configura come una satira sferzante sui valori borghesi, la famiglia, il matrimonio, il successo, la ricchezza e il rampantismo sociale. Emerge, tra le righe, la difficoltà di vivere al mondo d’oggi, ma il finale e l’atmosfera che si respira vengono ad essere un’incitazione rivolta agli emarginati e ai perdenti a non darsi mai per sconfitti e ad andare avanti nonostante le apparenti evidenze.

Domenica 30 ore 21.30
Happiness
di Todd Solondz (1998 USA 134’)
E’ il film, intriso di sferzante humour nero, che ha svelato il talento di Solondz nel nostro paese...va rimarcato che i suoi notevoli lavori successivi attendono tuttora una distribuzione. Questo film è un affresco polifonico al vetriolo sulla condizione della borghesia nella società occidentale...un mondo in cui qualsiasi violenza e trasgressione viene riassorbita senza alcuna difficoltà, pur di perpetuare ipocritamente la finzione del quieto vivere...si ride, ma a denti stretti.

24/02/08

The Bead Game

The Bead Game
Ishu Patel (1977 CAN 6')

E' animato in stop-motion...

21/02/08

Strange Dolls

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero, disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
(X Agosto, Giovanni Pascoli)
Amo i contrasti.
E devo dire che Beth Robinson con le sue fantasmagoriche e stordenti creature incarna alla perfezione l'atmosfera di questa poesia: singolari bambole deviate e inquietanti bambole organiche, confezionate con frammenti di vita e create con intuizioni che scaturiscono direttamente dallo spirito dell'artista, quando si trova in condizioni di particolare capacità ricettiva...nella sua bizzarra arte, stregata e ammaliante, si assapora in alcuni casi l'acre gusto del dolore di vivere, mentre in altri ci si lascia semplicemente sorprendere da eccentriche creature decisamente piovute da un'altra dimensione...il nostro futuro?
http://www.strangedolls.net/ooak.html

19/02/08

La Neuromatrice e il Ventriloquo

Attualmente uno dei modelli esplicativi del nostro sistema nervoso centrale, maggiormente accreditati da parte della Neuroscienza, é quello che fa capo alla Neuromatrice, intuizione potente e suggestiva ad opera del genio di Melzack.
L'idea a Melzack é venuta analizzando quello strano fenomeno costituito dalla pseudomelia, che é una percezione spiacevole da parte del paziente, spesso dolorosa, di varie sensazioni provenienti da un arto amputato, comunemente chiamata in ambito medico "Sindrome dell'arto fantasma".
L'anomala percezione proveniente dall'arto fantasma, quindi in assenza di input apparenti, ha schiuso agli scienziati una breccia sull'abisso costituito dalla stupefacente complessità del nostro cervello.
Secondo Melzack la nostra quotidiana parvenza percettiva realistica è dovuta a processi neurali centrali stabili. Esistono così mappe di attivazione (o inattivazione) ben precise, costituite all’interno dei circuiti neurali centrali e continuamente attivate e modulate dagli input che arrivano dalla periferia.
Tali mappe contribuiscono in modo preponderante alla costituzione della struttura figurale del nostro sè e forniscono anche una base empirica per ogni nostra successiva esperienza percettiva.
L’esperienza del sè fisico è così dovuta, secondo Melzack, ad una matrice neuronale (una complessa rete di circuiti neurali sia corticali che sottocorticali) precostituita geneticamente, su cui il corpo successivamente scolpisce con caratteristici pattern di scarica neuronali dalle molteplici caratteristiche, sia sensoriali che emozionali, una configurazione originale ed esclusiva per ogni essere umano, detta propriamente Neuromatrice.
I bizzarri loop talamo-cortico-talamici e gli input originati dalle strutture limbiche, componenti fondamentali della Neuromatrice, generano in seguito output divergenti, che permettono un processamento parallelo di tutte le componenti sensoriali ed emozionali del percetto, per poi convergere simultaneamente, integrando l'insieme e generando un unicum percettivo. Il processamento ciclico e la conseguente elaborazione degli impulsi nervosi vanno a creare un prodotto di uscita specifico della Neuromatrice, detto Neurosignature (praticamente una vera e propria firma della Neuromatrice) caratteristico e unico per ogni essere umano. Tutte le aree sinaptiche lungo le vie di trasmissione di ogni sistema di proiezione (quindi tutte le vie che trasportano input afferenti al cervello) ovvero tutte le aree dal midollo spinale fino ai campi di proiezione talamo-corticali possono divenire generatori dei segnali, andando ad accrescere esponenzialmente la complessità del sistema. L'attività perpetua di questi generatori è in grado di produrre specifici pattern di scarica o di raggiungere frequenze sufficientemente elevate da configurare e alterare le diverse attività delle aree cerebrali in modo ben preciso (e questo spiega la sindrome dell'arto fantasma). Queste aree inoltre presentano complicati rapporti di dipendenza e interrelazione, con mutue attivazioni e cooperazioni, fatte di sinapsi ad efficienza variabile e selezione alternata di network interni al sistema nervoso centrale.

Dopo questo doveroso excursus sulla complessità del nostro sistema nervoso centrale, mi preme sottolineare come la figura del Ventriloquo sia straordinariamente esplicativa di parte del concetto di Neuromatrice.
Il Ventriloquo al giorno d'oggi, come ben sapete, è un artista in grado di emettere una o più voci senza muovere i muscoli oro-facciali, grazie alla capacità di sostituire tutte le consonanti che richiedono il movimento buccale con suoni estremamente simili, ma che non richiedono il ricorso alla muscolatura fonetica del viso. Il ventriloquo riesce così a far sembrare allo spettatore che la voce percepita provenga direttamente dalla bocca dell'immancabile pupazzo che lo accompagna. Ma nei remoti tempi passati il ventriloquismo è stato ripetutamente utilizzato per produrre niente meno che le profezie degli Oracoli e in tal modo per condizionare subdolamente le masse.
Fino a pochi anni fa, in ambito di Neuroscienze si riteneva che ciascuno dei cinque sensi - vista, udito, olfatto, tatto e gusto - fosse governato da una corrispondente e ben precisa regione cerebrale. Si riteneva, inoltre, che ciascuna di queste aree sensoriali elaborasse l'informazione ricevuta in modo indipendente e autonomo, per poi inviarla alla corteccia, che solamente alla fine elaborava e integrava gli stimoli neuronali complessivi. Ora invece si è scoperto che nel collicolo inferiore, zona ancestrale del nostro arcano cervello, vi è una piccola parte che contribuisce a processare ed elaborare sia i suoni provenienti dalle orecchie che gli stimoli visivi che giungono dagli occhi. Ciò significa che le informazioni uditive e visive vengono integrate fra loro in una fase precoce della trasmissione neuronale, ben prima che entri in gioco la cosiddetta "parte pensante" del cervello rappresentata dalla corteccia. Questa scoperta spiega perché vedendo il pupazzo del ventriloquo si ha l'illusione che sia lui a parlare, tutto questo deriva non solamente dall'abilità del ventriloquo, ma anche dalla costituzione intrinseca del nostro sistema nervoso centrale!
Anche il cinema è in fondo un ventriloquo, in quanto tutti noi vedendo un film abbiamo inconsciamente l'illusione che le voci udite provengano veramente dalle bocche degli attori visti sullo schermo...e non ci passa neanche per l'anticamera del cervello che i dialoghi siano in realtà derivanti da grosse casse stereo situate ai lati dello schermo e innestate saldamente sulle pareti della sala cinematografica.

Tuttora incredibilmente poco sfruttata la figura del ventriloquo al cinema, io d'acchito ricordo praticamente solo "The Unholy Tree" del maestro Tod Browning e "Magic" con uno schizzato Anthony Hopkins. Voi?
(http://italian.imdb.com/keyword/ventriloquist)

09/02/08

Darkness/Light/Darkness

Tma/Svetlo/Tma
di Jan Svankmajer (1989 CEC 8')

"Un'opera d'arte non deve dimostrare, non deve insegnare...deve essere come una montagna, come un albero, come una nuvola, come tutti i fenomeni naturali che danno impressioni differenti a quelli che ne sono testimoni."
(Elia Kazan)

06/02/08

La lenta asfissia del Cinema


Encomiabile iniziativa, quella avviata dal raffinato e ardito Bruni (http://contenebbia.splinder.com/post/15761552#comment) e divulgata dai valorosi Para e Chimy (http://cineroom.splinder.com/post/15747341#comment) , con l'intento di dare una spallata alla sorniona distribuzione cinematografica nazionale.
Quello della distribuzione è un annoso problema, che si sta acuendo negli ultimi anni anche a causa di leggi capestro (quelle connesse ai contributi statali), che impongono percentuali di programmazione di film europei improponibili da raggiungere per i piccoli cinema dei centri cittadini, dotati di un'unica sala. In videoteca, già da diversi anni, la situazione non è più rosea, visto che l'acquisto di un blockbuster di punta impone al gestore l'acquisto obbligato di un pacchetto di altri film minori (spesso insulsi) distribuiti dalla stessa casa di distribuzione e con questo subdolo meccanismo i fondi da investire per lo strangolato piccolo proprietario di videoteca si riducono drasticamente (il sistema dei pacchetti ammorba anche la distribuzione in sala). Inoltre, e questo è paradossale, il prezzo di un dvd per il noleggio di uno strombazzato blockbuster americano e il prezzo di un oscuro film d'autore europeo non differiscono poi di molto, con la terribile differenza che il secondo non raggiungerà mai il numero di noleggi necessario per ammortizzarne l'elevato costo. In questo modo nel tempo si è avuta la progressiva scomparsa dagli scaffali delle videoteche di tali film d'autore che, anche se apparentemente distribuiti, non vengono poi a conti fatti acquistati dalle videoteche. Altro elemento disturbante é quello della previsione di vendita dei diritti televisivi, vera e propria boccata d'ossigeno per le casse dei produttori, ma evenienza che ha portato, almeno nel nostro paese, ad una bizzarra censura preventiva, alla radice, di tutti i progetti che non avessero i requisiti per una successiva distribuzione televisiva...pensare che una volta si diceva che il mondo è bello perché é vario!
Unica eccezione è quella rappresentata da Ghezzi e collaboratori nel loro mirabolante Fuori Orario che, in questi anni, spesso ha sopperito alle innumerevoli carenze distributive italiche.
Il nostro cineclub è nato tredici anni fa con l'obiettivo di diffondere film d'autore sconosciuti, non rintracciabili facilmente né nelle videoteche che in televisione, cercando di valorizzare autori meritevoli, ma snobbati dalla critica ufficiale o non distribuiti nel circuito delle sale cinematografiche del nostro territorio.
Materiale recuperato con strategie carbonare (scambi, dritte incrociate) nel sotterraneo circuito degli amatori e poi proposto per dare al pubblico un'idea della Settima Arte che non fosse soltanto quella cinema come svago o del kolossal della settimana con il bello e la bella di turno. Del resto, però, non è facile far capire che - così come la buona pittura non è solo il bel disegno, la buona musica non è solo la melodia orecchiabile, la buona scultura non si riduce alla mera rassomiglianza - anche il buon cinema non è solo nella storia dallo sviluppo avvincente o nella gradevolezza estetica del prodotto. Purtroppo servono occhi allenati per vedere e recepire certe cose.
In questi tredici anni, portati avanti nella più assoluta indipendenza, ne abbiamo viste di tutti i colori, da Tarkovsky a Batzella, da "Quarto potere" in lingua originale sottotitolato (nettamente un altro film!) al decamerotico "Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno" etc...e di questo dobbiamo anche ringraziare il luogo che ci ha ospitati, il Clan Destino, locale storico che ha sempre seguito in ambito musicale una linea qualitativa intransigente, non accomodante e poco omologata e che di conseguenza non ha mai fatto pressioni all'associazione sulla necessità di proiettare film più accattivanti o di facile richiamo.
Attualmente la fruizione domiciliare dei DVD, la rivoluzione Internet e l'appiattimento omologato dei gusti ci sta dando un duro colpo, tanto che alle nostre proiezioni raramente riusciamo a superare i cinque spettatori...in un anno in cui abbiamo dovuto cambiare contemporaneamente schermo e proiettore non è assolutamente un bel presagio...forse va preso definitivamente atto della progressiva ed inarrestabile scomparsa della sala come luogo principale designato alla fruizione di un film...il cinema come è sempre stato inteso è già scomparso da un po' (i multiplex non c'entrano nulla col cinema, sono supermercati camuffati), eccetto che per pochi irriducibili nostalgici...scomparso è il rito di recarsi al cinema e la fruizione dei film è ormai quasi totalmente privata, digitale, casalinga.
Va notato come il cinema e i film siano molto cambiati negli ultimi decenni con l'avvento del computer e della relativa tecnologia...le sale, invece, sono rimaste come struttura sempre le stesse, refrattarie ad ogni minimo cambiamento, con il pubblico in posizione frontale rispetto allo schermo, quest'ultimo sempre rigidamente rettangolare, e con la solita rassicurante disposizione delle poltroncine in sala. Il cinema, condannato a restare in sale antidiluviane e soffocato prima dalla televisione e dalle videocassette e poi da Internet e dai dvd, ha così perso molto del suo fascino e della sua attrattiva verso il pubblico...forse, allora, non è il cinema a dover cambiare per riportare il pubblico nelle sale, ma sono proprio queste ultime a dover essere rifondate, mutate radicalmente nell'architettura e nell'assetto, così da riguadagnare la magia perduta. Non va dimenticato che di un singolo film a distanza di tempo, a volte si ricorda molto poco, mentre è precisa la memoria del luogo dove lo si è visto.
Tornando all'origine di questo post, segnalo con piacere alcuni film recenti che la nostra distribuzione ha allegramente ignorato (ma sono solo una piccola parte...), privandoci così, in alcuni casi, del piacere di vedere in sala alcune delle opere più straordinarie di tutti i tempi:
- "Otesanek" di Jan Svankmajer (2000)
- "Songs from the second floor" di Roy Andersson (2000)
- "Bicho de Sete Cabeças" di Lais Bodanzky (2001)
- "Storytelling" di Todd Solondz (2001)
- "Bully" di Larry Clark (2001)
- "The afternoon of a torturer" di Lucian Pintilie (2001)
- "The American Astronaut" di Cory McAbee (2001)
- "Ascension" di Karim Hussain (2002)
- i due film collettivi "Ten minutes older" (2002)
- "A Dirty Shame" di John Waters (2004)
- "DiG!" di Ondi Timoner (2004)
- "Aaltra" di Benoit Delepine (2004)
- "Vital" di Shinya Tsukamoto (2004, ma anche lo splendido Gemini...)
- "Odete" di Joao Pedro rodrigues (2005)
- "Naboer" di Pal Sleutane (2005)
- "What is it?" di Crispin Glover (2005)
- "The Notorius Bettie Page" di Mary Harron (2005)
- "Container" di Lukaas Moodysson (2006, ma anche "A hole in my heart")
- "This is England" di Shane Meadows (2006)
- "Behind the Mask: The Rise of Leslie Vernon" di Scott Glossermann (2006)
- "Import/Export" di Ulrich Seidl (2007)
- "The Man from London" di Bela Tarr (2007)
- "Mister Lonely" di Harmony Korine (2007)

Per quanto riguarda gli autori è incredibile che registi del calibro di Gyorgy Palfi, Guy Maddin, i fratelli Quay, Lodge Kerrigan, Agustí Villaronga, Errol Morris, Alan Clarke, Eloy de la Iglesia, Sogo Ishii, Toshio Matsumoto etc in Italia siano praticamente tuttora sconosciuti.
La dice lunga anche il fatto che uno dei personaggi chiave del cinema degli ultimi anni quale è Takashi Miike, nel nostro paese abbia avuto pochissimi film distribuiti.
E qual é la ragione che impedisce di distribuire i film di José Mojica Marins e Radley Metzger al pari di quelli di Russ Meyer?
Tra i film del passato, poi, tanti sono quelli che non hanno mai avuto distribuzione in dvd o in televisione, tra cui segnalo, giusto così, per piacere personale:
- "Mr Freedom" di William Klein (1969)
- "Arrebato" di Ivan Zulueta (1980)
- "The Silver Globe" di Andrej Zulawski (1987)
- "Metal skin" di Geoffrey Wright (1994)
- "Lumière et compagnie" Autori Vari (1995)
- "The Castle" di Michael Haneke (1997)
Il cinema attuale è una caramella, noi che facciamo?

05/02/08

Kobelkoff

"Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono...un...uomo"

Nikolai Wassiljewittsch Kobelkoff nacque a Wossnesensk in Siberia il 22 Luglio 1851, quattordicesimo figlio di due genitori apparentemente normoconformati e con fratelli e sorelle ugualmente apparentemente normoconformati. Inizialmente la sua difformità creò non pochi problemi ai due genitori, che tendevano a tenere il piccolo Nikolai il più possibile lontano da sguardi indiscreti. Gli abitanti del villaggio erano, all'epoca, estremamente turbati dal suo passaggio in braccio alla madre, come se il piccolo torso umano potesse essere la materializzazione di un qualche presagio funesto e le reazioni più comuni nella puritana comunità russa erano farsi il segno della croce oppure, attanagliati da un vago senso di inquietudine, volgere rapidamente lo sguardo altrove. Nonostante i terribili pregiudizi che lo attorniavano, Kobelkoff ricevette un'educazione straordinaria e all'avanguardia, imparando addirittura a scrivere grazie ad un complicato utilizzo del mento e del moncherino destro per impugnare il pennino. Successivamente Kobelkoff scoprì la pittura, che divenne la sua divorante passione per tutta la vita. Quadri, i suoi, in cui è dolce sorprendersi nei variopinti mondi immaginati dalla sua fervida fantasia. Opere in grado di sconfiggere il tempo, permettendoci di ritrovare la capacità di emozionarsi propria dell’infanzia, rimanendo stupiti sia per la tecnica di esecuzione che per il risultato, intriso di atmosfere silenziose e rarefatte, incantate, quasi...magiche. Una pittura che sembra avere scoperto il modo immaginoso di rappresentare la realtà oppure il modo realistico di rappresentare l’immaginario e che ci ricorda che il pianeta Terra è pur sempre un luogo misterioso, di cui non conosciamo tutte le risposte.
Nel 1871 un talent scout dei circhi itineranti in missione in Siberia, chiamato Berg, avendo udito dell'esistenza dell'uomo-torso, lo incontrò e gli offrì di esibirsi come principale attrazione in uno spettacolo nel teatro di St. Petersburg. Per i successivi due anni il successo di Kobelkoff fu enorme, grazie alla sua straordinaria abilità nel dipingere, scrivere, maneggiare armi, eseguire mirabolanti piroette col corpo, salendo e scendendo da sedie, ergendosi su irte scalinate, fino al punto di inscenare avventurose fughe, la più famosa delle quali fu quella dalla gabbia dei leoni inferociti, un attimo prima di essere divorato.
Kobelkoff in pochi mesi divenne un'attrazione internazionale, effettuando spettacoli itineranti in giro per l'Europa e riuscendo così a conquistarsi i favori di reali e nobili dell'epoca, ammaliati e rapiti dalle sue straordinarie doti. Mentre si esibiva in Austria nel 1875 conobbe Anna Wilfert, una tenace donna viennese, alcune fonti dicono presentatagli da Alberto I, Re di Sassonia. Il loro matrimonio ebbe luogo a Budapest quello stesso anno, con Anna che felicemente teneva in braccio Nikolai all'uscita della cerimonia. Kobelkoff per l'occasione teneva le fedi nuziali agganciate ad una collana, con tale espediente riuscì nell'impresa titanica di mettere l'anello al dito dell'amata, grazie ad un ingegnoso utilizzo della bocca. Anna ben presto rimase incinta ed ebbe il primo figlio nel giugno del 1876. Ne seguirono altri dieci, di cui ben sei riuscirono a sopravvivere fino all'età adulta.
Kobelkoff nel frattempo era letteralmente idolatrato dal pubblico di Europa e America, in cui fece un'enorme tournée nel 1882.
Alcune voci maligne dell'epoca insinuavano il dubbio che Kobelkoff avesse un terribile lato oscuro, che lo portava a maltrattare nel privato Anna, colpendola violentemente col moncherino, contemporaneamente gridandole oscenità. Altre voci sottolineavano il suo debole per l'alcool. Vero è però che la moglie gli fu sempre a fianco, magnificamente devota, fino alla sua morte.
Kobelkoff allargò i suoi orizzonti, includendo la neonata arte cinematografica tra i suoi interessi, arrivando così ad assemblare, nel 1898, i suoi spettacoli in una serie di cortometraggi fulminanti. Con i soldi accumulati in tanti anni di spettacoli, Kobelkoff fu persino capace di comprarsi il suo parco di divertimenti privato nel Prater austriaco.
Nikolai Kobelkoff, infine, morì felice nel gennaio del 1933 nella sua casa in Austria, accanto ai suoi cari. La sua fama era così diffusa che, per decenni a venire, ogni artista/torso umano venne presentato alle folle come il "nuovo Kobelkoff".
Nella società contemporanea un uomo come Kobelkoff avrebbe avuto ben altra sorte...freak maledetto, eternamente rinchiuso in un qualsiasi Cotolengo, vero e proprio relitto umano, detrito scomodo e ripugnante di una società ipocrita.
Secondo le analisi di Leslie Fiedler, nel suo "Freaks, miti e immagini dell'Io segreto", l'aspetto di persone difformi o ritenute dal senso comune mostruose è tuttora un vero e proprio tabù sociale. Attualmente la loro esistenza e la loro vera forma fisica tende a essere nascosta ai nostri occhi, mentre l'esibizione di queste persone (le cui deformità fisiche sono spesso ai limiti dell'umano) nei circhi o negli spettacoli itineranti, fu una forma di divertimento popolare di grande successo per diversi secoli in passato.
Una delle più brillanti intuizioni di Fiedler riguarda il cambiamento nelle idee delle persone "normali" su quello che è "normale" non appena entrano in contatto con un freak, concezione che porta spesso ad un sentimento di umana solidarietà con gli individui mostruosi o deformi. Tuttavia frequentemente la comparsa di un freak in un ambiente apparentemente "normale" dà adito a sentimenti di timore, sgomento e disgusto. Però i freaks sono vissuti e sembrano essenzialmente rappresentare una minaccia al sistema piuttosto che all'individuo singolo. Il timore non è causato dai freaks stessi e dai loro comportamenti, ma è ormai parte integrante e inestricabile della struttura sociale occidentale.
Fiedler, invece, genialmente sottolinea come i freaks nella nostra società possano essere le figure che recano un'arcana testimonianza della divinità e delle stimmate (intese come segni fisici dell'estasi religiosa), dandone immediata consapevolezza a coloro che li incontrano. La fragile struttura psicologica dell'uomo contemporaneo al contrario tenta di allontanare il più possibile il contatto con questo intimo trauma collettivo. La cicatrice lasciata dall'esperienza traumatica della deformità è così saldamente repressa nel nostro subconscio. I freaks, però, con la loro presenza sono in grado di attivare queste cicatrici/stimmate e il mutato livello di coscienza che si raggiunge, nel sottoporsi a questo trauma inconscio, va a soddisfare un profondo bisogno umano primario. I freaks ci rendono coscienti delle "cicatrici sacre" che sono dentro di noi. Attraverso di loro possiamo trascendere i limiti della normalità e quindi sperimentare i livelli più profondi e intensi della nostra capacità percettiva, arrivando a cogliere alcuni dei misteri nascosti dell'esistenza. Oggi, come detto, la società mira con ogni mezzo ad escludere ed eliminare i meccanismi che attivano tali stimmate. Gli unici rari elementi che rimangono di questo fenomeno culturale, un tempo ben visibile e assai frequentato, sono i vecchi film (su tutti lo straordinario "Freaks" di Tod Browning) e le fotografie degli strani fenomeni da baraccone (recuperare a tal proposito il libro "Freaks - La collezione Akimitsu Naruyama" - Ed. Logos), testimonianza degli effetti shock del passato, ma anche di un approfondimento dell'investigazione umana e materializzazione dei nostri ancestrali bisogni emotivi in forma fisica. Osservando queste laceranti immagini ci sentiamo come se una schiera di mostri potesse fuoriuscire dal nostro intimo, come angeli. Per quanto bizzarri possano apparire, essi sono il nostro io, nascosto sotto diversi strati di inibizione. I freaks sono la prova che i muri e i limiti che abbiamo dati per scontati sono a conti fatti nient'altro che strutture prive di significato. Una nuova realtà si affaccia e sferza le nostre cornee, e noi attoniti guardiamo...proprio come bambini che esplorano il mondo per la prima volta...
(post elaborato con i difformi spunti di un illuminante scritto di Toshiharu Ito)
video
http://www.thehumanmarvels.com

04/02/08

Yohimbe

Yohimbe


Non me ne vogliano le mie adorate sacerdotesse del sesso se questo post sarà in qualche punto maggiormente diretto ai miei colleghi maschi, ma alcuni degli effetti della sostanza di cui mi accingo a parlare sono in loro più evidenti.
Poche droghe ben si accordano con il sesso, soprattutto se ci riferiamo all’inferiore genere maschile…
ma per l’esigua minoranza di psiconauti sessodipendenti la natura ha concesso qualche possibilità.
La yohimbe è un albero dell’ Africa Occidentale, la cui corteccia contiene un alcaloide, la yohimbina, dotato di proprietà psichedeliche ed afrodisiache.
Una droga psichedelica seppur leggera, quindi non aspettatevi una passeggiata.
Un infuso con cinque – sei cucchiai di corteccia secca bollito a fuoco lento in mezzo litro di acqua per quindici minuti, fatto raffreddare per altri quindici infine filtrato, sarà sufficiente per due persone. Il sapore sarà amaro come il fiele e proverete un po’ ad addolcirlo con il miele ottenendo scarsi risultati.
È praticamente tassativo assumerla a digiuno ed evitare per le 12 ore successive alcolici, formaggi, cioccolata, medicinali o altre droghe in quanto la yohimbina è potente inibitore di un enzima (MAO) e la vostra pressione arteriosa potrebbe decisamente risentirne.
Dopo circa 45 minuti dall’ assunzione cominceranno i primi effetti.
Stimolazioni psichiche, lievi modificazioni percettive prive di allucinazioni…
sarete altrove ma anche qui…
e noterete con stupore che quest’effetto psichedelico sarà accompagnato non dal solito raggrinzimento lisergico ma da un corposo gonfiore della vostra patta…
e i vostri corpi saranno liberi di fondersi.
Tachicardia, nausea ed insonnia saranno altri problemi da affrontare ma la strada dell’eccesso e della conoscenza non può che essere impervia.
Che il sesso sia con voi.



03/02/08

Spell (Dolce Mattatoio)

Spell (Dolce Mattatoio)
di Alberto Cavallone (1977 ITA 90’)
con Jane Avril, Martial Boschero, Paola Montenero, Monika Zanchi,
Giovanni De Angelis, Josiane Tanzilli, Macha Magall.

Finalmente editata in DVD quest'opera controversa e sconcertante da uno dei cineasti più radicali ed eccentrici della nostra cinematografia, per anni rimosso dalla storia del cinema a causa della sempiterna cecità dell'ingessata critica tradizionalista italica, poi riscoperto grazie all'encomiabile lavoro del gruppo di "Nocturno". Segnalo anche che recentemente al cinema Trevi di Roma è stata proiettata una incredibile retrospettiva dei suoi lavori, ad eccezione dell'agognato Maldoror (http://www.nocturno.it/bbforum/smf/index.php?topic=8068.0), per cui spero in una prossima utopica edizione in DVD, almeno di "Blow Job", "Zelda" e "Le Salamandre".
Un cinema, quello di Cavallone, che unisce forti aspirazioni intellettuali con pratiche basse e malsane in un'amalgama esplosiva di sesso, violenza, politica, analisi sociale, religione, arte, surrealismo, psicanalisi e ribellione.
Per il regista le immagini sono come proiettili, urticanti pallottole in grado di ferire gli occhi e scuotere le coscienze.
Dopo diversi anni di permanenza a Castelnuovo di Porto, paese in provincia di Roma, Cavallone decide di fare un film, ambientato durante l'annuale festa paesana in onore del santo patrono, tradizionale occasione in cui agli abitanti è permessa una scarica delle energie pulsionali, altrimenti compresse e altamente pericolose per il mantenimento dell'equilibrio sociale, momento dionisiaco in cui Eros e Thanatos si manifestano e si intrecciano in tutta la loro crudele veemenza. Cavallone, con piglio insieme documentaristico e provocatorio, realizza così un'opera complessa e sfacettata, che rimanda come approccio e onestà intellettuale all'insostenibile capolavoro apocalittico "Salò" di Pasolini (scatologia compresa).
La realtà paesana italiana viene fotografata con implacabile lucidità nei suoi aspetti più reconditi e proibiti, in un'epoca in cui la televisione non aveva ancora lobotomizzato le menti. La dice lunga sulla sincerità del regista il fatto che nessuno degli abitanti del paesino rappresentato, vedendo il film successivamente, si sia lamentato dell'immagine mostrata o abbia protestato per la terribile crudezza della pellicola. Ciò che emerge dalla visione trent'anni dopo, molto in anticipo sui tempi per l'epoca, è una profonda angoscia esistenziale e politica che permea e si conficca nelle esistenze dei protagonisti. Come giustamente scrivono Pulici e Gomarasca "le piccole comunità, che sono il futuro del mondo, della società, rispecchiano con anticipo ciò che il mastodonte opererà in seguito, dopo anni e anni".
Ci sono tutti nel girone infernale di Cavallone: l'artista comunista, il macellaio che coltiva allucinazioni erotiche e si accoppia con quarti di bue appesi nella cella frigorifera, la prostituta che vive alla fine del paese e dispensa favori alle autorità leggendo fumetti porno tra una prestazione e l'altra, il contadino maschilista e violento, il prete più intento a vendere i biglietti della lotteria che a confessare i peccati, il poliziotto, la moglie frustrata, la moglie folle, la ragazzina ninfomane, il padre di famiglia piccoloborghese che libera i propri fantasmi incestuosi mettendo incinta la figlia, la moglie ipocrita, la figlia immatura e confusa, il medico, lo straniero vagabondo... Su tutti vigila l'occhio enigmatico e indifferente di un gallo che ogni mattina con il suo canto dà il via alle ferali danze in cui l'inferno sono, citando Sartre, gli altri.
La messa in scena è spiazzante e avvolgente, grazie alla fremente cultura del regista, ricca di rimandi a molti dissidenti dell'arte contemporanea, da Max Ernst a Bataille (citato alla lettera nella sequenza in cui Josiane Tanzilli si infila nella vagina un occhio di bue), da Artaud a Makavejev, dal marchese de Sade a Jean Genet, da Courbet con la sua geniale "l'origine du monde" alla pop art, da Lautrémont a Bunuel, da Magritte a Pasolini, da Freud a Marcuse.
Da segnalare l'eccezionale montaggio e le coinvolgenti musiche unite ad una superlativa fotografia, elementi che contribuiscono non poco alla riuscita della pellicola.
Un microcosmo, quello del film, per il quale vale l'assunto di Fromm, secondo cui la sicurezza della normalità deriva dalla constatazione di essere uguali agli altri, pur rinvenendo stimoli "malati" nel comportamento interpersonale, e dal fatto di trovare insieme agli altri quelle soddisfazioni sostitutive che pongono temporaneamente fine al malessere pre-sentito del singolo.
La figura dell'artista/comunista è una di quelle che più incidono nell'immaginario, letteralmente scorticando la nostra sensibilità, in quanto anticipa il disinteresse attuale degli intellettuali verso l'uomo e contemporaneamente evidenzia la drammatica perdita di ideali dei nostri tempi con la disperata sfiducia e il secco nichilismo conseguenti: "non ho ancora capito se il mio è un lavoro serio, se serve a qualcosa o a qualcuno, se è più importante la realtà o la sua immagine, o se bisogna buttare al cesso tutto e valorizzare solo la fantasia, il gioco, il sesso".
Fotografata è la profonda crisi personale e la frustrazione conseguente che determina l'affidamento esclusivo dell'essere umano alla fantasia interiore e alle interpretazioni individualistiche, uniche tecniche che consentono di gestire la frustrazione, ma che inevitabilmente portano ad un ulteriore desocializzazione.

Anche la figura della moglie dell'artista/comunista, enigmatica e folle, anticipa un'inquietante tendenza dell'Italia contemporanea in cui la malattia mentale sta dilagando selvaggiamente in tutti gli strati sociali e a tutte le età. Il malato mentale come prodotto finale di una società alienante altamente meccanizzata, come colui che non si vuole adattare o vuole fuggire da una responsabilità per lui troppo grande, ma anche come colui che disperatamente rifiuta la massificazione.
Ma la fantasia e il sesso non sono per Cavallone una soluzione, poiché ogni personaggio in "Spell" ha un rapporto problematico con la sessualità e le immagini erotiche da cui siamo quotidianamente bombardati non hanno fatto altro che provocare un'assuefazione generale e uno slittamento del desiderio e del piacere verso pratiche erotiche sempre più estreme. L'artista/comunista non fa sesso, sublima tutto nelle sue opere, elaborando bizzarri collage con visceri ritagliati da atlanti anatomici medici appicicati su foto di modelle (e cronenberghianamente ante litteram afferma "qualche volta fa bene vedere come siamo fatti dentro: spariscono le illusioni e resta la realtà, che, credimi, è l'unica medicina per andare avanti...al giorno d'oggi al posto della verità ti danno solo bidoni"). Il sesso nella comunità paesana di "Spell", specie per le donne, è sempre non soddisfacente, aggressivo e perturbante in un microcosmo maschilista e retrogrado. Solo la figura dello straniero senza nome, sbucato fuori dal nulla di un cimitero ad inizio pellicola, riesce a soddisfare le esigenze profonde e carnali delle diverse figure femminili del film, ma risulta anche l'elemento catalizzatore delle tensioni e della rabbia che pervadono il paese (figura chiaramente simile allo straniero del "Teorema" di Pasolini), fino ad esserne divorato, letteralmente fagocitato e sacrificato da una società ipocrita e spietata, capace di digerire ogni nefandezza, per poi dimenticare tutto sulla scia di un festoso ballo finale frenetico e liberatore.

Interessante a tal proposito considerare come il regista stesso si impersoni con la figura dello straniero: "io ero un uomo che usciva dal cimitero e arrivava nel paese di provincia con il gioioso proposito di sconvolgerne gli abitanti, mettendoli davanti ad uno specchio, per fargli intuire ciò che erano veramente", e ciò la dice lunga sulla consapevolezza e preveggenza del suo inevitabile destino professionale, travolto da lì a poco dalla morte del cinema di genere e di un intero mercato, e costretto prima all'hard e poi alla bassa manovalanza televisiva in una società capace solo di "mettere preservativi sulle idee".
Non mancano nel film divertenti provocazioni surrealiste quali la scena del biliardo, la contadina che a letto legge un quotidiano su cui campeggia a caratteri cubitali la scritta "Mao è morto" e il collage formato dal volto di Lenin incollato all'epicentro del quadro di Courbet.
Altro illuminante spunto di analisi proposto dalla pellicola è che l'assuefazione alla violenza, mostrata tutti i giorni reiteratamente dai mass media, ha portato a disinnescare il potere politico esplosivo che potevano avere le immagini in passato. A tal proposito l'artista/comunista, riguardo a fotografie di guerra e di profughi vietnamiti, lapidario afferma "sono solo delle fotografie senza alcun significato, delle immagini vuote a cui ci hanno condizionati, immagini paravento della nostra realtà di tutti i giorni, detersivi per la nostra coscienza".
La visione del film stessa, invece, viene ad essere tuttora un’esperienza limite, problematica, aggressiva e perturbante, che travolge fede religiosa e ideale politico, ma che ci dice più cose sulla nostra società che decine di film alla Costa Gavras. Un'opera unica, frammentata ed imperfetta, immaginifica ed onirica, che si immerge negli abissi siderali della psiche riuscendo a rappresentare l'angoscia scaturente dalla frustrazione e dalla repressione, la disgregazione e parallelamente il progressivo imbarbarimento dell'uomo contemporaneo, secondo peculiari modalità intellettuali, comunque suggellate da una forse irripetibile libertà espressiva.

"Essere estremo per me significa essere a-normale, cioè fuori dalla norma. La norma è sopore, staticità, accettazione passiva dell'esistente. La norma è immorale, perché vuole essere morale. La norma disconosce l'etica universale. Essere normali significa non progredire e accettare soltanto ciò che protegge i meccanismi dell'esistenza. L'anormalità è desiderio di progresso, è ricerca e scoperta di nuove etiche e morali adeguate ai cambiamenti che la norma nega...Sono anormale, non estremo."
(Alberto Cavallone intervistato in Nocturno n.4, settembre 1997, p.46)
Per approfondimenti:
http://esotikafilm.com (cercare articles Alberto Cavallone: Story of an eye. Roberto Curti)
oppure leggere articolo su Cavallone, sempre del grande Curti su "Sex and Violence. Percorsi nel cinema estremo". Edizioni Lindau.

02/02/08

Il Posto delle Fragole

Wild Strawberries
di Ingmar Bergman (1957 SVE 95')
con Victor Sjostrom, Bibi Andersson, Ingrid Thulin, Gunnar Bjornstrand, Folke Sundqvist, Max Von Sidow

Nel 1989, l'Ente dello Spettacolo organizzò un referendum per stabilire quali fossero secondo critica e pubblico i film ritenuti migliori di tutta la storia del cinema. Il pubblico indicò "Via col vento" e la critica "Quarto potere". Ma quando i dieci film indicati dalla critica e i dieci film indicati dal pubblico vennero proiettati a Roma in una gioiosa rassegna competitiva per un'ulteriore verifica (non più sul flebile filo del ricordo, ma dopo una nuova illuminante visione), il giudizio finale degli spettatori collocò al primo posto, inaspettatamente per quei tempi, proprio "Il posto delle fragole". Orso d'oro a Berlino e premio della critica a Venezia, è comunque veramente uno struggente capolavoro, affascinante, significativo e traboccante di spunti. Se l'adolescenza, ed in senso più lato la giovinezza, possono essere considerate nell'immaginario comune il superamento della linea d'ombra conradiana, la vecchiaia altro non è che l'approdo al posto delle fragole di bergmaniana memoria.
Il regista, all'epoca delle riprese, aveva solo 37 anni, ma già la vita lo aveva segnato a tal punto da essere capace di mettere a punto un doloroso bilancio esistenziale, non a caso affidato alla straordinaria sensibilità interpretativa del grande regista svedese Victor Sjöström (qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo). Il film viene ad essere un eccentrico road-movie alla ricerca del tempo perduto, indimenticabile fiaba drammatica sulla solitudine, dalla costruzione perfetta, in cui l'intrecciarsi di realtà, sogni e ricordi è dato da una sceneggiatura, rimasta come un caposaldo nella storia del cinema. Dal punto di vista visivo il regista, con grande abilità, oscilla tra il naturalismo quotidiano e l'espressionismo onirico (specie nelle formidabili sequenze dell'incubo iniziale e del processo). Solo nel finale il ritmo sincopato della pellicola si attenua e i tormentati sussulti d'angoscia del protagonista si sciolgono in un sempiterno sorriso, colmo di saggia serenità e tranquillità...e la vita mancata dei ricordi, improvvisamente si illumina attraverso le possibilità ancora aperte delle esistenze dei suoi giovani compagni di viaggio.
Il tempo è però il vero protagonista del racconto, sia nel parallelismo tra le diverse epoche presentate, sia nel lacerante contrasto fra le generazioni. Anche la fine del tempo, intesa come morte, minacciosa certezza incombente e sempre presente, viene più volte affrontata nel corso del film; si veda a tal proposito il geniale simbolismo dell'orologio senza lancette, che più volte appare durante la pellicola.
La gioventù, rappresentata dai tre giovani raccolti in auto, è spensierata e gaia, ma per nulla superficiale, tanto che la scintilla iniziale del litigio tra i due ragazzi riguarda l'esistenza di Dio e i diversi approcci ad essa. Essi chiedono un parere al professore, che in quel momento lo rifiuta. Ma, in un altro punto del film, il protagonista e la nuora recitano tali versi: "...la sua presenza è indubbia e io la sento in ogni fiore e in ogni spiga al vento...." e "...l'aria che io respiro e dà vigore, del suo amore è piena...", dando quindi una risposta non negativa. Il nodo religioso e il mistero della fede, centrali nella poetica bergmaniana, tornano anche in questo film, trattati con delicatezza e in maniera allusiva, considerando l'amore come vero elemento di risoluzione di ogni crisi esistenziale e intellettuale.
Dal punto di vista cinematografico, geniale la sequenza dell'incubo iniziale: "il protagonista si trova in una città sconosciuta. Gli orologi non hanno lancette. Un uomo senza volto si affloscia a terra. Un carro funebre sbatte contro un lampione, la bara cade a terra. Esce una mano che prende il braccio del professore e lo tira a sé. Il protagonista riconosce nel volto del morto il proprio volto".
Tirando le somme, il film è una profonda meditazione sulla vita e sulla morte, una storia di raggiungimento della saggezza attraverso un irto percorso di conversione e cambiamento, poiché il vecchio professore al termine del sofferto viaggio, che si snoda attraverso il racconto, e alle soglie della sua inevitabile morte, muta atteggiamento nei confronti del prossimo, rammaricandosi per il suo passato egoismo e proverbiale glaciale distacco. Ma è anche un film della nostalgia per la giovinezza, la primavera dell'esistenza (simboleggiata dalle fragole) che è passata e non potrà più tornare, inoltre fondamentale e da tenere sempre ben presente è un film sugli affetti come valore primario della vita per i fragili esseri umani.

"La famiglia di un prete vive come su un vassoio, senza alcuna protezione dagli sguardi estranei... Foggiai una personalità esteriore che aveva ben poco a che fare con il mio vero io. Non riuscendo a tenere separate la mia maschera e la mia persona, ne risentii il danno fin nella vita e nella creatività dell'età adulta. A volte dovevo consolarmi dicendo che chi è vissuto nella menzogna ama la verità."
(Ingmar Bergman)

01/02/08

Vite Parallele

C'è chi dice che il mondo sia sempre lo stesso, anzi, sempre di più lo stesso, e c'è chi dice che ovunque il mondo sia uguale, e che sia, sempre stato così. Eppure la storia ha prodotto la Grecia classica, il Rinascimento, l'Illuminismo, la Rivoluzione Francese e gli anni Sessanta: c'è da ammetterlo, al momento attuale, sono lontani e confusi ricordi...La middle class è uguale a sé stessa in tutto il mondo: crede di essere benestante, consuma come tale e si indebita progressivamente. Crede di possedere potere, ma è del tutto impotente di fronte ai propri governanti, che essa stessa crede, ne è convinta, di eleggere. La middle class ama le novità, la tecnologia e la pubblicità, il suo principale dovere è produrre e consumare: comprare auto e stare in fila. E' riuscita persino nel paradosso di incrementare sia le spese per il tempo libero che le ore di lavoro. La cosa è resa possibile con l'aumento del lavoro indipendente e la relativa scomparsa dei diritti delle categorie. La middle class è infaticabile, perché sogna ed è soddisfatta di sé. In realtà vive in prigione, non decide, non protesta. Ovunque. USA, Israele, India, Cina, Italia, Francia, Russia, Turchia, Polinesia e ovunque, la middle class diminuisce a poco a poco il numero dei rapporti sessuali, delle risate, degli amici stretti frequentati. E aumenta, di molto in molto, quello dei siti Internet visitati, dei viaggi organizzati, dei prodotti ecologici consumati, del numero di cambiali firmate, dei crediti bancari richiesti. Le sue tasse servono a finanziare missili, scudi spaziali, eserciti e poliziotti sempre meglio equipaggiati, e poi strumenti di controllo sempre più sofisticati e infrastrutture atte a incrementare i consumi della middle class stessa (autostrade, impianti di produzione energetica, satelliti per il consumo telefonico e televisivo). Ora come sia possibile tutto questo, questa enorme truffa che ci priva del presente, nonostante la sua evidenza, è un mistero sul quale dovranno impegnarsi storici e archeologi del futuro, perché oggi, noi, non siamo in grado di spiegarlo. Solo nel futuro si sarà in grado di capire come sia stato possibile che la middle class, quasi quattro miliardi di persone, mediamente istruite, mediamente intelligenti, mediamente interessate alla vita, mediamente medie, perfettamente consapevoli della fine del mondo in arrivo, del disastro sociale e ambientale imminente, del lento ma inesorabile prosciugamento dei propri conti in banca, siano rimaste perfettamente immobili ad aspettare, sedute davanti ai loro computer o dentro le loro auto. Qualche ipotesi però si può fare. "Siamo nati morti. Da tempo abbiamo smesso di nascere da padri viventi e la cosa ci piace sempre di più. Stiamo acquisendo un certo gusto per questo."
(Fedor Dostoevskji, Memorie dal sottosuolo)
Una delle tante ragioni della cecità della middle class va individuata nella sua illusione di poter vivere vite parallele. Possedere "seconde vite", fatte di seconde attività, seconde mogli, seconde case e seconde macchine, è un suo tratto distintivo e nello stesso tempo una delle sue principali illusioni di libertà. Le "seconde vite" di fatto sono quelle più divertenti, sfiziose, persino avventurose (l'illusione dell'avventura nella nostra cultura è assolutamente devastante e senza ritorno). Ecco allora che alla middle class viene offerta la possibilità di realizzare "seconde vite" a ripetizione, senza neanche doversi muovere: basta estenuanti viaggi in auto, basta complicate reazioni extraconiugali, è arrivato finalmente il momento della seconda vita virtuale! Mondi interconnessi ne sono sempre esistiti, ma oggi la sempre più mostruosa potenza di browser e computer domestici permette di allargare comunità a milioni e milioni di individui. Individui che, prigionieri del quotidiano, si creano un proprio avatar, un alias, e si ricostruiscono una nuova vita nella civiltà virtuale. Un nuovo nome, una rinnovata fisicità. il caso più noto, ma non l'unico e neanche il primo, è quello denominato, appunto, Second Life. La cosa più degna di nota di questo gioco di ruolo (virtuale ma reale) è che il nuovo mondo costruito è uguale al nostro! Stesse logiche morali, comportamentali e soprattutto commerciali. Una specie di liberismo sfrenato e condiviso in cui basta avere un po' di sale in zucca per fare soldi (veri). Si tratta della definitiva dimostrazione che la middle class è soddisfatta del proprio mondo, non prevede di cambiarlo e, anzi, i giochi a lei dedicati sono del tutto auto riferiti. E' un mistero o un fatto logico che oggi il gioco di successo (dell'umanità interconnessa) non sia quello di cambiare il mondo bensì quello di replicare all'infinito quello conosciuto? Com'è possibile che ciò accada? Non va contro il naturale istinto dell'essere umano, del genere umano stesso, che è quello di cambiare, migliorare, superare i propri limiti? Ma allora è vero che siamo già tutti morti!? Zombie talmente privi di volontà da voler desiderare la morte!? E' vero che stiamo vivendo dentro un incubo all'interno del quale esistono ancora alcuni pazzi che tentano di gridare alla massa cosa sta realmente accadendo!?
http://
www.youtube.com/watch?v=mTSR6bu0Nq0&feature=related

La middle class non ha consapevolezza di sé stessa. Ogni individuo è convinto di essere unico, libero e insostituibile. In realtà è semplicemente isolato dagli altri. Il suo principale atto pubblico è la riunione di condominio, o di quartiere. L'incapacità di organizzarsi è ormai consolidata grazie all'assunto che, siccome siamo in democrazia, un'opinione vale l'altra. E non solo in termini numerici. Questo vale sia per i pensionati da balera che per i writers da centro sociale. Non c'è differenza. Neanche tra di loro, perché si tratta pur sempre dei sacrosanti, minimali, incazzosi, illusori diritti della middle class. strati sociali un tempo emarginanti vengono inglobati dal suo progressivo allargarsi. Comportamenti un tempo devianti vengono bonariamente accettati e in questo modo annullati. Rivoluzionari veri e da strapazzo vengono ingaggiati dalle multinazionali per vendere prodotti. Non per questo diventano ricchi. Solo gli artisti ci riescono, e gli artisti non sono mai stati tanti e così fortunati come oggi. Eppure non riescono a unirsi e a combattere per un mondo nuovo. Soprattutto una volta ottenuti soldi e fama. Geniali solisti ogni tanto riescono a lanciare allarmi meravigliosi, a far davvero male al sistema. Ma dura poco, oggi il sistema appare al massimo della sua perfezione, senza falle, senza incertezze. I notiziari sono letture di classifiche ufficiali, sempre uguali, tanto che l'importanza delle notizie non è reale, ma dipende da chi emette la classifica, che spesso coincide con chi la produce. Il fatto poi che le notizie, anche le più clamorose che inevitabilmente emergono, riescano a modificare le opinioni della middle class è del tutto incerto. Infatti clamorose notizie riguardanti truffe, scandali e furti perpetrati da politici e industriali, guerre, massacri, inondazioni e persino l'imminente Fine del Mondo non hanno portato alcuna reazione. Nessuna, da nessuna parte del mondo. Un mondo uguale, sempre più lo stesso, ovunque, per sempre.
"Dopo la scoperta di un pianeta simile alla Terra, con acqua e temperatura tra zero e quaranta gradi, le quote su una possibile forma di vita aliena intelligente sono state portate da 1000 a 100 volte la posta dai bookmakers inglesi" (Ansa, 30/04/07)
(articolo di Riccardo Mazzon, tratto da "I Duellanti", Giugno-Luglio 2007, pag. 89-90)